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Back to reality

Otto marzo 2002. Festa della donna e appuntamento al Palavobis di Milano per la calata italica di una delle band più osannate dalla nuova generazione. Questa serata (invero alquanto breve) avrebbe dovuto essere solo una semplice conferma per un combo così quotato e dotato (almeno in apparenza); ma procediamo con ordine.
I cancelli aprono relativamente presto (19,15 circa) e in men che non si dica una folla oceanica di gente eccitata si riversa nel palazzetto,che sembra tremare davanti a sifatta folla variamente composta (possono essere individuati: nerovestiti figuri, punk, alternativoni, dark, rokkettari della nuova generazione, etcetc., senza contare i vari giornalisti di qualsiasi testata e webzine).
Ad aprire le danze dopo circa un’ora di ritardo ci pensano i Dillinger Escape Plan, band orbitante intorno alla scena HC (new school) / Postcore, che propone un intenso set della durata di 45′ a base di grindcore, jazz, noise rock, sprazzi elettronici e quant’altro una mente umana deviata possa partorire. Folli. Unici. Grandi. Meritevoli di ben altra considerazione da parte del pubblico incivile, che passa tutta la durata del loro show a inveire e urlare, dimostrando ignoranza, maleducazione e un’intelligenza pari a quella di un buco di culo (il dissenso può manifestarsi col semplice silenzio).
Finita questa esibizione la tensione diventa palpabile, gli animi sono infuocati (anche grazie ai Dillinger ne sono certo) e l’attesa è¨ tutta per loro.
Dopo un paio di “false partenze”, si spengono le luci, i quattro si presentano sul palco ed è il delirio!
L’intero palazzetto canta ogni singola nota dell’opener “Prison song”, ma (e qui viene il bello) Serj è praticamente inaudibile e così sarà per un altro paio di canzoni! E per tutto il concerto i volumi saranno orribilmente bassi, il missaggio orrendo, i membri della band imprecisi e non motivati (nota particolare di demerito per il batterista, che addirittura sbaglia il tempo nella prima canzone), e nell’aria, nonostante il pubblico faccia di tutto perché avvenga il contrario, continuerà ad aleggiare una strana freddezza da parte dei quattro. Una piattezza imbarazzante.
Il concerto scorre, il pubblico nonostante tutto è felice, il sudore scorre a fiumi e le canzoni si susseguono (con ben poca grazia in verità). A questo panorama bisogna aggiungere le cover (o meglio stupri) di “Good Bye Blue Sky” dei Pink Floyd e un’altra canzone di Lennon. E gli (sconclusionati) intermezzi ad opera del sig.Daron Malakian…lo show procede velocemente verso la fine e, prima che chiunque se ne renda conto, i SOAD se ne vanno, senza un ringraziamento, un bis, una stretta di mano.
Dispiace ammetterlo (ché nonostante tutto ci si è divertiti) ma i System hanno una lunghissima strada in salita da percorre. E soprattutto tantissima umiltà da far propria. Rimandati a data da destinarsi.

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