Home > Interviste > Badly Drawn Boy: The sharpest man in Britain

Badly Drawn Boy: The sharpest man in Britain

Incontrare Badly Drawn Boy è un po’ come incontrare un tipo che, per nessuna particolare ragione, ti ha salvato l’adolescenza con una canzone, “Walking Out Of Stride”.
Ripugnanti parentesi personali a parte, Damon Gough si presenta come tutti ci auguriamo si presenti sempre: berretto di lana in testa, una tendenza ad ammazzarsi di fumo di sigarette la mattina presto, e un sacco di battute timide. Si trova in Italia per promuovere il suo ultimo lavoro, “It’s What I’m Thinking, Pt. 1 – Photographing Snowflakes”.

Pieno di timore reverenziale nei confronti dello “scrivere in versi”, Damon Gough ha un’idea ben precisa di quello che vuole raggiungere con la propria musica. Lo racconta in dettaglio, con aneddoti sulla scena musicale di Manchester e sulla scena culinaria veneta.

Una cosa che ammiro sempre, in alcuni musicisti, è la capacità di accostare testi estremamente intimistici e musiche totalmente in contrasto, anche se non necessariamente “allegre”. Quand’è che, componendo una canzone, sai di avere raggiunto un equilibrio tra questi due elementi?
Non è che faccia una scelta consapevole. Non ho studiato musica, né qualcuno mi ha insegnato come farla, perciò è una maniera piuttosto naturale in cui io mi esprimo. Penso che la musica rifletta il tipo di persona che sono e, come tutti, ho emozioni diverse: a volte sono felice, altre no. Penso che la musica cerchi di riflettere una fuga dalla vita reale. Gran parte dell’arte, molti film, molti dipinti, cercano di ritrarre delle versioni migliori di quello che la vita è veramente. Cercano una fuga, o cercano di rendere la vita più romantica di quanto in effetti sia. Non è una cosa a cui penso, quando scrivo. Scrivo quello che mi viene.

Cerchi un po’ di andare oltre al realismo, quindi?
Cerco sempre di riflettere qualcosa di vicino alla verità. In realtà alcune delle cose che ho scritto non mi piacciono nemmeno. A volte mi preoccupo che la gente pensi che sia un sentimentalone, ma l’unica maniera in cui riesco veramente ad esprimermi è la musica. Per me la musica è la parte facile del lavoro, e i testi sono la parte più difficile. Non sono un poeta: potrei scrivere musica per una giornata intera, ma mi sforzo tantissimo per scrivere i testi.

Per prima cosa viene la musica.
Sì, la musica mi viene facile come, che ne so, respirare o mangiare. Ci sono persone che dicono che i miei testi sono belli, e in quel caso mi lusingano, perché non è una cosa che mi viene facile. D’altra parte, ci sono persone che dicono che i miei testi sono orribili, quindi è un’opinione che varia. Un fan mi ha spedito una lettera, la settimana scorsa, in cui diceva che ama molto la mia musica ma i miei testi fanno un po’ schifo. Mi ha spedito anche delle poesie che ha scritto e che, tra l’altro, erano abbastanza tremende.

Ma te le ha mandate perché le mettessi in musica?
Sì.

Non è una cosa gentile da fare, no?
Eh, ho letto le sue poesie e ho pensato “Ok, spiacente ma non l’hai proprio capita, perché mi hai mandato roba orribile”. Erano davvero bruttine, e non funzionavano nemmeno sulla musica.
[PAGEBREAK]

Come è nato questo nuovo album? In un certo senso, relativamente a quanto dicevamo, è più intriso di tristezza dei tuoi lavori precedenti.
Penso dipenda dal tipo di elementi a cui guardi. Certamente c’è un sacco di materiale che parla di gente che si separa, della lotta continua che sono le relazioni amorose. Ma c’è anche roba più divertente. La canzone che dà titolo all’album ha un testo piuttosto bizzarro, e nei pezzi finali c’è una visione meno cupa. C’è chi mi ha consigliato di mettere le ultime canzoni all’inizio dell’album, ma mi sono rifiutato, perché mi pareva funzionassero meglio così. Ho registrato un paio di pezzi a dicembre, l’anno scorso, poi a Manchester ha iniziato a nevicare tantissimo e non sono riuscito a raggiungere lo studio di registrazione per qualcosa come tre settimane. Ho ricominciato a registrare a fine gennaio, per finire ad aprile, con una trentina di pezzi pronti.

Nell’album, però, c’è solo una decina dei pezzi.
Ho scelto queste dieci canzoni perché sono le prime che ho completato. Ho passato una quarantina di giorni in studio per fare queste trenta canzoni. Ma va così per ogni album: ho scritto qualcosa come duecento canzoni per il penultimo album, e negli ultimi cinque anni ne avrò scritte circa cinquecento. Nei miei vent’anni da musicista, avrò scritto un migliaio di canzoni che non ho ancora fatto uscire.
Scrivere i testi è l’operazione che mi prende più tempo, che è il motivo per cui ho deciso di non completare i testi di tutte e trenta le canzoni, ma di fare uscire le prime dieci. È stata una scelta casuale, quella di questi dieci pezzi. Però seguo sempre il mio istinto, quindi può essere che queste fossero le canzoni veramente fondamentali, quelle che mi piacevano di più. Le ho scritte e le ho ultimate proprio nell’ordine in cui compaiono nell’album. Non ho davvero pensato a cosa significassero, è per questo che l’album si intitola “It’s What I’m Thinking”: si tratta di pensieri sparsi, non è un’opera con un nucleo ben preciso.

Le altre 20 canzoni andranno a finire nella trilogia che pensi di fare per “It’s What I’m Thinking”? Se è vero che hai davvero intenzione di farne una trilogia.
L’ho detto principalmente per convincermi a completare almeno queste prime dieci canzoni. In genere cerco di completare tutte le canzoni che ho scritto, e ci metto molto più tempo: se avessi tentato di finirle tutte e trenta probabilmente non avrei fatto uscire quest’album, ci starei ancora lavorando. E una volta fatti i trenta pezzi avrei pensato «Ma non mi piacciono più!». È la mia nuova filosofia, quella di far uscire la mia musica senza preoccuparmi che abbia successo o che la gente la compri: continuare a farla è la cosa più importante.

Quanto si differenzia il tuo lavoro sulle colonne sonore dal lavoro che fai per un album propriamente tuo?
Anche quello dei film è un lavoro che mi è arrivato per caso. Nel caso di “About A Boy”, sia Nick Hornby che i registi erano fan del mio primo album, e per caso, in una riunione, è venuto fuori che entrambi avrebbero voluto la mia musica come colonna sonora: è stata una pura coincidenza. Ed è era un progetto piuttosto grosso, non soltanto per il tipo di film, ma per la quantità di musica che ho dovuto scrivere. Che, comunque, è una mia scelta – volevo un vero album, non solo una colonna sonora, e così ho scritto molte più canzoni di quelle che mi avevano chiesto: ci sono pezzi che non compaiono nel film ma sono nell’album e vice versa.
La colonna sonora per “The Fattest Man In Britain” è andata in maniera più semplice, perché non era un prodotto per il cinema, non c’erano grandi star, quindi non mi facevano così tante pressioni e non era un lavoro così controllato.

Ma a giudicare da molti temi e titoli delle tue canzoni, immagino che l’influenza dei film non si limiti al lavoro su commissione. Di quali film hai subito una forte influenza?
Sono sempre stato un appassionato di cinema, da Lynch a Woody Allen a Kubrick a Polanski. Ma anche di film con meno sostanza, come “Ricomincio Da Capo”, o persino “Scemo E Più Scemo”. Per quanto riguarda la musica per film, ammiro registi come Kubrick, Allen, Tarantino. Credo ci voglia molta abilità per far funzionare una scena. Non che io abbia quest’abilità, perché non ho lavorato al loro stesso livello, ma c’è un processo molto affascinante per cui la musica si sposa perfettamente all’immagine, e alle volte questo accade per caso. Tarantino, quando usa una canzone, la usa per una ragione, la senti forte e chiaro, non ha paura di averla come parte del film. Un sacco del lavoro che si fa per una colonna sonora passa in secondo piano, perché poi bisogna aggiungere i rumori, il dialogo, gli effetti sonori. Per cui, per un po’ di compositori, la musica è una cosa secondaria. I soldi destinati ai musicisti sono molto meno, perché la musica è l’ultima cosa a cui si pensa quando si fa un film, ed è l’ultima cosa su cui si vuole spendere soldi.

[PAGEBREAK] La scena musicale di Manchester è molto interessante. Se guardi a Londra, o al sud dell’Inghilterra in generale, ti trovi davanti a “scene”, che si tratti della scena indiepunk, o di quella folk, e via discorrendo. In Manchester l’impressione è che ci siano gruppi di individui che si riuniscono e fanno qualcosa di proprio, senza dover appartenere a un filone. È un’impressione o è proprio così?
Non so perché vada così, ma è vero. Mia madre è di Manchester, mio pare è nato lì vicino, io sono cresciuto a Bolton, che però sta a una trentina di chilometri da Manchester. Andavo a Manchester a vedere i concerti. Mi trovavo geograficamente vicino a band come gli Smiths (il mio gruppo preferito negli anni ’80), i New Order, i Joy Division, i Fall. O anche la Madchester degli Stone Roses. Penso questo mi abbia ispirato molto. Quando mi sono trasferito a Manchester, a metà degli anni ’90, non avevo intenzioni serie sulla mia carriera da musicista. Penso che le sonorità, la geografia, persino il clima della città abbiano un’influenza sulla musica che ne esce. Il centro della città è molto piccolo, vai a piedi da una parte all’altra in dieci minuti – eppure l’energia è quella di una grande città, ed è in generale un luogo densissimo. Ci sono persone che vanno a Manchester per studiare e poi rimangono a viverci, perché è una città unica. E nella musica c’è un certo spirito sportivo. Quando la mia carriera ha cominciato a decollare, gente come Tony Wilson o Rob Gretton (il manager dei Joy Division) mi incontrava per strada o nei bar e veniva a stringermi la mano e a dirmi «Ben fatto!». E mi capitava di incontrare gente come Ian Brown e Mani degli Stone Roses o, ancora, Johnny Marr. Nelle persone c’è un certo spirito working-class e una profonda umanità, ed entrambe le cose sono di grande incoraggiamento. Non riesco a pensare a un altro luogo che abbia fatto nascere un tale numero di talenti. Certo, ci sono scene come quella di Glasgow, Leeds o Sheffield.

Ma non sono così variegate.
Esatto, e comunque non su periodi così prolungati di tempo. Non che io mi senta parte di una scena, ma sono abbastanza onorato quando mi dicono che rientro in una lista ideale di “musicisti di Manchester”. Questo anche se la mia musica non è una musica tipica di Manchester. Quando stavo facendo “About A Boy” è uscito nei cinema “24 Hour Party People” e ho pensato di stare facendo la cosa sbagliata. Ma io sono un artista singolo, mentre gran parte della musica di Manchester è fatta da band, come nel caso degli Oasis. Nel 1995 tutti volevano essere gli Oasis e quando ho iniziato a fare la mia musica credo che questo fatto, ironicamente, mi abbia molto aiutato – io salivo su un palco ed ero completamente solo, con la mia drum machine. Distribuivo fiori e facevo stramberie. Ed è per questo che mi hanno notato: facevo una cosa del tutto diversa, non ero una band con quattro o cinque persone.

In effetti, ancora adesso quando sali su un palco ti metti a raccontare storie e non ti limiti a suonare i tuoi pezzi e a correre a casa. Cosa significa per te suonare dal vivo?
Non ho mai pensato che la musica potesse essere abbastanza, dal vivo. Magari ai miei inizi non avevo abbastanza canzoni, al che raccontavo storie sul palco per riempire i vuoti. Comunque il mio metodo si è sviluppato naturalmente. Mi sono sempre sentito a mio agio a parlare, magari dicendo cose offensive o controverse che scatenassero una reazione nel pubblico. Forse ora lo faccio un po’ meno perché posso suonare il materiale dei miei sette album. Ma vedo ancora le due ore che trascorro sul palco come due ore della mia vita che devo sapermi gestire, ed è inevitabile reagire a quello che il pubblico ti dà o non ti dà. È una vera e propria esperienza. Se salissi sul palco e mi mettessi a suonare meccanicamente la stessa decina di canzoni, non mi divertirei.

Ci si annoia, dopo un po’.
Sì, ed è già abbastanza triste essere in tour. Questa sera suoneremo a Torino. È la prima parte di questo tour europeo, e non ho mai suonato a Torino. Non è che uno riesca a rendere ciascuna serata unica nel suo genere, e un po’ delle canzoni di certo le suonerò ogni sera, ma non nello stesso modo, non nello stesso ordine, e mai dicendo le stesse cose. Mi piace evolvermi e, alla fine di un paio di settimane di tour, rendermi conto che sto facendo degli show diversi dai primi. Non devono essere per forza completamente diversi, ma mi piace inserire nello show le cose che sono accadute durante quel periodo. E il pubblico dovrebbe rendersi conto che è una parte importantissima del concerto. Può cambiare radicalmente una situazione, soprattutto con uno come me. Può spingermi a dare il meglio di me. Oddio, potrei parlarne a lungo e poi magari il concerto di stasera farà schifo, ma le cose possono sempre andar male. Una cosa fondamentale è la qualità del suono: se il suono non è buono, tanto vale tornarsene a casa.

Giusto per finire con una cosa idiota, mi diverto sempre a fare questo gioco con i musicisti che viaggiano molto. Riesci a fare un elenco delle prime immagini che ti vengono in mente quando pensi a un luogo in cui sei stato?
Manchester la ricollego alla pioggia, come anche Milano. Parigi la ricollego al Père-Lachaise, il cimitero dove sono sepolti i poeti. E la ricollego anche a quando mi hanno rapinato, perciò ho già detto abbastanza. Se penso a Londra penso a un sacco di ubriacature. Non sono mai stato a Roma, o meglio, ci ho suonato, ma non ho mai visto la città, a parte il Colosseo. Quest’estate sono stato a Venezia: ero con il mio tour manager e avevamo soltanto un paio di ore libere per vederla. L’unica cosa per cui abbiamo davvero avuto tempo è stato mangiare da Mc Donald’s.

Non è proprio tipico di Venezia.
Ma potrebbe esserlo. Mi è parso di trovarmi in uno di quei parchi a tema in cui sali su una barca, ti fai un giro, ti fermi da Mc Donald’s e poi esci dall’altra parte. Venezia la ricollego a quel Mc Donald’s più che ad ogni altra cosa.

Avete ancora tempo di mangiare patatine rancide con Gough al New Age di Roncade (12/11) e al Bronson di Ravenna (13/11).

Scroll To Top