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BAFF 2008: Raoul Servais: 80 anni di eclettismo e coerenza

Ci sono quasi quarant’anni di carriera nei nove cortometraggi che le Giornate del Cinema di Animazione del Busto Arsizio Film Festival – quest’anno arrivato alla sesta edizione – hanno proposto nell’Omaggio al regista belga Raoul Servais tenutosi lo scorso 9 aprile presso il Teatro del Popolo di Gallarate (Va).

Nove opere e nove stili, ognuno diverso dall’altro, per un artista che ha sempre operato al di fuori delle logiche commerciali, non rimanendo, però, per questo escluso dal circuito dei grandi premi cinematografici, come Venezia e Cannes o il prestigiosissimo Annecy.
Raoul Servais nasce esattamente 80 anni fa. E quale occasione migliore per omaggiarlo se non un evento speciale all’interno di una rassegna come questa delle Giornate del Cinema di Animazione? Rassegna in cui c’è lo zampino, tra gli altri, da quel Giannalberto Bendazzi che della storia dei “Cartoons” è stato pioniere e allo stesso tempo testimone vivente, come ha voluto ricordare presentando Servais al pubblico – non numeroso ma molto attento – in sala.

Servais, dicevamo, spegne quest’anno le ottanta candeline. Nato a Ostenda, in Belgio, nel maggio del 1928, la passione per il cinematografo sboccia in lui fin da giovanissimo. Attraversata la devastante esperienza della Seconda Guerra Mondiale si iscrive infatti all’Accademia Reale di Belle Arti di Ghent e qui fonda il primo dipartimento in Europa di animazione, che fungerà poi da modello per tutte le scuole che si costituiranno successivamente.

Poche le persone presenti alla serata ma, come si diceva, tutte molto attente: in gran percentuale studenti che, proprio grazie ai corsi del Professor Bendazzi, hanno potuto conoscere un universo per molti versi sconosciuti e per tanti altri ricco di offerte e suggestioni come quello della storia del cinema d’animazione. Non a caso, durante la serata è stato anche presentato il volume accademico – ma non per questo soporifero – “Attraverso lo specchio. Il cinema di Raoul Servais”, scritto da Manuela Rosignola, curatrice – ricordiamolo – dell’intera rassegna.

L’omaggio a Servais è partito con “Chromophobia”, opera di dieci minuti datata 1965 in cui assistiamo all’invasione del mondo da parte di un esercito di ometti neri. Ogni cosa colorata – palloncini, variopinti pappagalli, gelati – viene trasformata dalla violenza degli aggressori in un triste oggetto in bianco e nero. Solo l’intervento di un eroe – del tutto simile a un giullare di corte – saprà riportare, agendo nascosto sottoterra e iniettando il colore nelle radici, il mondo alla normalità. Non mancano qui i riferimenti all’arte della pittura e più in generale al potere spesso rivoluzionario dell’immaginazione. Il cortometraggio, nonostante l’ammonimento catastrofico, mantiene, grazie al disegno infantile e ad effetti sonori che sanno strappare più di una risata, un tono sempre divertito e ironico.

Così non è invece per il cortometraggio successivo, “Sirene”, uscito nel 1968. Dai colori – rubati ma comunque ben presenti – di “Cromophobia” si passa a un inquietante rosso che fa da sfondo a tutto il resto, disegnato con un abbozzato tratto nero, come di matita: un desolato porto, un molo da cui un pescatore tira su con l’amo piccoli scheletri di pesce, gigantesche gru viventi e funesti rettili alati. Un sospiro di sollievo si ha con l’apparizione della sirena, con cui il rosso lascia il posto a un blu intenso e rilassante e i contorni irregolari delle gru alle forme sinuose della mitica creatura. La morte, però, è dietro l’angolo e riesce a sconfiggere anche quel poco di sogno rimasto all’uomo. Tutto viene spartito e diviso, così l’essere umano viene separato dai propri desideri e la sirena viene squarciata a metà, proprio dove la sua natura di donna si congiunge a quella di essere fantastico.

Al centro di “Goldframe” (1969) c’è invece il cinema come mezzo espressivo, con tutte le sue potenzialità e i suoi limiti. Protagonista è Jason Goldframe, produttore cinematografico con la smania di essere sempre il al top, in tutto e per tutto. Ultima sua ossessione è diventare più veloce della propria stessa ombra. È così che un giorno si posiziona davanti a un muro bianco, con un riflettore puntato dietro, e comincia a muoversi freneticamente finché non riesce nell’impresa – impossibile?! – di dissociare i suoi movimenti da quelli della forma nera sul muro. Come a dire: qual è il vero confine dell’efficacia del cinema? Fin dove è possibile spingersi? Con un bianco e nero, essenziale e potente quanto un codice binario, Servais si inoltra qui in atmosfere che hanno dell’hollywoodiano. Dopotutto è in quel della California che il cinema si fa talmente “grosso” da arrivare a conquistare a inglobare la realtà da cui, mimeticamente, parte.
[PAGEBREAK] La riflessione sulla società e sugli effetti del capitalismo – ma più in generale di tutti gli “ismi” della storia del genere umano – emerge prepotentemente nei tre cortometraggi successivi.

Al centro di “To Speak Or Not To Speak” (1970) c’è infatti un giornalismo riletto in chiave tragico-fumettistica. Un giornalismo che parte, sì, dall’opinione delle imbarazzatissime persone intervistate per la strada – “Qual è la sua opinione sulla situazione politica?” – ma che poi giunge a piegare al suo volere e alla sua distorsione addirittura il “Love” pronunciato da un hippy. Commercializzato e ripetuto all’ossessione, anche l’amore finisce così per perdere significato e quelle quattro lettere – L-O-V-E – diventano un mero significante, completamente svuotato.

La politica è il fulcro anche “Operation X-70″ (1971), quasi dieci minuti di pellicola in cui si incarnano i timori catastrofistici provocati, al tempo stesso, dalle armi biologiche e dal fondamentalismo religioso. Un gas che rende le persone docili e inoffensive – “mistiche” si dice – senza annientarle fisicamente è infatti la terribile invenzione che uno stato sta sperimentando e che, accidentalmente, rilascia su una nazione neutrale. Con effetti, ovviamente, devastanti.

“Pegasus” (1973) è invece la storia di un anziano fabbro e del suo grande amore per l’artigianato. Già negli industrialissimi anni Settanta, però, il tempo dell’artigianato – viene tanto alla mente Frederic Back! – è sulla via del tramonto e l’uomo si ritroverà circondato, senza speranza di evadere, da enormi statue ferrate che si autoriproducono senza sosta. Il mondo è cambiato. Gli orizzonti si sono dileguati. E con questo emerge anche la metafora della morte.
Il film è ulteriormente interessante perché, per la prima volta, Servais aggiunge alla classica animazione su rodovetro anche il collage. È solo l’inizio di una sperimentazione più ampia e articolata che raggiungerà, negli anni successivi, risultati spesso sorprendenti.

Con “Harpya” (1979) arriva la celebrazione a Cannes. Terrificante quanto basta, questo film è un po’ la materializzazione di un incubo. Non a caso utilizza una tecnica mista che combina all’animazione la ripresa dal vero.
Protagonisti sono il signor Oscar – distinto e posato – e la vittima di un’aggressione. Peccato che si tratti di un’arpia, leggendaria creatura metà donna metà volatile, che si lega indissolubilmente all’uomo fino a sottrargli tutto, compresi il cibo dal piatto e parti del suo corpo.
Buio, con forti tratti espressionistici e una cura spasmodica dell’aspetto sonoro, “Harpya” conquista alla prima visione e, se si pensa che il regista è lo stesso del cartoonesco “Cromophobia”, i brividi lungo la schiena non possono che aumentare la propria frequenza.

“Nachtvlinders” (1998) – da tradurre come “Farfalle Notturne” – nasce dall’incontro con il pittore belga surrealista Paul Delvaux. Il film, ambientato in una stazione ferroviaria abbandonata con la partecipazione di donne a seno scoperto e di una misteriosa falena, è realizzato interamente con una tecnica denominata servaisgraphy, con cui si sovrappone uno strato deformante alla ripresa dal vero. Il cortometraggio, davvero evocativo, si è aggiudicato il Gran Premio e il Premio della Critica al Festival di Annecy del 1998.

L’omaggio a Servais si è concluso con il recente “Atraksion” (2001) in cui ancora una volta è stata utilizzata la ripresa dal vero combinata all’animazione.
Si parte da due carcerati, con la classica tuta a righe bianche e nere – che ricordano un po’ “Cromophobia” – e una pesantissima palla di ferro legata alla caviglia. Il paesaggio che li circonda è un muro tutto attraversato da crepe e solchi. Quando uno dei due uomini si azzarda a guardare in alto, vede una luce. E decide di raggiungerla.
Tra cambi di prospettive e giochi di scatole cinesi, “Atraksion” ci mostra la piccolezza dell’uomo dell’universo, tanto piccolo che la Terra – ma così anche il nostro sistema solare – è paragonata a una misera lampadina appesa nell’universo. Ciò che l’uomo può raggiungere, insomma, è proprio lo sforzo della sua ricerca infinita, un po’ come affermava Socrate, e un po’ come un altro maestro dell’animazione, Stefan Shabenbeck ricorda in “Schody” (“Le Scale”), pregnante cortometraggio del 1968.

L’incessante ricerca di Servais e il suo studio, decisamente coraggioso, delle tecniche d’animazione diventano allora la firma della sua coerenza di artista, ma anche di uomo. Fare arte significa spesso sapersi sporcare a dovere le mani, rischiare. E, Servais, festeggiando i suoi ottant’anni ce lo insegna.

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