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Balle Spaziali (luci e ombre di un mito nato male)

Crediamo solo a ciò che vediamo; perciò, da quando c’è la t.v., crediamo a tutto.
(Dieter Hildebrandt)

Ci sono luci e ombre nella vita di ognuno di noi e spesso il confine fra il bene e il male è molto sottile. Avremo momenti felici ed altri tristi, scanditi da una altalenanza irregolare. E nelle righe del tempo, si inserirà, sottile e strisciante, il chewing-gum per gli occhi, figlia spregiudicata e stravagante del cinema, da sempre amata con disprezzo: la televisione. Oggi, inamovibile al suo fianco (ma, in alcuni casi, di sopra), v’è il compagno sfruttatore, che ne utilizza l’immagine secondo i propri scopi: il decoder.

Grandi o piccole che siano le emozioni che, in questo teatro, prometteva di regalare il digitale terrestre – il futuro che sa di passato – esso doveva almeno garantire una maggiore equità nella distribuzione delle frequenze radiotelevisive: risultato che ad oggi, tuttavia, è assai distante dalle intenzioni, se è vero che recentemente la Commissione Europea ha bocciato i correttivi (racchiusi nel disegno di legge Gentiloni) proposti dall’esecutivo italiano per rimediare alla storture della Legge Gasparri.

La cosiddetta legge Gasparri è stata una delle normative più discusse del Governo Berlusconi II. Essa contiene la riforma generale del sistema radiotelevisivo, sancisce l’oscuramento di tutte le emittenti televisive sul canale analogico entro il 2006 e dispone, entro lo stesso termine, il passaggio al digitale terrestre. La deadline è stato successivamente prorogata al 2012 dalla legge Gentiloni.

Secondo la Commissione Europea, dunque, il deprecabile duopolio Rai-Mediaset esistente sull’analogico sarebbe fedelmente riprodotto anche nel nuovo sistema del digitale terrestre. Infatti, per come è concepita la legge Gasparri, solo chi trasmette già in chiaro (ossia, sul canale analogico) può avere accesso al digitale.
A ragione, l’Europa ritiene che, tale sistema, non soddisfi i criteri di concorrenza fissati dai trattati comunitari, introducendo restrizioni ingiustificate e attribuendo vantaggi immeritevoli agli operatori analogici già esistenti.

È necessario, a questo punto, fare un passo indietro: in Italia ciascun operatore può avere un massimo di due canali in chiaro (lo prevede la legge Mammì, il Piano Nazionale delle Frequenze, mai messo in pratica e, soprattutto la sentenza della Corte Costituzionale n. 466/2002), in quanto il sistema analogico è caratterizzato da un numero limitato di frequenze: tanto al fine di garantire il pluralismo dell’informazione e l’accesso al settore televisivo per chiunque. Ma è di evidenza pubblica che si tratta di un precetto rimasto solo sulla carta.

Emblematico è il caso dell’emittente “Europa 7″ che, pur avendo ottenuto la concessione per trasmettere sin dal 1999, non può farlo; le sue frequenze, infatti, sono occupate da Rete 4, che la concessione l’ha persa dieci anni orsono, ma continua ad occuparle “in proroga”, pur dovendo traslocare sul satellite.
Alla Commissione europea queste “anomalie” non sono sfuggite e sulla testa dell’Italia pende dal luglio 2006 una procedura di infrazione per violazione delle norme comunitarie.
[PAGEBREAK] Contestualmente, la Corte di Giustizia CE, interrogata sul caso, ha stabilito che il rispetto del principio comunitario di libertà di prestazione di servizi presuppone che i titolari di concessioni per l’esercizio dell’attività di trasmissione televisiva siano effettivamente posti nelle condizioni di esercitare il diritto in tal modo acquisito. Non può, pertanto, considerarsi sufficiente il rilascio della sola concessione ad esercitare l’attività di trasmissione televisiva, ma è necessario che ad essa segua l’assegnazione delle frequenze, che dovrà avvenire nel rispetto dei principi di obiettività, trasparenza, non discriminazione e proporzionalità.
Il DTT, dunque, rispetto all’analogico, consente in astratto l’attuazione dei criteri guida assegnati dalla Corte di Giustizia, essendo un sistema che permette di trasmettere un numero di canali più elevato rispetto all’analogico.

In tutto questo, qualcuno potrebbe chiedersi se il digitale rappresenti un’evoluzione tecnologica reale. A detta di molti, il nuovo sistema comporta più oneri che onori: esso necessita dell’uso di un decoder (pur essendo l’antenna tradizionale compatibile col segnale digitale) e spesso richiede supporti addizionali. Le attuali trasmissioni digitali terrestri, inoltre, sono in definizione standard: solo da poco sono iniziate le sperimentazioni in alta definizione, pochissimi sono le tv ed i decoder predisposti per offrire la spettacolare risoluzione 1080i.

In considerazione dell’importanza di delineare l’assetto normativo della definitiva transizione dalla televisione analogica a quella digitale, l’AGCom ed il Ministero delle Comunicazioni hanno di recente raggiunto, con gli operatori del settore, un accordo sulla configurazione e sul numero delle reti digitali terrestri da realizzare da parte delle tv nazionali e locali (per ora, nella Regione Sardegna ed in seguito nel resto del territorio nazionale) in vista dello switch-off della televisione analogica.
L’accordo scandisce tempi e modi di un razionale passaggio al digitale, attraverso un necessario (anche alla luce della recente conferenza di Ginevra sulla suddivisione delle risorse frequenziali tra i vari Stati Europei) quanto complesso intervento di riordino della situazione esistente.
In una serie di delibere adottate negli ultimi anni poi, l’AGCom, spesso in collaborazione con il Ministero delle Comunicazioni, ha proceduto a “declinare” il più possibile i principi enunciati nelle disposizioni legislative a tutela del pluralismo, in particolare dettando norme per l’accesso alla capacità trasmissiva degli operatori di rete da parte dei fornitori di contenuti indipendenti.

Per terminare la discussione, vogliamo infine soffermarci su alcuni problemi di carattere tecnico.
Il DTT prevede un numero di canali corposo, ma molti di essi sono a pagamento (si pensi alle partite del campionato di serie A o alla Champions League) e la visione degli stessi è subordinata all’acquisto di schede prepagate o di pacchetti personalizzati. La soluzione più economica (nessun canale a pagamento) prevede comunque la corresponsione del canone RAI, peraltro dal 2008 maggiorato a causa dei costi del DTT, per vedere, probabilmente, i canali abituali!
Il condizionale è d’obbligo perché, essendo l’infrastruttura per il digitale in fase di realizzazione, la copertura del territorio, allo stato attuale, è tutt’altro che completa e molte zone sono soggette a temporanee perdite di segnale o ricezione corrotta, soprattutto in caso di pioggia. Quindi è possibile vedere la tv, ma solo se è una bella giornata!

Ciò nonostante, chi scrive resta dell’opinione che la televisione non sorpasserà mai del tutto la stampa. Avete mai provato ad ammazzare una mosca con un televisore?

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