Home > Recensioni > Band Of Horses: Cease To Begin

Correlati

Fantasmi sperduti

Erano attesi al varco, i Band of Horses.
Da una parte positivamente: nel 2005 il loro debutto “Everything All The Time” li impose tra le rivelazioni più brillanti dell’anno, grazie anche a quella “Funeral” talmente azzeccata che i nostri stanno già cominciando ad odiarla. Dall’altra si temevano le ripercussioni dell’assenza del chitarrista e co-fondatore Mat Brooke, uscitosene per fare di testa sua con i Grand Archives.
Il risultato ha conseguenze ovvie: ora più che mai i pezzi sono retti dall’evocativa voce di Ben Bridwell, sommersa di riverberi, che suona un po’ meno come l’eco lontano dei Beach Boys e un po’ più come specie di malinconica presenza ultraterrena.
Ma anche tranquillizzanti, se così volete chiamare la calcolata assenza di una nuova “Funeral”.
Questo “Cease To Begin” parte infatti di gran carriera, con una “Is There A Ghost” che si insinua sussurrata per poi esplodere con tutto quell’epico muro di chitarre ci che verrà negato nel resto del disco. Dopodiché opta per viaggiare sommesso in cerca di una direzione personale, allargando gli orizzonti dell’esordio con influenze alt-country, ma concentrando la propria attenzione più sul non ripetere pedissequamente quanto già fatto che sull’offrire una nuova identità precisa.
Il problema è che i Band of Horses sono uno di quei gruppi, come i Veils o i Kings of Leon, che godono della benedizione di un frontman dalla voce distintiva il quale, catalizzando (non a torto) tutta l’attenzione, finisce per coprire e rimediare a un contesto che offre pochi veri spunti di interesse. O almeno è questa la figura che fanno in ciò che, nella sua timida durata di 35 minuti, si configura tutto sommato come poco più del classico disco di transizione.
Per cui basta distrarsi un attimo, uscire momentaneamente dal flusso, e al posto dei paesaggi autunnali dei paesotti del South Carolina ci si ritrova inevitabilmente ad immaginare di nuovo le fotogeniche facce da schiaffi dei protagonisti di OC e i loro finti problemi vissuti al rallentatore.
Tranne che, a questo turno, manca una canzone ispirata e perfetta come “Funeral”.
Chi non è in cerca di particolari sconvolgimenti, e/o è attratto dai lamenti di Ben Bridwell come dal canto delle sirene, troverà ad ogni modo un posto più che accogliente.

Scroll To Top