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Bandabardò: intervista improbabile

Dopo vent’anni di carriera la Bandabardò firma con la Warner e pubblica “L’Improbabile”, disco uscito il 10 giugno che in dodici brani dalle sonorità fortemente live riassume l’allegra ma “impegnata” inadeguatezza del gruppo fiorentino, ma soprattutto la sua voglia – immutata dopo due decadi – di fare e di vivere di musica, quella vera.
Ce ne hanno parlato Erriquez e Finaz venerdì, nel corso di questa round table ricchissima di lessico toscano.
Come mai avete deciso di pubblicare il nuovo album con la Warner, dopo tanti anni di pubblicazioni con etichette indipendenti?
Erriquez: Per una volta userò la frase “ti ringrazio per la domanda”, perché ci stanno arrivando molte “critiche” nella nostra agorà – che è Facebook – di gente che lo vede come una specie di tradimento, e soprattutto leggo: “Si sono venduti”. C’è quest’idea molto romantica della casa discografica che entra nelle composizioni e decide sulla vita dell’artista, fino a deciderne addirittura l’apparenza esteriore. Tutt’altro: noi ci siamo trovati ad avere già un disco pronto, già mixato e masterizzato, e solo lì abbiamo cominciato a cercare chi ci potesse dare una mano a far si che “L’Improbabile” avesse un suo “ripiano espositivo”, che fosse distribuito, mandato in giro e avesse un video di supporto, e non abbiamo più trovato nel mondo indipendente. Fino a pochi anni fa ci siamo sempre serviti della Venus, che è fallita… Ci siamo sempre trovati a lavorare con il mondo indipendente quando forse il mondo indipendente aveva una sua forza e una sua vitalità. Per cui ora non abbiamo cominciato a guardare tra le varie major, ma siamo stati attirati, tramite il nostro manager, dalla Warner, perché sono poche quelle in cui si stabilisce un rapporto tra persone, e a noi è questa la cosa che più piaceva. E soprattutto non ho più trovato la spocchia di vent’anni fa per cui tu artista entravi nella casa discografica – ai tempi c’era la Ricordi – e lì avevi a che fare con il discografico che ti guardava con profondo disprezzo: “So io come si fanno le cose, so io come si arrangia la canzone per farla piacere, so io cosa dovete fare con la vostra carriera”. E noi con i “so io, so io” siamo un po’ intolleranti…abbiamo sempre gestito noi la nostra carriera e la nostra vita e continuiamo a farlo. Per cui per noi e per il nostro disco era un’opportunità ottima, e ripeto, non ha cambiato nulla della direzione artistica.

Il Carroponte lo fate lo stesso…
Erriquez: Se non piove (ridono, n.d.r.)!

A proposito delle persone: la collaborazione con la Contini (de Il Genio, n.d.r.) ?
Erriquez: La mia opinione è questa: è una persona che, a conoscerla, è tantissimo di più di quello che t’aspetti, che già è tanto. Ha una carriera interessantissima, è una ragazza sicuramente molto bella e molto sensuale. Io per questo duetto volevo una grande sensualità, un modo un po’ francese di cantare… E mi sono trovato non una ragazza carina ma una donna bellissima, dentro e fuori, con una conoscenza musicale non da cantante ma da bassista-cantante, con una visione che si apre a 360 gradi. Morale: invece che fare la guest in una canzone ha fatto i cori ovunque, ha proposto delle cose – “Facciamo un coro alla Beach Boys!” – , e dopo otto canzoni si è seduta sul divano e ha detto: “Sono stanca, basta”. Una grande educazione, una persona leggerissima – tutte cose che a me piacciono da morire. Insomma…mi sono innamorato (ride, n.d.r.)… Meno male che non corrisponde, così almeno la mia famiglia è salva (ride, n.d.r.). No però, veramente, una persona importante, una di queste bellezze sconosciute che ci sono nel mondo musicale italiano, perché poi alla fine non ha tutta la notorietà che si meriterebbe.

Quindi magari lavorerete ancora insieme?
Erriquez: Ah, a me non pare vero! Tra l’altro ora mi è presa bene di unire la mia voce a voci femminili, e sono andato a cantare con un gruppo marchigiano che ha una cantante donna strepitosa, abbiamo fatto un lavoro con un gruppo che si chiama Turkish Cafe, abbiamo fatto una canzone con un gruppo tedesco che si chiama 17 Hippies e ha doppio cantante – lui canta in tedesco in inglese e lei canta in francese – , e abbiamo fatto questa canzone io e lei… E mi trovo veramente bene: mentre, avendo una voce così grossa e grossolana, ho sempre duettato con fatica con colleghi maschi, mi trovo più a mio agio con voci femminili.

Dicevi che l’ingresso in una major non ha cambiato nulla. I temi di questo album quali sono?
Erriquez: I temi sono venuti fuori in un posto incredibile che si chiama Alcatraz, che è questa “università libera”, come la chiama Jacopo Fo. Uno in realtà va lì e vede un agriturismo della famiglia Fo, però Jacopo è un padrone di casa incredibile. C’è una piazza centrale in questo villaggetto, con tanto di moneta e di conio, di documento d’identità che ti danno all’entrata… E Jacopo fa queste lezioni di “yoga demenziale”, in cui chiacchiera, parla, racconta di cose interessantissime – dalle stampanti 3D a perché le piramidi non sono in realtà delle tombe ma dei silos… Insomma, ti intrippa, ti dà la voglia di essere brillante. E vengono fuori delle discussioni un po’ da bar, si parla di tutto. E il parlar di tutto ha fatto si che questo fosse il primo disco che facciamo a non essere tematico: mentre “Ottavio” era la storia di un personaggio, mentre “Scaccianuvole” era la storia di un’insofferenza e di un’oppressione dall’inizio alla fine – sicuramente momentanea – , questo è dallo sfogo dell’incazzato di turno che c’è sempre, dalle confidenze fra amici maschi sulla sessualità alle donne che sanno fare tutto e però ancora oggi vanno in crisi appena aprono l’armadio e devono decidere come vestirsi. Insomma, sono temi leggeri, pesanti…un po’ come siamo noi…affrontati sempre con la nostra ilarità e con la voglia di trovare sempre il lato brillante, perché si superano meglio i problemi se c’è di mezzo la risata. Però sono temi a 360 gradi, un po’ come quello che trovi in un bar, in una zona in cui confluiscono varie anime con più o meno tempo per esprimersi…per cui si va anche da testi molto lunghi a testi cortissimi… Sono tutti momenti, quadretti. Certo, l’improbabilità emerge in ogni canzone, come in “Italian Expo”, che è una visione dell’Italia attraverso chi abbiamo esportato come capitale umano… Siamo un popolo improbabile. Io sono cresciuto in Europa, e se devo descrivere i tedeschi lo faccio a mio agio, perché i tedeschi hanno tanti punti in comune anche se sono diversi fra di loro. Noi siamo veramente un’accozzaglia di mentalità clamorose, per cui diventa tutto improbabile. In ogni testo trovi questo concetto forte, fatto dal gruppo più improbabile del mondo, nel senso che a noi da subito ci hanno detto: “Voi vivrete un’estate e basta”, “Voi siete troppo brutti, sporchi e cattivi per andare in teatro”, “Voi siete troppo maleducati per andare in televisione”, “Voi siete qua, voi siete là”, e dopo vent’anni siamo ancora qui con il sorriso a goderci questa vita meravigliosa che è la vita dell’artista e a farlo con l’umiltà necessaria, essendone ripagati già per altri sessant’anni.

Come te lo spieghi questo aspetto per cui voi eravate considerati “brutti, sporchi e cattivi” e invece avete ottenuto la risposta esattamente contraria?
Erriquez: Me lo spiego in tanti modi. Prima di tutto dalla vanità che colpisce molti vostri colleghi, soprattutto quelli meglio pagati, che perdono di vista immediatamente il fatto di essere dei critici musicali e di dover approfondire un disco, di sviscerare quelli che son stati i punti d’ispirazione. Io vengo dal Belgio e dal Lussemburgo, dove c’è una grandissima stampa musicale, e mi sono trovato a leggere degli articoli e delle descrizioni di dischi di cui non ho capito niente, tranne che al giornalista piaceva o non piaceva: io non voglio un tuo parere, io voglio che mi parli di musica, sei un critico musicale! Noi non sono neanche venuti a vederci, il nome Bandabardò l’hanno considerato un nome da centro sociale, “Questi vanno suonare alla festa dell’Unità, quindi son comunisti”, “A ogni concerto ci sono mille persone che saltano e che pogano”, cliché, cliché… Ce li hanno messi sopra, ma a noi non ci hanno fatto né caldo né freddo. Se non corrispondevi a dei canoni – soprattutto si parla del ’93, ’94, ’95, ’96 – il mondo musicale non si accorgeva di te, non ti voleva. E noi fin da quegli anni lì dicevamo: “Attenzione: state seguendo una strada, che è quella di ruotare tutto intorno al disco, quando il disco, come mercato, sta maluccio… Cari colleghi, andiamo sul live, cerchiamo di mantenere questo circuito.” Siamo stati in pochi a fare questa strada qua, ma ora ci sta premiando.

Celentano cantava “C’è Sempre Un Motivo”, voi “C’è Sempre Un Buon Motivo”. Qual è la differenza?
Erriquez: Mah, non so quali siano state le sue motivazioni. Le nostre sono che l’incazzatura è una cosa importante, ha bisogno di un buon motivo, non soltanto di un motivo. Siam capaci tutti a incazzarci solo per sentirci meglio del vicino, no? Iniziamo noi maschi, soprattutto a scuola, facendo i bulletti: tiri un cazzotto a uno e ti senti più forte di lui, e ti corrobori con questa stupidaggine. In realtà la capacità di arrabbiarsi, di appassionarsi a un problema e di cercare di risolverlo è fondamentale, ma bisogna che sia buono il motivo, che sia valido. Noi nella canzone ne citiamo di assurdi: come vengono trattate le donne ancora oggi in Italia, oppure c’è chi si infervora per l’eccidio di capitoni che c’è sempre sotto Natale… La parola “buono” è fondamentale, non è semplicemente una calzatura ritmica, ma è il considerare l’arrabbiatura e la passione delle cose fondamentali, anche in negativo, anche critiche.

Senti, ma questi temi – tu mi parlavi prima degli anni Novanta, quando eravate travisati ed etichettati come band di sinistra eccetera – possono magari risuonare in una parte politica del vostro pubblico?
Erriquez: No, che il nostro pubblico sia trasversale non sono io a dirlo – anche perché siamo pessimi ambasciatori di noi stessi e forse troppo restii alla vanità – , però abbiamo veramente un pubblico vastissimo ed estremamente trasversale. Noi siamo per il partito del buon senso: siamo convinti che, facendo le cose a modo e con pochi fronzoli ideologici, si ottenga un’Italia bellissima e ricca. Questa cosa, ahimè, non si trova né in movimenti di cittadini come può essere il Cinque Stelle né nei partiti politici, che ancora oggi sanno di ideologia, di freno ideologico alla modernità e al cambiamento. Devo dire che il mondo politico noi lo viviamo molto molto collateralmente… Siamo anche tanti, e già tra di noi non la pensiamo tutti allo stesso modo: c’è chi non vota e chi voterebbe assolutamente, magari anche andando a sbarrare la scheda, ma che considera il momento delle elezioni un momento fondamentale – parlo di me – , e c’è chi lo considera un partecipare a un gioco sporco e idiota, e cerca di combatterlo con la sua assenza. Ecco perché abbiamo sempre guardato con sorriso chi ci trattava da gruppo politicizzato, perché non vuol dire niente! Cioè, se io oggi in Italia parlo di calcio o di donne c’entra sempre Berlusconi, non è colpa mia… Già ne soffro abbastanza (ride, n.d.r.)… È che tutto è politicizzato! Scegli di difendere un ideale piuttosto che un altro e sei di sinistra…
Finaz:Poi si confonde l’idea di politicizzazione con quella di socializzazione, cioè di partecipare con le proprie idee alla vita sociale di un paese: questo non vuol dire essere politicamente schierati, vuol dire essere socialmente schierati. È diverso.

Forse vi caratterizza di più un’appartenenza culturale, o quantomeno filosofica?
Erriquez: Direi di si. Ci sono delle scelte di vita che sono veramente dei dogmi per noi. Per esempio non riusciamo a transigere dall’essere delle persone educate…

È una rarità…
Erriquez: È una rarità, ma è una gioia incredibile continuare a esserlo. Nel nostro piccolo siamo riusciti ad andare da delle comunità zapatiste per venti giorni, e abbiamo imparato più lì che in vent’anni di scuola, o di ventidue anni nel caso del batterista nostro, che è pluribocciato (ride, n.d.r.). Abbiamo imparato tanto: l’educazione, il fatto di condividere, la gioia di essere comunità… Queste sono le cose che ci mandano avanti, e non c’è niente di sinistra o di destra. È il buon senso, è il fatto di dire: “Ragazzi, siamo diversi, è inutile combattersi. Accettiamoci, e se una cosa lede all’interesse comune mi fai il piacere di fartela a casa tua e non qui.” A me sembrano dei discorsi di una banalità allucinante. Non è la quantità di luci e di proiettori, di giornalisti che riprendono il concerto e che scriveranno di te, non è niente di tutto questo: è una questione di rapporti umani, di educazione, di credere nella responsabilità… Sono cose belle alla fine, noi siamo ben contenti di essere così. Magari ci ha limitato nella nostra carriera, non lo so, ma francamente abbiamo avuto così tanto che a desiderare di più saremmo pazzi.

Quindi possiamo dire che questa sia una delle cose che più vi soddisfa del live?
Erriquez: Intanto ti dico una cosa che sono in molti a dire: mi fa molto più paura tirar fuori la chitarra in questo momento, con dodici occhi addosso, piuttosto che al Primo Maggio, che te sei lì e ti vien da ridere, perché hai davanti 800.000 persone più le televisioni, e proprio paura zero, perché la situazione è di festona allucinante, e non sei davanti a persone, sei davanti a una massa gigantesca. Invece a suonare alla tua ragazza, o con cinque o sei persone che ti ascoltano, hai quell’emozione. Per cui non è la quantità della gente che fa la bellezza o l’importanza del concerto, assolutamente. È una questione di aria, di bellezza del posto, di bellezza della gente… Nei posti sperduti danno molta più importanza al fatto di averti in casa loro. Per esempio ci sono dei posti all’interno della Sardegna dove andiamo solo noi e dei gruppi sardi praticamente, dove è un mese che aspettano il concerto e dove andranno avanti per tre mesi a parlarne. E tu ti senti molto gratificato da questa cosa, piuttosto che a suonare in festival in cui ogni sera c’è un concerto. Molto meglio far l’esploratore, andare veramente a casa della gente…

La filosofia del disco pensato in preparazione del live è ancora valida per quanto vi riguarda? Quanto componete componete pensando di portare poi queste canzoni sul palco?
Erriquez: La prima cosa è stata sempre il nostro motore. Siamo nati in un periodo in cui c’era ancora il rimasuglio di chi suonava tutta l’estate e poi faceva uscire il disco, perché tutto il tuo lavoro di musicista vero – quello di prendere la macchinetta o il furgone, fare i chilometri, andare a casa di persone, salutare, ringraziare, suonare, risalutare, riringraziare e andare via – era fatto in funzione della vendita del disco: era quello il motore economico e di classifica fra colleghi. Mentre noi siamo partiti subito dall’altra strada, abbiamo detto: “No, intanto noi andiamo in giro a suonare e ci divertiamo come delle bestie (ride, n.d.r.), e poi facciamo dei dischi”, e abbiamo sempre fatto dei dischi considerandoli, secondo me a torto, degli oggetti diversi da quello che è il live, nel senso che il disco era un momento in cui suoni con gli occhi chiusi, in cui sei più nottambulo, in cui cerchi di smussare quanto sei grezzo come musicista, quanto sei sporco…perché sai, poi nel disco in cuffia si sente. Ed è sbagliato, insomma. Questa volta, per la prima volta – lo dico e lo sottoscrivo – siamo riusciti a suonare un disco come suoniamo dal vivo. Abbiamo composto con totale libertà come sempre, però poi ci abbiamo messo dentro una carica, una passionalità… Se voi prendete i due lenti del disco, che sono “E Allora Il Cuore” e “C’è Sempre Un Buon Motivo”, suono suonati con una verve ritmica sotto che balli… Forse siamo solo noi a chiamarli “lenti”, perché la gente viene trasportata fisicamente, e non hai più il momento sognante, notturno, prezioso, elegante… Sono le cose che rimproveriamo ai nostri dischi passati, pur amandoli come delle creature e come dei figlioli: abbiamo sbagliato lì.

Quindi si può dire che è questo l’elemento che differenzia questo disco dai precedenti?
Erriquez: Secondo me si, e lo rende più brillante e più divertente in toto. È compatto, non ha i momenti di calo che in altri dischi onestamente ci sono, e non ha pezzi venuti peggio di altri. La cosa meravigliosa è che quando ci siamo trovati tutti – sette, otto, nove, perché poi la Bandabardò è oltre quello che vedete sul palco – e ci siamo chiesti: “Ragazzi, secondo voi quale deve essere il singolo da estrarre?”, sono venuti fuori sette, otto, nove titoli, tutto! E questa è una soddisfazione enorme per chi ha scritto e ha partorito il disco: le tue canzoni che svettano e che se la vedono a livello di singolo, non c’è più un basso, chi è venuto male, chi è venuto zoppicante, la canzone che magari la capisci dopo sei mesi che la suoni, non c’è più la canzone che dici: “Si, così si, ma perché c’ho l’impianto”. Le canzoni live possono essere fatte benissimo anche in studio. Una canzone come “Senza Impegno” anni fa ci sarebbe venuta molto più piccolina, non avremmo mai osato iniziare un disco col basso in levare o con la cassa finta da discoteca, per carità di dio… L’avremmo fatto dal vivo, magari. Questa volta ci siamo messi alla prova: abbiamo preso i pezzi e li abbiamo suonati identici.

Ci sono dei pezzi che magari avete deciso all’ultimo momento di lasciare fuori, oppure il disco è stato perfetto dall’inizio alla fine?
Erriquez: Perfetto dall’inizio alla fine. Questa cosa di lasciar fuori una canzone è successa solo in “Ottavio”. Era una cosa che volevamo fare anche a questo giro: volevamo arrivare ad avere una ventina di canzoni tra cui scegliere, però poi siamo arrivati a dodici in un attimo, ci sono piaciute tutte e abbiamo trovato in ognuna il suo modo di essere, il suo divertimento, il suo perché, il suo vestito. Ci sono state un paio di canzoni su cui siamo ritornati perché non giravano, ma è stato un lavoro molto veloce, proficuo, bello.

Che rapporto c’è tra il titolo del disco e il disegno sulla copertina?
Erriquez:Eh, si aiutano molto… C’è questo animillo disegnato da Jacopo Fo che è una tale accozzaglia di altri animali che uno non si immagina neanche come faccia a mangiare, con quella proboscide, con quella bocca e le due zanne, con quelle zampine corte… Come fa a sopravvivere? Eppure non solo sopravvive, ma c’ha anche un bel sorriso e c’ha un occhio di chi ha capito come va la vita. Io c’ho una frase degli zapatisti che mi rimbalza sempre, diceva: “La lumaca ci mette un giorno per arrivare a quel muro, ma lei non sa mica che la lepre ci mette un secondo”. Cioè, questo fatto di sentirsi inadeguati nella vita diventa normalità, vivere in un certo modo non è più un problema… Non è che cerchi di imitare chi va più veloce di te se la tua velocità è quella: se io ci metto un giorno, nel frattempo quel giorno lo vivo a modo mio. Ecco, questa copertina è molto legata al titolo, e se voi aprite la copertina dentro c’è una foto in cui siamo in sette o otto vestiti tutti con il nostro tipo di eleganza: non so, io mi metto la cravatta però c’ho gli zoccoli, quell’altro è vestito perfetto però c’ha i pantaloni del pigiama, uno c’ha tre cuffie l’una sull’altra…proprio per dire l’inadeguatezza totale, cioè il fatto di cercare di essere quasi invisibili nella società, ma in realtà spicchi proprio perché sei il classico invitato vestito male, quello che aveva sbagliato il vestito. Però siamo così, non possiamo passare il tempo a autocriticarci.
Finaz: Non è un problema…
Non è un problema! Ci riconosciamo molto nel termine “improbabile”. Ce l’hanno regalato cercando di ferirci ma c’hanno fatto un gran piacere.

Senti, ma in vent’anni da outsider vi sarà capitata un’incursione nel mainstream che ricordate… In maniera positiva, dico.
Erriquez: Mah, noi consideriamo mainstream qualsiasi cosa che abbia a che fare con la televisione, e ci siamo andati così poco che per noi trovarci dalla Dandini era come trovarci con Pippo Baudo… Ci è capitato per ben tre volte di essere invitati a Sanremo e per tre volte abbiamo opposto un netto rifiuto, facendo imbizzarrire la mia gente, ma insomma… Di solito quello che è il mainstream ci ha lasciato un po’ freddi. Mi viene in mente quando siamo andati in televisione a fare solo una canzone poi, che io per tre giorni ho avuto un malessere addosso…
Finaz: Si, forse è quello… Due giorni di prove per suonare due minuti e mezzo, un’ansia…
Erriquez: Terribile. Quella volta eravamo presentati dal figlio di quello dei Pooh…
Finaz: Di Facchinetti, si.
Erriquez: Ecco, francamente lì il fatto di essere inadeguati raggiunge delle vette insuperate (ride, n.d.r.). Mi sembrava di fare un mestiere che non fosse il mio, cioè ti senti proprio catapultato in un mondo diverso… Noi viviamo in un mondo fatto di fatica e di sudore… Fa strano quando incontri questi personaggi che hai visto in televisione. Mi ricordo una volta di essere stato invitato a cantare e a suonare la chitarra da Piero Pelù, quando fece il primo disco solista. Mi chiamò in studio per fare un pezzo e poi mi chiamò per cantare e suonare questo pezzo a Parma, e insieme a me era invitato anche Ligabue. Ci incrociamo in corridoio in veste di invitati al concerto, e io con la manina così: “Ciao Ligabue, sono Erriquez della Bandabardò”, e lui passa dicendo: “Lo so”. Ecco, per me questo è il mainstream. Per carità, non è che racconto questa cosa contro Ligabue, cioè, capisco anche lui… Zucchero che ti incontra a un concerto e non ti saluta assolutamente e non sa chi sei, poi ti incontra al Primo Maggio e allora sei in serie A, sei importante, e allora: “Ciao Bandabardò!”, con grande stima e grande affetto. Però veramente, vivono in un mondo un po’ nebuloso, non sanno bene quello che succede sotto di loro e hanno un modo di approcciarti strano. Cioè io boh, ho tanti amici e non li giudico in base alla loro bravura, perché un musicista deve essere considerato simpatico o antipatico in base a se è bravo? Questa è una distorsione. Io posso conoscere uno che fa l’elettricista, e non lo so come lavora…so che umanamente ci sei. Punto, non mi interessa altro.

Prima si parlava dei vari pubblici. Ma in tutta questa carriera ventennale c’è qualcosa che avete notato cambiare nel vostro pubblico?
Finaz:  Invecchiare, fare figli, sposarsi (ride, n.d.r.)…
Erriquez: No, in verità no. C’è sempre la stessa dannata voglia di usare il concerto come “ahhh” (“valvola di sfogo”, n.d.r.): “Qui nessuno mi giudica, e non sono obbligato a fare niente. Libertà totale di azione, basta che sono educato e non metto i gomiti in testa a uno, se no il cantante con la barba si incazza.” Se ti comporti bene ti trovi veramente in un divertimento corale, questo c’è sempre stato. Una cosa che ho apprezzato tantissimo è il fatto di vedere padri e figli ai concerti. Cioè, io se avessi visto mio padre ballare mi sarei messo a ridere! Invece un figlio vede il padre non solo ballare, ma cantare tutti i pezzi e portarlo da me perché lui già mi conosceva…e vedi questi occhi uguali tra padre e figlio che si guardano, e per la prima volta forse il figlio dare punti al proprio padre perché dice: “Ma allora anche te sei uno figo!”, e il padre che dopo anni finalmente ha col figliolo questa cosa insieme… Sono momenti esaltanti.

È mai successo che qualche figlio scappasse di casa dopo?
Erriquez: No, mi è successo una volta di vedermi arrivare un ragazzino di quattordici anni a Firenze, che mi dice: “Ciao Erriquez, io sono scappato di casa come hai fatto te.” E io dico: “Cos’ho fatto io? Ridimmelo?”, e lui: “Si, tu sei scappato di casa e sei andato ad abitare in Francia sotto i ponti.” Chiamai i suoi, che tra l’altro erano di Padova ed erano impazziti…erano le due di notte e aspettavano il figlio dalle undici. Invece il figlio la mattina aveva preso un treno ed era venuto a Firenze. Meno male che, essendo padre anch’io, ho saputo gestire (ride, n.d.r.).

Sono questi i momenti in cui senti di più la responsabilità?
Erriquez: Gli unici momenti, perché poi per il resto consideri le persone che ti ascoltano delle persone intelligenti: non hai messaggi, non hai consigli, non hai capito qualcosa che non ha capito la gente lì… Il cantante che ancora oggi sale sul palco e arringa la folla, spiega…no, magari ha trovato delle parole più belle delle mie, ma le dice nelle canzoni. Io l’unica responsabilità che sento è quella di rispettare le persone. È inutile che io parli di difficoltà di vita quando la gente è venuta con la voglia di divertirsi, di buttar via le proprie difficoltà. Io non so se tu che stai ascoltando sei un chirurgo che salva vite umane, sei uno che insegna a scrivere – mestiere spaventosamente difficile e nobile – oppure se sei un perdigiorno. Io esprimo le insoddisfazioni, le paure, le gioie, i dolori, le fantasticherie di un gruppo che si chiama Bandabardò nel modo più positivo possibile, perché così siamo, e con enorme rispetto per chi sente. Non ho la responsabilità di far sempre la stessa canzone perché abbiamo iniziato così e non si può cambiare…quelle son romanticherie che non ci appartengono. Né abbiamo mai espresso un concetto politico. Noi siamo come tutti voi: la mattina ti alzi, sei di ottimo umore e dici: “Che bella la vita!”, poi dopo cinque minuti pesti una merda di cane e dici: “Ma porca puttana, che schifo che è la vita.” Siamo così. Per cui ci può anche essere l’intervista, o la canzone, in cui ribalti anche il tuo modo di essere.

Cosa significa per voi essere al Pistoia Blues?
Erriquez: Mah, forse a questa domanda è giusto che risponda chi del blues ha fatto un’esigenza di vita (fa un cenno verso Finaz, n.d.r.).
Finaz:  Figurati, io me lo son seguito da quando ho iniziato ad aver l’eta della ragione e mi son perso pochissime edizioni… Ci ho visto passare la storia, a venti chilometri da casa. E alla fine ci chiaman lì…beh, una grandissima soddisfazione. In fondo è un festival fondamentale, uno dei più longevi d’Italia.
Erriquez: Prima di noi suona il batterista di Bob Marley…cioè, io mi vergogno (ride, n.d.r.)…
Finaz: Si, tra l’altro c’è anche questo aspetto. Può essere che qualcuno veda un po’ fuori luogo la Banda in un festival che si chiama Pistoia Blues, però penso che questa sia una visione un po’ superficiale. A parte che il festival stesso ha ampliato completamente il proprio raggio d’azione, per cui…
Sono rimasti pochi i festival storici, e per chi ci va a suonare sono un appiglio incredibile.

Un’ultima cosa. Ho letto che fate molta attività anche all’estero. Chi è che vi viene a sentire? Perché poi vi devono comprendere in qualche modo…
Erriquez: Esattamente, la nostra paura prima di tutto era quella. Siamo stati corroborati da commenti, soprattutto in Germania, del tipo: “Non abbiamo capito i testi, ma abbiamo capito di cosa parlavate dagli occhi”, per cui ci hanno dato questa garanzia. In Canada – soprattutto nel Canada francese – amano i musicisti in maniera impressionante, e hanno una venerazione per chi porta allegria e brillantezza musicale, per cui ci hanno adottato. La nostra soddisfazione più grande è quella di avere in Spagna, in Belgio e in Canada spagnoli, belgi e canadesi, e pochissimi italiani… Ed è quello che cercavamo. È stato ed è sempre bellissimo. Poi io mi picco di presentare sempre in lingua – in tedesco, francese e spagnolo me la sbroglio – , e un po’ spieghi, però comunque il fatto di non capire i testi è passato bene.

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