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  • Barbra Streisand – Encore: Movie Partners Sing Broadway

    Barbra Streisand

    Columbia Records / warner

    Data di uscita: 26-08-2016

    Loudvision:
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Sono passati davvero tanti anni da quando la voce inconfondibile di Barbra Streisand cantava per la prima volta “Don’t Rain On My Parade” e ad oggi quella parade non ha ancora visto ombra di pioggia: con il suo 35mo album “Encore: Movie Partners Sing Broadway”, la Streisand raggiunge per l’undicesima volta nella carriera il primo posto nella classifica dei dischi piu venduti negli USA, confermandosi come l’unica donna al mondo a detenere questo record. Tutto questo a 74 anni, una voce non più perfetta come un tempo, nell’epoca dello streaming gratuito (e del download illegale) e con un album di duetti su canzoni molto probabilmente sconosciute alla maggior parte del pubblico – soprattutto i giovanissimi – che non sia appassionato di musical di Broadway. Il che, dalle nostre parti, significa la stragrande maggioranza del pubblico, ed infatti in Italia Babs si deve “accontentare” dell’esordio al 12 posto.

Una delle ragioni di un successo del genere è certamente la scelta dei partner, tutti capaci, tutte star di Hollywood, ma c’è dell’altro. Mettiamola così: come mai attori anche molto in voga al momento (come Daisy Ridley, Melissa McCarthy, Anne Hathaway, Chris Pine  o Jamie Foxx) si ritrovano a duettare su canzoni ben poco hip con una signora che sembra vivere in un mondo tutto suo fatto di cuscini di satin rosa cipria, lunghe unghie laccate e cagnolini vaporosi immortalati tra vasi di fiori? Perché quella signora ha ancora un talento incredibile sorretto da una ferrea determinazione,  con i quali dirige ogni collaboratore, seguendo il processo di creazione dei suoi lavori dal primo istante all’ultimo momento di promozione. Così come qualsiasi attore si lancia senza pensarci due volte in un film se sa che reciterà al fianco di Meryl Streep, allo stesso modo la Streisand ottiene che i prescelti si affrettino a raggiungerla nella sala d’incisione.

In Encore non c’è nulla di lasciato al caso: Barbra sceglie i partner, sceglie le canzoni e fa cantare anche chi pensava (e noi con loro) di non essere in grado. La sua impronta è ovunque: quindi se vi piace la Streisand, questo disco fa per voi; se ascoltate questo disco senza aver mai degnato l’artista di attenzione e vi piace, allora vi piace la Streisand e di fronte a voi si schiude un mondo di meraviglie.


Un tempo, la cantante non ne aveva per nessuno, la sua voce era irraggiungibile e i duetti rari: da qualche tempo invece, le sue incursioni nel mercato discografico la vedono preferire la collaborazione con altri artisti. Anche il disco precedente “Partners” del 2014 è una collezione di duetti con altri cantanti, dove però la sua voce continuava a sovrastare le altre. In Encore invece questo non succede: Barbra Streisand non cerca più di rincorrere le note alte e perforanti di un tempo, ma appoggia tutta la performance canora sugli altri due pilastri fondamentali in cui eccelle: la tecnica sempre impeccabile, magari scendendo di un’ottava o più spesso lasciando al partner di turno l’onore degli acuti; e l’interpretazione.
Non a caso questo album riesce meglio del precedente: la protagonista si è circondata di attori che sanno cantare, e ciascuna delle canzoni scelte è una vera e propria scena che si dipana nella nostra mente, esattamente come se la vedessimo recitata su uno schermo o su un palco.

La capacità di interpretare con ogni modulazione della voce  è sempre stata la caratteristica più tipica dello stile della Streisand, ciò che la faceva rimanere un gradino più in alto di tante altre soliste con voci spettacolari: lei racconta cantando, e lÌ è la chiave della riuscita o meno dei duetti in questo album: se c’è sintonia col partner di turno, la canzone funziona e coinvolge come nel caso della prima traccia “At The Ballet” con Daisy Ridley e Anne Hathaway ( e Bradley Cooper che si limita a recitare alcune battute), ma anche “The Best Thing That Ever Has Happened” con Alec Baldwin, “Any Moment Now” con Hugh Jackman e la divertentissima “Anything You Can Do” con Melissa McCarthy. Non convincono affatto  “Pure Imagination” con Seth MacFarlane o “Take Me To The World” con Antonio Banderas, nonostante l’apprezzabile impegno di tutte le parti coinvolte.

Una piccola parentesi per “Pure Imagination”: l’attacco è pura Streisand. Lascia cadere ogni sillaba con delicatezza, come un goccia su uno specchio d’acqua e mentre l’increspatura si espande dissolvendosi lentamente, ‘’arriva la successiva nota, e tutte si fondono, convergono insieme in perfetta armonia, sottile ed elegante. Peccato che la cornice “scenica” cui l’interazione tra i due interpreti dovrebbe dar vita risulti posticcia.

Rimangono in una sorta di limbo i duetti con Patrick Wilson (“Loving You”), Chris Pine (“I’ll Be Seeing You/I’ve Grown Accustomed To Her Face”) e Jamie Foxx (“Climb Ev’ry Mountain”): Wilson ha una voce splendida, Pine è un insospettabile crooner provetto e Foxx conferma le sue notevoli doti canore, eppure non c’è la scintilla. Tra queste tre tracce, “Loving You” è la melodia di ampio respiro che si fa ricordare maggiormente, che in realtà lascia un retrogusto piacevolissimo.

Una nota a parte per “Who Can I Turn To”, cantata assieme a Anthony Newley grazie ad una sovrapposizione della traccia vocale della Streisand sulla base musicale dell’incisione originale del 1965 (Newley, amico della cantante, è deceduto nel 1999): lui è straordinariamente teatrale, nel video più famoso di questa canzone lo vediamo cantare con tutto il corpo, come Aznavour con la sua Bohéme, immaginatelo dunque con la Streisand… Due mostri di espressività che avrebbe fatto piacere veder cantare insieme, ed ascoltarli è un piacere per palati dai gusti intensi.

Nella versione Deluxe dell’album ci sono 4 ulteriori tracce: “I Didn’t Know What Time It Was” e “Losing My Mind” intime ballate jazz da locale buio e sgabello vicino al pianoforte, in cui la cantante non corre alcun rischio, “Not A Day Goes By” tipico assolo struggente da occhio di bue in mezzo al palcoscenico, reso in maniera molto delicata, un po’ come la terza bonus track, “Fifty Percent” che inizia con un dialogo recitato pre introdurre la Streisand come l’altra donna che si sente abbandonata. Questa è la più “narrativa” delle quattro, e funziona meglio delle altre nonostante le evidenti sporcature della voce che arranca molto sul finale.

 

L’album ha dunque parecchi alti e qualche basso, ma nel complesso l’impressione è favorevole: piace particolarmente che la perfezione delle scene astratte dipinte dalle voci, quei perfetti amori tormentati, quei perfetti drammi di vita che vivono nella cornice dei palchi di Broadway vengano raccontati da attori emozionati e dalla voce ormai non più perfetta della Streisand, che arriva quasi stiracchiata e sottile su quegli acuti sui quali un tempo avrebbe ruggito o fatto le fusa, ma che comunque -e lasciatemi usare due aggettivi abusatissimi- rimane sempre espressiva ed emozionante.

 

 

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Contro

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