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    Baroness

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Aggressività e intelligenza

Il debutto su full length dei Mastodon risale al 2001. Solo sei anni fa, eppure siamo già a fare la conta dei gruppi che a quel suono si sono ispirati.
Prendiamo i Baroness, ad esempio. Dopo due promettenti EP usciti per Hyperrealistic – e fantasiosamente intitolati “First” e “Second” – i ragazzi di Savannah, Georgia, pubblicano per Relapse Records questo “Red Album”. Che si apre (“Rays On Pinion”) con un crescendo che sa di Isis e lentamente si sposta su territori più metal. E prosegue (“The Birthing”) con un altro richiamo a “Remission” e a certe melodie di “Leviathan”. Tutto qui? Promesse non mantenute? Tentativo fallito di uscire dal (micro)trend? In realtà, basta arrivare a “Isak”, terzo brano del disco, per capire che siamo di fronte a qualcosa di più che un semplice gruppo-omaggio. Certo le radici sono e restano quelle: un certo post-qualcosa misto all’aggressività e alla tecnica dei Mastodon, con una tendenza alla dilatazione e alla ripetizione che può richiamare i Pelican.
E allora dov’è il quid, la differenza? Innanzitutto, il gusto per le melodie di chitarra, che attingono a piene mani dall’heavy metal dei primissimi anni ’80. Poi la voce: ad un ascolto superficiale potrebbe richiamare l’Aaron Turner del periodo “Panopticon” – “In The Absence Of Truth”. In realtà è più vicina all’assalto hardcore di Troy Sanders, con il sovrappiù di alcune linee vocali realmente memorabili, di quelle che ti fan venire voglia di scapocciare e cantare a squarciagola (“Wanderlust”). Infine, la capacità di incastonare influenze più o meno evidenti all’interno di un sound ben definito: i Thin Lizzy e il southern rock, un po’ di prog e i Sonic Youth di “Daydream Nation” (ancora “Rays On Pinion”) sono solo alcuni dei riferimenti che si ritrovano ascoltando “Red Album”. Che anche a livello di scrittura ha parecchie frecce al suo arco: qualsiasi rischio di staticità è scongiurato da un’ottima tecnica e dall’uso di strutture complesse senza mai sfociare nel cattivo gusto o nel cervellotico gratuito.
Tutto rose e fiori, dunque? In realtà, com’è ovvio, ci sarebbero un paio di appunti da fare: ad esempio, il disco sembra abbastanza nettamente spezzato in due parti, la prima più aggressiva e cerebrale, la seconda più dilatata e sospesa. E la voce, che a tratti è il vero punto di forza della band, in altri momenti è un po’ troppo monocorde per coinvolgere del tutto.
Ma in fondo si tratta solo di rimescolare in maniera ancora più efficace ingredienti che sono già presenti. Ed è chiaro che i ragazzi hanno il talento necessario per. Per ora, sono già molto più che una semplice promessa.

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