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Barry Jenkins presenta Se la strada potesse parlare

«Espressionismo romantico»: così Barry Jenkins descrive la rappresentazione della realtà filtrata dall’esperienza di Trish, giovane e coraggiosa protagonista del suo nuovo film “If Beale Street Could Talk“, che abbiamo visto alla Festa del Cinema di Roma 2018 e che arriverò nelle sale italiane all’inizio del prossimo anno con Lucky Red (qui la recensione).

Ma romanticamente espressionisti erano anche il precedente “Moonlight“, che ha catapultato il 39enne regista di californiano all’attenzione del pubblico internazionale, e il suo primo film, “Medicine for Melancholy“, inedito in Italia ma proposto in concorso alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2009.

Se il marcato romanticismo visivo di Barry Jenkins riesce a evitare le trappole del manierismo e dell’estetizzazione fine a se stessa, è grazie alla passione altrettanto forte che l’autore dimostra per la scrittura, per tutto ciò che riguarda la struttura drammatica del film — personaggi, relazioni, conflitti — in rapporto alla struttura storico-sociale in cui il film si colloca e con la quale instaura un confronto dialettico.

Nel caso di “If Beale Street Could Talk”, basato sul romanzo omonimo di James Baldwin (pubblicato in Italia da Fandango), l’approccio letterario è dichiarato fin dall’incipit con una lunga citazione tratta proprio da Baldwin che spiega il significato del titolo e si rivolge esplicitamente non allo spettatore ma appunto al «lettore»: «Beale Street è una strada di New Orleans dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz» e perciò «ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato in Beale Street [...]. Beale Street è la nostra eredità».

«Amo i libri di James Baldwin da quando ero al college – ha raccontato Barry Jenkins alla Festa del Cinema – Amo la sua scrittura, la sensualità della sua voce. E credo che “Beale Street” sia particolarmente rappresentativo del suo stile, perché mette insieme la parte più romantica e sensuale, quella che parla d’amore e di passione, e la parte politicamente schierata e fortemente critica riguardo all’ingiustizia sistemica della società americana».

La storia del ragazzo protagonista di “Beale Street”, Fonny (lo interpreta Stephane James), condannato per un crimine non commesso, esprime con molta chiarezza come l’unica possibilità di difesa verso questo sistema iniquo sia la famiglia, intesa non solo come legame di sangue ma come senso di appartenenza, di amore verso la propria comunità. A tal proposito, Jenkins nomina anche un altro scrittore statunitense, Ta-Nehisi Coates: «è stato definito da più parti il nuovo James Baldwin e ha scritto proprio di questo sentimento che i genitori neri provano alla nascita di un figlio. Sanno che quel figlio, per il fatto stesso di essere nato, è in pericolo, perciò il loro istinto non sarà quello di dargli libertà ma di proteggerlo».

Questa visione dell’amore come strumento di salvezza e protezione è predominante in “Beale Street”: «James Baldwin descrive bene la capacità degli afroamericani di preservare e celebrare la gioia, la bellezza e l’amore, e di trarne forza per resistere alle ingiustizie subite fin dalla nascita degli Stati Uniti. Allo stesso modo, nel mio film, non volevo che le difficoltà affrontate dai protagonisti li privassero della bellezza, perciò ho prestato molta attenzione al lato estetico, in collaborazione con il direttore della fotografia James Laxton, con la costumista Caroline Eselin-Schaefern e con lo scenografo Mark Friedberg. In questo ci ha molto aiutati il testo di Baldwin che è dettagliatissimo e descrive con precisione anche vestiti e acconciature».

Una cura per il dettaglio che contraddistingue anche lo stile di Jenkins: «sono stato un bambino introverso che imparava molto dalle persone osservandone attentamente i più piccoli, intimi gesti, e oggi che giro film incentrati proprio su come gli esseri umani si guardano, si toccano e sono attratti l’una dall’altro, cerco di portare quest’attenzione nel mio lavoro già in fase di sceneggiatura».

I «piccoli gesti» che caratterizzavano il tormentato protagonista di “Moonlight” sono però molto diversi da quelli che circondano la Trish (Kiki Layne) di “Beale Street”: «in “Moonlight” il protagonista era sfuggente, tendeva a nascondersi perfino a se stesso, dando anche agli spettatori una sensazione di distanza; viceversa, in “Beale Street” è come se la macchina da presa abbracciasse Trish, così come fanno le persone che le vogliono bene».

E se si parla di “Moonlight” è inevitabile parlare di Oscar, di quella notte in cui Warren Beatty e Faye Dunaway annunciarono “La La Land” come vincitore della statuetta per il miglior film per un clamoroso scambio di buste. E invece no, aveva vinto “Moonlight”.

«The Oscar was weird, man!», scherza Jenkins. «Dopo l’Oscar sono cambiate molte cose: prima dovevo faticare per ottenere un “sì” quando proponevo i miei progetti, mentre oggi è tutto più facile, e per “Beale Street” attori come Diego Luna, Dave Franco e Pedro Pascal hanno accettato con entusiasmo ruoli minuscoli. In questo momento della mia carriera devo però cercare di essere saggio e fare le scelte giuste, e magari dire anche qualche “no”».

Foto: Ilaria Piccolo

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