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Le battaglie non si perdono

Il primo full-length dei Battles era atteso tra gli scongiuri. Mentre i quattro sfornavano un EP dietro l’altro e firmavano per la Warp, infatti, lo scenario non era confortante: i cugini Don Caballero, dopo essersi tuffati in una colata di metallo, riemergevano con un disco più piatto di Ian Solo nella grafite; gli Hella, invece, con un album obeso e un po’ sguaiato dimostravano quanto degli alfieri del math-rock possano farsi male se inciampano nel prog. Infine arrivò “Atlas”, primo singolo estratto da “Mirrored”: ritmiche dritte, voce effettata in falsetto. Sopracciglia alzate.
Ma quando si fa girare il disco completo – sollievo – tutti i dubbi svaniscono. Il contatto non è particolarmente difficile: certo, le vocals spiazzanti sono un po’ dappertutto, ma se si riesce a superare lo stupore del primo ascolto esse si rivelano un efficace veicolo di propagazione di melodie divertenti e altamente infettive; il drumming di John Stanier è sicuramente più quadrato (pratico e buono, anche) della media math-rock, ma non è privo di sfumature, finezze e feeling: ciò che lascia davvero senza fiato di “Mirrored” è proprio l’equilibrio inarrivabile tra organicità del suono e effettistica elettronica precisissima, tra urgenza strumentale e pulizia da laboratorio. Ogni brano presenta peculiarità di cui non ci si può non innamorare: arpeggi spezzati, crescendo pseudo-funk, melodie fischiettabili e colpi di scena di sferragliante violenza si susseguono a cascata; e il tutto è permeato da un’ironia un po’ zappiana, giusto per non farci mancare niente. Ne risulta un sound completamente tridimensionale, che non conosce conflitti tra le componenti, che trascende i generi, che illustra come dovrebbe essere oggi il rock di domani, che è in grado di esercitare il proprio appeal su un numero potenzialmente enorme di ascoltatori, anche su quelli che sono portati – spesso a buona ragione – a identificare la complessità con la noia. E per questo i Battles meritano un plauso.

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