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La Parola dei Baustelle

Non ancora nato, c’è chi aveva riposto in questo operato pesanti aspettative. La risposta dei Baustelle, all’uscita del disco, è un occhio – di Rachele – che ci scruta dalla copertina. Quasi a chiederci “cosa mai vorreste da quest’album?”.
E in effetti è una domanda da farsi prima dell’ascolto del quarto lavoro dei tre ragazzi di Montepulciano. Ma magari l’interrogativo è inutile. Perché ogni singola canzone dei Baustelle dev’essere presa per quello che è: un insieme di immagini, di quotidianità ora, di fantasia poi. Ora glassa zuccherosa su torte colorate, ora grigio fumo di una Milano-giungla dove la legge del più forte vige imponente come unica regola.
“Amen” è il titolo di questo ultimo disco, ma anche la parola che indica la sacralità unificante delle quindici tracce. Brani che a modo loro, con le loro storie raccontano – o forse disegnano – un’idea di Dio. Dalla puttana in metropolitana a “L’Uomo Del Secolo”, dietro tutto c’è una realtà che ci obbliga a pensare all’aldilà. Forse in quanto vita, forse in quanto assurdo, illogico.
Le parole, che hanno sempre avuto ruolo più che fondamentale per Bianconi e seguito, stavolta sono accompagnate da sonorità altre, nuove ai Baustelle, nuove all’ascoltatore. Come per chiarire l’idea del mondo che non finisce qui; come per stupire, come per evitare l’assuefazione. Malatu Astatke, ospite dell’album, col suo jazz etiope ne è una prova. Ed è sua l’apertura del disco, quei venticinque secondi di pianoforte così poco metropolitani.
Il resto del disco lo è. [PAGEBREAK] Il resto è uno sguardo nostalgico tra le strade di un occidente rapito da Nintendo e spaventato dall’alieno. Quell’occidente con le sue serie televisive che tanto aggradano lo spettatore medio (ma è una razza?). “Colombo” conferma: gli architetti di Bel Air hanno poco a che vedere con Carlo Emilio Gadda, ma ci provano lo stesso a farsi illuminare dalla loro cognizione del dolore. Arriva poi l’arte contemporanea, un’installazione al Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli, ad ispirare la seconda traccia, scelta come singolo di presentazione dell’album. “Charlie Fa Surf”, l’adolescente che va in chiesa e fa sport (come suggeriscono i CCCP), richiama il ragazzino dalle mani inchiodate al banco di Maurizio Cattelan… o la scena di “Apocalypse Now”? D’altronde la cinematografia non è estranea ai Baustelle. Cinematografica è la loro concezione di brano, cinematografico è il loro intento, il loro estro. Tutta cinematografica è la loro volontà di lasciare le immagini solcare quelle note decadenti.
Ne “Il Liberismo Ha I Giorni Contati”, uno di quei brani che ai tre calza perfetto, si ritrovano le nozioni del loro primo lavoro, “Sussidiario Illustrato Della Giovinezza”. Il linguaggio riporta a quella delusione adolescenziale che fa ricordare le vacanze a Rimini, le doglie blu, le vertigini. Ora si parla dello sguardo di Anna. Ma con lo stesso sapore. L’ironia non manca, quella baustelliana per eccellenza (vede la fine in me che vendo dischi in questo modo orrendo). Ancora i ragazzini, la domenica dentro le chiese ad ascoltare la parola di Dio, fanno capolino in “L’Aeroplano”, quello che vola su Baghdad, tutta cantata da Rachele.
I martiri della bellezza e dell’amore sono elencati in “Baudelaire”, dove insieme al poeta maledetto muoiono Caravaggio, Luigi Tenco, Piero Ciampi, Saffo, Socrate. Le fughe di Bach, le bambole di Modigliani e i film di Rohmer sono invece agnelli sacrificali sull’altare di un altro pianeta nella romantica “L”. Qui è l’amore che viene captato anche se la distanza è una galassia. Se arrivasse d’improvviso un’altra specie sarebbe giusto presentargli il bene, non il male. Una speranza con un sottofondo musicale, bellissima.
Ha il titolo di un cannibal movie di Joe D’Amato l’ottavo pezzo di questo “Amen” così poco poetico. Sì, “Antropophagus” è inserito in un album dalla poeticità tanto essenziale quanto assente. E non ne perde in bellezza. È solo la necessità di cantare parole e concetti accessibili e ben spiegati che porta a quella parola che è parola è basta, mai metafora, mai si confonde.
“Panico!” è dedicata a Lee Hazlewood, produttore, cantante e autore americano (quello dei testi di Nancy Sinatra per intenderci!) scomparso lo scorso agosto. “Alfredo” sa di cantautorato italiano nelle note, di cristiano spirito di protesta nelle parole. Un’Italia in caduta libera che mostra gli orrori in tv con lo stesso audience di una partita di calcio, un bambino che prega alternando ai versi le brutali immagini. Allusione più che evidente all’Italia contemporanea. “Dark Room” è firmata Francesca Genti e condotta da una Rachele che da dea disillusa si arrende ad una fumata veloce.
“L’Uomo Del Secolo” è po’ stile “si stava meglio quando si stava peggio”, ma cade nella commozione quando si legge tra le parole il ricordo del nonno di Francesco. “La Vita Va”, canta Rachele. E se alla felicità ci si arriva a nuoto, più difficile è l’amore che fatica a farsi prendere.
“Ethiopia” è un pezzo strumentale che si unisce all’ultimo brano, “Andarsene Così”, per creare un’unica idea dell’andar via. Sarebbe bello andarsene da qui, da tutto il grigio dei disegni precedenti, penserebbe l’ascoltatore. Ha voglia di fuggire Francesco, ma tratteniamolo qui ancora un po’. I suoi lavori sono ancora doni rari per il bel paese.
Il meno immediato dei lavori dei Baustelle è un album che ha tanto da dire, che poco risente di una casa discografica grande e pretenziosa. Francesco, Rachele e Claudio son riusciti a tenersi legato quel modus narrandi che li ha battezzati, fatti crescere e condotti al marchio d’autore in quattordici anni di carriera (con tanto di lungo anonimato!). Merita tanti ascolti, e probabilmente ci saranno visioni diverse ad ogni play. Ma ci sta bene. Ci sta bene vedere quelle immagine mutare. Quasi come se dipendesse dal nostro umore, dalla nostra voglia di cambiare. Come un palindromo. Come i doppi sensi. Come l’istinto e la soggettività. Come la fantasia.

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