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Baustelle: balliamo un lento con i nostri fantasmi

Il mondo della Musica, è “quel” mondo capace di circondarci, accogliendo sogni, speranze, desideri.
È quello specchio, quel filtro, dove ci riflettiamo e riusciamo a decifrare chi ci sta attorno, oltre a noi stessi.
Dove, talvolta, affoghiamo le nostre paure.
Cosa succede quando riusciamo a penetrare al suo interno?
Quando ci troviamo dinanzi ai nostri miti?
O ai nostri “fantasmi”?

Sono le domande che mi sono posta prima di iniziare questa chiacchierata con Francesco Bianconi, leader dei Baustelle.
Perché, molte volte, “ciò che ci fa paura siamo noi”.

Ciao Francesco, benvenuto su Loudvision! Sono molto felice di poterti intervistare. Per cominciare, mi piacerebbe chiederti, quali sono i motivi dietro alla ristampa de  “La Moda Del Lento”? Disco che vi ha lanciati al successo dieci anni fa.
Ciao, il piacere è tutto mio. Guarda, è stato un insieme di cose, innanzittutto il disco non si trovava più, era fuori catalogo da tempo. In tanti ce lo richiedevano, ci sentivamo spesso dire “Perché non lo ristampate?”, ed effettivamente la richiesta era più che giusta, soprattutto in un periodo come questo, in cui la musica è tutta disponibile – spesso anche gratis – ci sembrava strano e ingiusto che un disco così importante per noi non fosse più reperibile. Addirittura dei ragazzi ci dicevano di averlo trovato su e-bay a 200 euro! E quando ci domandavano “Ma che faccio, lo devo comprare?”, noi rispondevamo “No! Non devi comprarlo, ma sei pazzo a duecento euro?!” (ride n.d.r.).

Questo, in sostanza, è il primo motivo, o meglio quello principale.
Al di là delle celebrazioni – noi avevamo già fatto una celebrazione del decennale del nostro primo disco e non volevamo fare altri festeggiamenti – questo disco non si trovava più e ce lo chiedevano in tanti, ma a differenza del “Sussidiario Illustrato Illustrato Della Giovinezza” che era di nostra proprietà, perché avevamo ricomprato il master del disco, “La Moda Del Lento” (per una serie di strani giri) non era di nostra proprietà, di conseguenza non eravamo più liberi di ristamparlo.

Dov’era finito?
Abbiamo fatto una ricerca, scoprendo che era finito nelle proprietà di Sony Music. Forse, loro non sapevano neppure di averlo. Da lì in avanti, abbiamo avviato una serie di “azioni” diplomatiche, che si sono concluse con la ri-pubblicazione del lavoro che è coincisa casualmente con il decennale della sua esistenza. È caduta bene, per i dieci anni, la ristampa, ma non era nostra volontà celebrare un nuovo compleanno per “La Moda Del Lento”.

Un insieme di coincidenze fortuite, quindi. Fra l’altro “La Moda Del Lento”, è stato il disco che mi ha permesso di scoprirvi. Ricordo ancora il clip di “Arriva Lo Ye Ye” su Mtv…
(ride n.d.r) Sì, è stato il primo disco di cui abbiamo potuto realizzare un videoclip. Per “Sussidiario”, che come sai è stato il nostro lavoro d’esordio, avevamo ricevuto buone recensioni, ma non c’è era mai stata la possibilità di girare nessun video. Con “la Moda Del Lento” abbiamo realizzato prima “Love Affair” e poi Arriva Lo Ye Ye”, come ricordavi giustamente tu, che sorprendentemente ci hanno portato un’alta rotazione su Mtv e visibilità, certo. Io iniziamente ero molto scettico, incredulo: era molto difficile passare di giorno su Mtv, per un gruppo indipendente. Evidentemente i nostri clip piacquero molto.

Ora invece siete impegnati con il Minimal Fantasma Tour che vi vede esibirvi in chiave acustica. Cosa vi ha lasciato un disco bello, “monumentale” – passami il termine- come “Fantasma”?
Un disco, certo, una volta che è stato partorito, prende un suo corso, acquista vita propria. Come avete sentito crescere “Fantasma”? Te lo chiedo soprattutto anche alla luce delle vostre esibizioni dal vivo.

“Fantasma” è un disco “monumentale”, hai detto bene tu. Personalmente è il disco che preferisco dei Baustelle, è multiforme, contiene più sfumature, sarà anche merito degli arrangiamenti incentrati sull’orchestra sinfonica, ma dopo una prima parte della tournée in cui l’abbiamo riproposto come su disco, ci siamo accorti che “Fantasma” poteva essere vestito in una maniera diversa, poteva essere semplificato, senza perdere alcun valore.
Per questo abbiamo deciso di fare un’ultima serie di concerti in versione minimale, simile ad un unplugged: chitarre acustiche, pianoforte, senza batteria o chitarra elettrica. Ad accompagnarci, inoltre, un quartetto d’archi.
Questa è poi la forma in cui le canzoni più o meno sono nate, proprio perché sapevamo che dovevano essere vestite da un’orchestra gigante, abbiamo deciso di riportarle alle origini, alla versione originaria.

Fra l’altro, ho visto che recentemente avete dato un vostro commento ai brani de La Moda Del Lento, proprio sulla vostra pagina facebook ufficiale.
Sì, ci siamo divertiti a raccontare aneddoti attorno alle canzoni, episodi personali. Quindi saprai bene che “Arriva Lo Ye Ye” non è fra le mie preferite. (ride n.d.r.)

Sì, l’ho letto. Ma c’è qualcosa, Francesco, del repertorio dei Baustelle che non ti rappresenta più? 
No. Certamente ci sono brani a cui sono legato maggiormente, ma non mi sento di rinnegare nulla di ciò che ho fatto. Non c’è niente che “non mi rappresenta più” o dove non mi sento a mio agio. Magari se oggi mi ricapitasse di lavorare su certi pezzi, lo farei in maniera differente, quello sì.

Riesci a vedere un seguito, dopo “Fantasma”? Come pensi che potrebbe suonare il vostro prossimo disco?
Guarda, al momento non riesco ad immaginarlo, sono sincero. Proprio per il suo essere pieno di sfumature, di sonorità, per la sua completezza “monumentale” come abbiamo detto prima, “Fantasma” non finisce di stancarmi. Mi sento molto a mio agio fra i pezzi, sono contento di come suona e di come posso suonarlo, è un disco molto grosso, con molte canzoni al suo interno, quindi mi riesce molto difficile immaginare “qualcosa dopo”. Mi piacerebbe ricominciare a scrivere canzoni più piccole, con un vestito più leggero.

Ti faccio fare un salto indietro nel tempo. Te lo ricordi il tuo primo approccio con il mondo della musica? Quando te ne sei innamorato?
Guarda, è stato un episodio banale a farmi innamorare del mondo della musica. Da piccolo, andavo con i miei genitori al mare e mi ricordo un ragazzo che suonava la chitarra sulla spiaggia: attorno a lui si formavano grandi capannelli di persone che lo ascoltavano rapite o semplicemente incuriosite. Ricordo di aver pensato che mi sarebbe tanto piaciuto un giorno essere come lui. Ed è strano perché io sono una persona timida e schiva, però mi piaceva questa cosa che questo ragazzo trasmetteva, questa sorta di dono magico.
Quindi il mio primo innamoramento lo ricollego a questo episodio.

Ti interessava già allora la funzione sociale e comunicativa della musica. C’è un brano molto bello in “Amen” che si intitola “Antropophagus”, personalmente, mi ha sempre colpito il punto “Amiamo l’uomo e il suo sapore, i signori e le signore, il loro eterno roteare come agnello nel kebab”.
Qual è il sapore dell’Uomo? Come vedi la razza umana?

Mah, come sempre, l’uomo è un animale con coscienza di sé, un animale pensante, a differenza degli altri animali…
da un lato un bene e dall’altro un male.
È un animale con capacità cognitive più elevate rispetto al regno animale, questo può farci del male. Ed è sempre stato così, se guardi la storia, le guerre, la violenza… l’uomo può decidere di uccidere un altro suo simile perché ha bisogno di più potere, di più denaro, per motivi futili… Questo più o meno è sempre stato così. Vuoi un mio commento sull’uomo occidentale in questo periodo?

Certo, se ti va.
Guarda, credo che non ci sia molto altro da aggiungere. La società occidentale sta passando un periodo di profonda crisi che ha origini da cause economiche, ma investe tutto, la sfera dei valori umani, culturali… del vivere. Siamo in una fase di crisi profonda, speriamo che l’uomo, in quanto essere pensante, riesca a superarla e non si trascini nel baratro.

Tu sei nato in un paesino della provincia toscana e nei tuoi testi ci sono anche rimandi all’infanzia (penso al brano “Le Rane”) e alla dimensione agrodolce della provincia. Sarebbe cambiato qualcosa se fossi nato in città?
Sia la provincia che la città possono essere malinconiche; io vengo da un piccolo paesino di campagna, quindi inevitabilmente questa cosa l’ho vissuta e torna nel modo in cui descrivo, affronto le cose. Qualcuno diceva che “la provincia è una condizione”, non tanto geografica, ma una condizione dello spirito. Credo sia abbastanza vero, però a me provenire dalla provincia per certi versi è servito: mi ha dato disincanto, una maniera più solida e razionale – forse – di ragionare e affrontare le cose; un modo per non perdermi e per stare a galla.Anch’io vengo da un paesino della provincia e mi ritrovo nelle tue parole. Siamo ormai alle ultime battute, ti andrebbe di fare un gioco?
Sì, mi incuriosisci, perché no?Scegli tre pezzi del vostro repertorio che ti sono rimasti più nel cuore e abbinaci un’opera d’arte a tua scelta.
Ah, mi metti in difficoltà (ride n.d.r.)… è difficile, aspetta.. beh se dovessi scegliere così a bruciapelo ti dico “Il Corvo Joe” (“La Malavita”), “Nessuno” (“Fantasma) e “L’Indaco” (“I Mistici Dell’Occidente”).
“Nessuno” la collego ad un’opera di Francis Bacon, così senza un apparente motivo, semplicemente mi sembra ci stia bene, ora.
“L’Indaco”, invece, è una canzone quasi metafisica, la vedo bene abbinata alla scuola rinascimentale – te lo dico senza pretese – la accosto allo stile di Leonardo o Michelangelo.
E poi… certo, “Il Corvo Joe”. Lo vedo come un inno ai poeti del male, penso a William Turner.

Francesco mi saluta cordiale, ringraziandomi.
Mentre sto per riagganciare, ripenso alle domande che mi ero posta inizialmente; com’è stato – dunque – incontrare un pezzo della mia storia musicale? Uno dei miei miti/ “fantasmi”?
Al di là dell’emozione prevedibile, questa chiacchierata ha confermato la bravura umana ed artistica di Bianconi e, non da ultimo, mi ha regalato la sensazione impagabile del “trovarmi” fra le sue parole e del “prevedere” quali sarebbero state le successive.

La danza coi fantasmi si conclude con un arrivederci ed un’ultima piroetta:

“Gli spettri abitano dimore gotiche
Come succede in Edgar Allan Poe.
Ma quelli che fanno più paura sono qui
A ricordare il tempo agli uomini
Gli spettri agitano coscienze storiche
Fatti epocali, stragi piccole
Colpe e peccati e scie di cenere
Ciò che ci fa paura siamo noi.”

 

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