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Baustelle: Dichiarazione di guerra al qualunquismo

Formatisi a Montepulciano nella prima metà degli anni 90, i Baustelle hanno da sempre incuriosito, affascinato e in certi casi spiazzato pubblico e critica per la loro originalità e capacità di miscelare con gusto e ricercatezza molteplici stili musicali: dalla canzone d’autore francese e italiana all’elettronica, passando per la new wave, le colonne sonore degli anni sessanta/settanta fino alla bossa nova.
Reduci dal rilascio del loro sesto album “I Mistici Dell’Occidente” e da un mini-tour promozionale, i Baustelle si concedono ora una tournée estiva in giro per l’Italia, non prima però di averci concesso questa piacevole chiacchierata.

Ciao Francesco e benvenuto in Loudvision! Parliamo subito del vostro ultimo album, “I Mistici Dell’Occidente”, che prende il titolo da un’antologia di Zolla, grazie alla quale avete dichiarato di esservi avvicinati ad alcuni mistici del Medio Evo, che considerate per certi versi attuali. In che cosa, nello specifico?
Sai, ci sono epoche storiche in cui l’uomo tende all’individualismo e al materialismo. Ed è in questi periodi che si è portati a dire “ok, fermiamoci un attimo a pensare se veramente questi valori che la società impone come fondamentali, se tutta questa attenzione per l’individuo e per i beni materiali, sono l’unico modo possibile di vivere”. A me personalmente sta un po’ succedendo questo; non significa convertirsi a chissà quale religione, ma cominciare a ripensare a quali sono i valori importanti per la vita dell’uomo. Alcuni mistici medievali, ma addirittura anche filosofi precristiani ben prima di me, si sono fatti queste stesse domande e leggere le loro riflessioni è interessante e stimolante. Anch’essi parlavano ad esempio dell’attenzione da dare alla ricerca spirituale piuttosto che ai beni terreni: una tematica estremamente attuale nella nostra epoca.

Nel vostro ultimo lavoro si respira molto l’aria delle grandi atmosfere morriconiane, con maggior declinazione alla produzione western. Non si può pertanto non pensare a lavori come “Giù La Testa” o “Vamos A Matar Companeros”, e a questo proposito mi piacerebbe un tuo commento sulla frase di Mao che dà inizio al capolavoro di Leone: “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo. Non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza.” Sei d’accordo? E la vostra che tipo di rivoluzione è?
Sono d’accordo che la rivoluzione sia necessariamente violenta, ma non sempre in senso letterale. Anche cominciare a pensare in maniera totalmente diversa rispetto allo stato attuale delle cose, anche sostituire un pensiero generale con uno nuovo, può essere una forma di violenza. La rivoluzione non necessariamente si fa con l’uso delle armi. Poi bisogna anche considerare che quella frase è ben circoscritta in un determinato momento storico, in un contesto in cui forse c’era bisogno anche della violenza nella sua accezione più cruda. Io credo invece che, in questo momento, si può essere rivoluzionari anche soltanto provando a pensare in maniera diversa dal pensiero dominante.

Nel brano “Le Rane” si accenna ai danni dell’inerzia nella vita delle persone. Quando dici “Il tempo ci sfugge ma il segno del tempo rimane”, il riferimento va anche ai tempi e all’età in cui si aveva un coraggio corsaro e una forza di partecipazione più viva. Quali segni del tempo, della passività e dell’astensionismo sono più gravi oggi, secondo te?
Secondo me siamo diventati troppo pigri. Prendiamo tutto come buono, c’è una pericolosa sorta di qualunquismo diffuso. Noi in Italia siamo stati l’unico Paese che addirittura ci ha fondato un partito, il partito politico dell’uomo qualunque. Forse ce l’abbiamo nel DNA, il fatto di essere qualunquisti.

A proposito, una tua celebre dichiarazione parlava di andarsene dall’Italia, e ci chiedevamo se questo viaggio metaforico si fosse in parte concretizzato nell’ingaggio di un orecchio anglofono come Pat McCarthy per produrre il disco. Come nasce questa collaborazione?
Non ci avevo mai pensato, ma forse questa collaborazione un po’ può essere vista così! Ci tengo comunque a precisare – per chiarezza – che quella dichiarazione era una provocazione. Volevo semplicemente stimolare le persone facenti parte del mondo della cultura e dello spettacolo, privilegiate dall’attenzione dei media, che non si riconoscevano nel contesto sociopolitico in cui ci troviamo ad avere il coraggio di dichiarare la propria posizione. Dichiarare quindi di non trovarsi bene in questo paese e di non essere allineati con l’organizzazione della società italiana, in modo da fare da cassa di risonanza e far capire che non siamo tutti addormentati o assuefatti a certe logiche e politiche, ma che abbiamo il coraggio di prendere posizioni, anche scomode.
La mia non era una dichiarazione programmatica e ci tengo a precisare che io considero l’Italia un paese bellissimo; solo non mi piace l’organizzazione politica, sociale e culturale degli ultimi tempi.
Il fatto di Pat Mccarthy e dell’orecchio anglofono, molto probabilmente deriva anche da quello, nel senso che pensandola un po’ così negli ultimi anni, forse inconsciamente abbiamo cercato un orecchio non italiano per trattare le nuove canzoni in maniera originale e diversa.

Fin dagli esordi i Baustelle hanno sempre parlato in maniera indistinta di bellezza e di orrore, di fatalità e responsabilità, del nostro cinismo, ma anche dei pregi e difetti dell’idealismo. Le vostre parole son sempre state forti e hanno sempre fatto sensazione, ma il lettore attento ha capito che voi in realtà siete sempre equidistanti. Non suggerite delle verità, ma una maggior coscienza. Questo come cambia e come si attualizza come approccio ne “I Mistici Dell’Occidente”?

Dire delle verità, annunciare dei proclami o degli insegnamenti non è nelle mie corde sinceramente… non mi piace fare il profeta di nessun genere. Chi scrive canzoni, come chi scrive romanzi o chi scrive poesie, lancia un messaggio che è una propria versione e visione del mondo: io mi limito a fare questo, come scrittore di testi. Questo non significa essere equidistanti o non volersi sporcare le mani. Ci sono delle canzoni e dei testi dei Baustelle che dicono delle cose ben precise e che sono anche abbastanza schierati. Chi scrive una poesia o una canzone è sempre in guerra; è sempre in qualche modo belligerante. Ciò che cambia è il modo che può essere più o meno visionario, più o meno poetico, più o meno lirico: quello dipende dalla modalità del discorso e dalla sensibilità personale.[PAGEBREAK]

Il brano – nonché primo singolo estratto dall’album – “Gli Spietati” è pieno di riferimenti cinematografici, letterari e di citazioni musicali. Però, a noi sembra fondamentalmente una canzone d’amore dal sapore amaro, se vuoi malinconico e un po’ metafisico. È l’amore a essere senza pietà, oppure siamo noi a dover essere come gli spietati, che sanno uccidere senza dare seconde opportunità?
Sono d’accordo con te sul fatto che “Gli Spietati” sia una canzone, al di là di tutti i riferimenti, d’amore. Il brano si interroga sulla possibilità del vivere, di raggiungere la felicità tenendo a freno le passioni e raggiungendo una sorta di pace dei sensi. È una tematica vecchia, che esiste in quasi ogni religione, e filosofia: già secoli fa ci si interrogava sul valore della felicità e su come raggiungerla. Noi abbiamo ripreso questa questione interrogandoci sulla possibilità di trovare pace e felicità attraverso una sorta di Nirvana, di distacco dai sensi e dalle emozioni.

Francesco, ritieni che la vostra musica abbia ancora molto a che fare con l’intimità dell’animo umano? Cioè, ritieni che, come è sempre accaduto anche nel “Sussidiario Illustrato Della Giovinezza”, il centro di interesse dei Baustelle sia il mondo interiore, anche quando si affrontano temi socialmente più globali?
Penso di sì. Io penso e rifletto molto e mi piacciono le canzoni in cui si indaga la profondità dell’animo umano. Tutte le cose che mi piacciono in letteratura e nell’arte in generale sono molto incentrate appunto sulle analisi dei moti interiori. E comunque ritengo che si possa indagare l’animo umano tanto in canzoni d’amore, quanto in canzoni politiche o più rivolte alla dimensione sociale dell’uomo.

Toglici una curiosità: com’è finita la querelle con il sindaco di Follonica? Che, ricordiamo, si è un po’ indispettito per la vostra canzone. Avete avuto poi modo di chiarire, vi ospiterà per le vacanze estive?
No, nessun chiarimento ulteriore. Non mi importa niente di andare a spiegare la canzone al sindaco di Follonica. Quindi il mio è un no comment sulla questione.

Concludiamo con due domande di rito: l’ultimo disco che hai comprato e l’ultimo concerto a cui sei stato in veste di spettatore.
Allora, l’ultimo concerto a cui sono stato in veste di spettatore è stato quello di Rufus Wainwright a Milano, un concerto pianoforte e voce che mi è piaciuto moltissimo. L’ultimo disco che ho comprato è… accidenti, ne compro talmente tanti che non ricordo più… aspetta un attimo, perché voglio essere preciso. Ecco sì, quello di Midlake.

Francesco, ti ringrazio moltissimo per la tua disponibilità e speriamo di averti nuovamente sulle nostre pagine!

Figurati, grazie a voi.

Special thanks to: Roberta Bernasconi per aver contribuito alla definizione delle domande.

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