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Baustelle: “L’amore e la violenza”, canzoni d’amore in tempo di guerra

Esce oggi, venerdì 13 gennaio, il nuovo disco dei Baustelle, “L’amore e la violenza”. Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi ci hanno raccontato com’è nato questo nuovo lavoro discografico dei Baustelle durante un incontro con la stampa negli uffici Warner a Milano. Ecco cosa ci hanno detto.

Vorrei partire dal titolo, insomma “L’amore e la violenza” sono due termini anche contrapposti…

Francesco Bianconi: Sto cercando di dire una cosa diversa di altre cinquanta volte. E’ nato tutto dal titolo, perchè in genere noi scriviamo prima la musica e poi passiamo a scrivere i testi. Ho attualmente il blocco dello scrittore: mi trovo davanti queste canzoni che sono tutte le caselle da riempire, quindi una strategia potrebbe essere darsi banalmente i temi come si da una limitazione, una gabbia. Il tema di questo disco, è osservare il mondo che è nello stato di guerra quindi parte tutto dall’idea di guerra, ma di tipo diverso anche dal concetto a cui siamo abituati, una guerra che entra abbastanza nel privato, nell’intimo. E quindi l’idea è stata questa – perche non fare un disco di canzoni d’amore in un ipotetico tempo di guerra? Ipotetico poi neanche tanto… E quindi si sono cominciate ad accendere delle lampadine. Se ci pensate sono storie d’amore molto liriche, poetiche ma c’è sempre questo contesto nel sottofondo della guerra.

Secondo te qual è il valore aggiunto di raccontare l’attualità in questo modo, cioè poeticamente?

F.B.: Non so se è il valore aggiunto. E’ un modo attraverso cui chi non è un giornalista racconta il mondo nel senso, e parlo dell’arte nel generale, di raccontare anche la contemporaneità attraverso un’ottica che per forza di cose è distorta, in certo senso privata. Altrimenti uscirebbero fuori canzoni-trattatello sociologico, storico, e non è questo il compito di chi scrive le canzoni, ma neanche di chi scrive poesie o letteratura. In realtà, c’è sempre un filtro molto soggettivo e a maggior ragione stavolta che ce lo siamo messi proprio come programma e cerchiamo di essere molto soggettivi nel raccontare una cosa totalmente pubblica e totalmente politica come lo stato di cose che l’occidente sta attraversando in questo momento. Poi puoi essere più o meno bravo ad acchiapparlo, questo contemporaneo, puoi starci più dentro, puoi essere comunque molto privato, puoi essere piu descrittivo e impersonale però di fatto “L’amore e la violenza” siamo noi, il nostro intimo calati in contesto di guerra, sono canzoni d’amore sotto i bombardamenti.

Nella canzone “Eurofestival” da una parte c’è una melodia orecchiabile e abbastanza ritmata e allo stesso tempo c’è un testo apocaliptico. Il nostro futuro secondo voi è davvero così apocalittico?

F.B.: Io non lo trovo apocalittico, gioca ironicamente su delle cose anche tristemente vere, però il modo in cui lo fa pone molto il discorso sul piano ironico, spero nel senso alto del termine, mischiando i jihadisti e lacrimachristi. Insomma gioca sui contrasti. E’ il ritratto di una specie di una grande fiera, un grande circo dove si mischia tutto, il caos che disorienta, e non è l’apocalisse. Personalmente mi trovo sempre più spesso a constatare questo stato d’animo mio personale dell’essere dentro una cosa da cui vorrei staccarmi. La canzone dice “vorrei ritirarmi dal festival” – io vivo spesso in questo stato di volermi ritirare dal festival. Quindi non è l’apocalisse, anzi, ha pure le sue positività. Questo stato di volersi ritirare dal festival non è una messa in constatazione della propria incapacità di fare qualcosa. Esprime quando ti senti disallineato dall’andazzo generale delle cose. Non c’è rinuncia, non è l’ispirazione al suicidio, sono d’accordo con Manlio Sgarambro che diceva che quest’epoca non merita il suicidio. Una volta sì, ma adesso tutto questo non merita neanche la protesta del suicidio. No, vorrei un mondo migliore, vorrei annullarmi come una nobile sparizione.

Raccontateci qualcosa sulle sonorità, chiamiamole un po’ “vintage”, di questo album…

F.B.: La parola “vintage” non si può utilizzare (sorride, ndr)

Rachele Bastreghi: Neanche il “digitale”! (sorride, ndr)

F.B.: Perchè ricorrono sempre due cose sui Baustelle: il citazionismo e il vintage. Allora, i Baustelle non mettono niente di loro? A parte gli scherzi, un utilizzo proprio dogmatico oserei dire, perchè siamo sempre stati forse dogmatici di certi strumenti, non direi “vintage” che suona un po’ modaiolo, fighetto. Noi crediamo che a volte la storia, come dice Umberto Eco, giustamente cammina all’indietro, ci sono delle tecnologie che sono state inventate nel 1942 che ancora oggi risultano all’avanguardia. Per esempio la cosa basilare, il microfono con cui Adele canta il suo successo planetario sarà una roba tecnologiocamente immutata dagli anni ’30 e ancora vincente. Ritornando a noi, crediamo che una canzone sia fatta da quello che si chiama spartito: la melodia, gli accordi, dalle parole ma anche dal suono, dal timbro con cui questa cosa viene eseguita. Questa cosa diventa un’altra cosa totalmente se nasce da altri stumenti. Per noi il suono, per esempio, di un sintetizzatore analogico non è equiparabile tutt’ora alla sua imitazione digitale. Ci teniamo molto alla stratificazione di questi suoni. Faccio un esempio di chi è più grande di noi, Morricone e il tema di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Certo, è un tango, ma non è solo un tango che è una sequenza molto semplice di note, è un tango che lui ha deciso di non eseguire con un’orchestra grossa, una cosa che poteva benissimo permettersi ma ha deciso di esguire questo tango con un ensemble di strumenti molto limitati: un pianoforte che doveva essere scordato, un mandolino, uno strano protosintetizzatore dell’epoca. E quel tema lì ha il suo senso non soltanto per la melodia ma anche per queste scelte del compositore. Così, chiusa tutta la manfrinetta, noi crediamo che anche nella musica pop, popolare così come nella musica “colta”, siano importanti pure i timbri, e gli arrangiamenti. La canzone è quella canzone anche in base della scelta dell’arrangiamento che il compositore ha deciso.

Quest’album ha dei testi incentrati sull’attualità ma per voi è importante anche la risposta che avete dalle persone a cui parlate… Come vedete il pubblico a cui vi rivolgete oggi, più disilluso o c’è speranza? Come è cambiato? Lo vedete diverso? E voi, siete disillusi?

R.B.: Speranza c’è!

F.B.: Noi facciamo quello che facciamo perché abbiamo il pressupposto che il pubblico possa non capire. Il pubblico è intelligente, è la paura di chi fa il nostro mestiere a sostenere questo mito dell’accessibilità, dell’essere leggeri. Ma chi l’ha detto? Il pubblico, se l’abitui, può ascoltare anche le cose pesantissime. Per esempio, come mai nel mondo arabo ascoltano le cose che per noi, dal punto di vista melodico, sono impossibili, un tassista a Tunisi ascolta delle robe cha vanno a diecimila note al secondo, con scale improbabili. Il pubblico è intelligente, è piu caprone l’artista che per paura di non vendere il disco va sul sicuro.

R.B.: Non piegarti tu al pubblico, devi avere fiducia, noi ce l’abbiamo e continuiamo a fare la musica che ci piace.

Rachele vieni da una precedente esperienza da solista, quanto questo tipo di esperienza ti ha influenzato e quanto forse arricchito?

R.B.: Sicuramente è un’esperienza forte, bella, nuova che mi ha dato più sicurezza. Ho lavorato con delle persone nuove quindi sicuramente qualche barriera l’ho superata, qualcuna ancora persiste. E’ un’esperienza che mi ha fatto crescere. E’ stato difficile perché ero sola dopo vent’anni di condivisione. Comunque queste esperienze personali ti raffarzano in qualche modo, danno nuovi sguardi.

F.B.: E’ come tradire la moglie e poi tornarci insieme! (ride, ndr)

R.B.: Come una scappatella (ride, ndr)

Potete dirci qualcosa di più sulla scelta di fare il tour nei teatri?

F.B.: E’ una scelta dettata dal fatto che ci siamo trovati molto bene durante il tour di “Fantasma”. La differenza che “Fantasma” è un disco molto adatto ad essere suonato in teatro, è un disco molto acustico, con l’orchestra. Questo è un disco diverso, è un esperimento, una sfida: portare una cosa che non è proprio teatrale e costringerla ad un ascolto attento. E’ comodo anche, ci sono le poltrone comode…

R.B.: Inizia presto, finisce presto (ride, ndr). Ma è anche per la cosa di cui abbiamo parlato prima, della determinata qualità e tipologia dei suoni.

Nella canzone “La vita”, questa appare come una cosa talmente fragile che tutte le definizioni che si provano a dare non raccolgono tutta l’essenza, è un discorso completo e leggero allo stesso tempo…

F.B.: C’è poco da spiegare, è una canzone che dice le cose come stanno, non vengono utilizzati tanti giri di parole. E’ quello che penso io: alla base c’è l’idea che la vita non è niente, forse cercare un senso è sbagliato, forse la vita ha un senso che va preso così alla giornata senza andarlo a cercare. E’ una costruzione logica di un non credente. Per me quella canzone dice che è tutto una cosa estetica, pensa la vita come una cosa bellissima ma che non serve a niente, se cominci a pensare che serve a qualcosa sei fregato. Però aiuta a vivere, se pensi così. Almeno a me aiuta.

Invece “L’era dell’acquario”?

F.B.: L’era dell’acquario è questo periodo in cui dovremmo essere già entrati: più incentrata sulla fratellanza tra gli uomini, sull’amore, una specie dell’era freakettone hippy. La canzone nasce da due cose: dalla mia corrispondenza con un’amica che dice “stai tranquillo, adesso vedrai, siamo appena entrati nell’era dell’acquario, tutto migliorerà” e poi da un articolo uscito il giorno dopo quanto accaduto al Bataclan, in cui diceva questa cosa, ahimè verissima e devastante, ovvero che ci si abitua a tutto, anche al terrorismo, anzi forse è questo il modo per disintegrare. Il terrorismo è una forma di violenza basata sulla paura, sull’agire di sorpresa quindi è una cosa a cui è piu difficile abituarsi. Se ti abitui anche a quello. non ha piu senso il terrorismo quindi finirà… Mi auguro che finisca anche prima. E’ una canzone autoconsolatoria, come dicevo prima una canzone d’amore sotto i bombardamenti che dice “è la stessa violenza, ci sei già passato, c’è sempre, passerà”.

baustelleE per quanto riguarda il primo singolo, “Amanda Lear”? Simbolicamente che cosa rappresenta il personaggio di Amanda Lear?

F.B.: La canzone è un po’ cervellotica perché alla fine potrei rispondere “non c’entra niente Amanda Lear”. E’ una storia d’amore tra un uomo e una donna dove lei continua a ripetere “si ok, però noi bruciamo subito piuttosto che durare per l’eternità perché niente dura per sempre, ti amo ma niente dura per sempre” e lui prende alla lettera questa sua filosofia e la tradisce con la prima che passa. Solo che questo plot la canzone lo racconta in un doppio flashback. Sembra che sia stata lei la cattiva, invece il cattivo è lui e lo vediamo nel secondo flashback. Amanda Lear in tutto questo c’entra perché nel mio racconto lei diceva sempre a lui “dobbiamo essere come un LP di Amanda Lear, lato A, lato B, è finita”, ma potrebbe essere un LP qualunque. E’ ovvio che Amanda Lear ci piace, è un’icona, è una che solo per aver avuto come fidanzati Dalì e David Bowie le devi voler bene per forza, un personagio interessante, ambiguo ma non è una canzone su Amanda Lear.

Invece la canzone “Il vangelo di Giovanni”? Come era nato questo pezzo?

F.B.: La cosa della sparizione che ho detto poco fa, è quello. E’ una voglia di non esserci, voglia di dire “preferirei impiegare il mio tempo in un altro modo, ho poco tempo, non ho voglia di ascoltare questa musica leggera”, vuol dire questo che vuoi tu, vuol dire anche la musica non bella, vuol dire tante altre cose, può voler dire “preferirei impiegare il mio tempo in una maniera più produttiva”.

Come è nata la collaborazione con Pischetola?

F.B.: Lo conosciamo da tanto e lo ammiriamo perché è sempre molto legato alle cose pop e questo è il nostro disco pop, per questo abbiamo pensato di farlo mixare a uno che ne sa. Lui è il suono di tutta la musica leggera italiana. Devo dire che è stato bravo perché, come tutte le persone intelligenti e con gusto musicale, sa che, anche se sei abituato a fare un determinato tipo di cose, quando ti si presenta una cosa diversa fai lo stesso. Lui l’ha presa come sfida, come stimolo, un grande merito del suono di questo disco va anche a lui, a come è riuscito a capire la nostra visione del mondo in questo disco.

In contrasto con quello che dicevi in merito alla sparizione dicevi anche “non sono mai stato così schiavo del mondo, attaccato alla vita”…

F.B.: Non sono mai stato così attaccato alla vita lo si dice anche quando uno ha paura di morire. Io l’ho detto in altre occasioni perchè paradossalmente coincide con diventare padre. E’ vero che ti vengono poi i superpoteri quando diventi padre: sei un animale che difende il cucciolo ma allo stesso tempo ti viene anche questo senso di estremo attaccamento alla vita. A me non me ne è mai fregato un granché di morire. Nel sensonon è che fossi tranquillo all’idea di pensarci nemmeno prima, però mai come in questo momento sono stato così attaccato alla vita, mai avuto così paura di morire. Detto tra di noi mi romperebbe molto i coglioni morire adesso.

Per quanto riguarda la “Musica sinfonica”, a parte il testo che è molto bello, questa canzone mi ha fatto pensare un po’ più avanti a Viola Valentino…

R.B.: Questo pezzo in lavorazione si chiamava infatti “Rondo Valentino”. Il pezzo è nato dal giro barocco veneziano.

F.B.: La cosa di Viola Valentino è interessante perché una cosa che mi piace di questo disco è che maneggia, manipola, influenza i nostri amori anche molto proibiti, delle cose che a volte non vorresti confessare, ma poi perché? Insomma, diciamolo, a me per esempio i Ricchi e Poveri sono sempre piaciuti, gli ABBA italiani (ride, ndr) E anche Viola Valentino. E’ un disco pop in cui noi tiriamo fuori anche queste nostre passioni per delle robe d’infanzia, le melodie che abbiamo ascoltato, che ci rimangono in testa. Fino agli anni ’80, poi ci si è impigriti melodicamente, la musica leggera era effettivamente molto bella e varia in ogni campo. Per me era armonicamente e melodicamente interessante sia Venditti che la “Maledetta Primavera”. Questo disco è un po’ “Maledetta Primavera”.

R.B.: Anche quella di Viola Valentino era una musica con arrangiameti incredibili, una musica leggera con una complessità… Per esempio “Comprami”, insomma leggera un cavolo.

F.B.: Leggera-pesante..

Quindi voi di attuale non ascoltate un granché? Parlavate anche dei cantautori di oggi in maniera un po’ critica…

R.B.: Come no! Anche per sapere cosa c’è in giro. Ci sono cantautori contemporanei bravi. Rispetto a un’ondata della musica che c’è stata negli anni ’90… Vedo che tutti si assomigliano ma mi diverto, ascolto, vado ai concerti.

F.B.: E’ un po’ discorso da vecchi, no? Dipende anche da come è cambiato il mondo della musica… Il sistema attuale porta alla creazione delle cose con meno personalità, cose indirizzate a un successo immediato, ma è anche naturale. Se mi metto nei panni di un interprete che comincia, per sopravvivere e trarre proffitto dalla musica è naturale pensare “allora tento X-factor”. Non resta molto altro.

R.B.: E’ triste ma così è la realtà. E’ l’unico modo ora per fare la musica, vorremmo il mondo migliore. Con più libertà anche d’espressione…

F.B.: C’è molta musica interessante in generale, soprattutto fuori dall’Italia. Ogni tanto sento delle cose che ancora mi danno speranza.

Ultima domanda, sugli strumenti specifici del disco.

F.B.: Tonnellate di sintetizzatori analogici, non digitali cioè non computer. C’è un orchestra ottenuta attraverso il mellotron, una speciecampionatore primordiale. E’ una tastiera, come un organetto di legno, dentro c’è un telaio con i nastri con i suoni incisi. Schiacci un tasto e parte il determinato frammento del nastro che dura fino a 7 secondi, quindi non puoi tenere un accordo per più di 7 secondi. E’ una roba inventata negli anni ’60 e poi diffusa soprattutto negli anni ’70. Lo puoi sentire all’inizio di “Strawberry Fields Forever”, quella specie di flauti che suonano all’inizio. Quindi organi, piani elettrici, chitarre acustiche, ecc.

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