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Be Forest: Un cold estivo

Nicola è il chitarrista dei Be Forest, band italiana che nel giro di un anno ha già ottenuto riscontri più che positivi nel panorama musicale alternativo. Sarà la vena dark o la bravura dei tre componenti, il fatto è che i Be Forest sono già una realtà. Assistiamo al loro live all’Hana-Bi di Marina Di Ravenna in una serata organizzata dal programma Area51 dell’emittente radiofonica Radio Città Del Capo.
Dopo il concerto Nicola ci concede parte del suo tempo per una chiaccherata.

Ciao Nicola: sarà banale, ma per capire sempre di più i Be Forest, inizierei col chiederti come nasce il vostro nome. Vorrei anche chiederti di Pesaro, la vostra città.
N:
Pesaro offre un miliardo di gruppi. Tra questi anche i Soviet Soviet, che hanno suonato stasera dopo di noi. C’è musica di ogni genere, ma i locali per esibirsi non sono poi così tanti. Qualcosa c’è. Alcuni non sono proprio il massimo. Due o tre sono davvero belli.
Il nome della band deriva da una sensazione comune di noi tre mentre facevamo le prove. Pensavamo a luoghi freddi e osuri come può essere una foresta. All’inizio volevamo chiamarci The Forest ma poi era troppo in stile The Cure e abbiamo voluto cambiare anche se comunque siamo grandi fan di Robert Smith.

Abbiamo assistito al vostro live al festival Mi Ami. Che esperienza è stata?
Il Mi Ami è stata una figata. Fai che noi suoniamo live da neanche un anno. Non sappiamo minimamente quanti fan abbiamo. Non ci aspettavamo così tanta gente, suonare davanti a persone che magari non ci avevano mai sentito poi può essere interessante e a dirla tutta non ci aspettavamo neanche di suonare al Mi Ami. È successo tutto così in fretta.

Ascoltando il vostro album “Cold”, la caratteristica principale che vi differenzia da possibili etichettature dark anni ottanta viene data dalla batteria, suonata con un gran ritmo.
Sì, abbiamo deciso di avere una linea di batteria potente ma minimale. Non usare la grancassa è stata una scelta fatta sin dall’inizio. Un ritmo minimal ma tirato, che dà gran soddisfazioni. Ci piace molto così anche se non escludo che più avanti potranno entrare un tom o una gran cassa. Per ora, così stiamo bene.

Da cosa nasce la scelta di uno stile musicale, come può essere per voi suonare dark o new wave?
Ti dico la verità, quando siamo partiti non ascoltavamo molta musica anni ottanta. Certo c’erano gruppi come i My Bloody Valentine, gli stessi Cure, che non potevi non ascoltare. Però non volevamo orientarci solo su quello. Il fatto che poi ci siamo orientati su pezzi new wave e shoegaze è scaturito da una punta di casualità.

L’ultimo CD originale che hai comprato?
Proprio l’ultimo non me lo ricordo. Forse è stato “Raven In The Grave” dei Raveonettes. O forse un album degli Echo & The Bunnyman.

Se i Be Forest fossero un film che film sarebbero?
Questa domanda mi è già stata posta. Avevamo risposto con il film “Il Giardino Delle Vergini Suicide”. Però non ne sono ancora sicuro. Lo ridirei, ma non ne sono convinto. Alcuni punti del film ci rispecchiano, ma forse non è ancora uscito un film che ci rappresenti davvero.

Non si campa solo di musica, che fanno i Be Forest oltre a suonare?
Ovviamente non si campa proprio. Studiamo. Tutti e tre siamo iscritti all’università, e adesso che è estate cerchiamo di fare qualche lavoretto che non ci rubi troppo tempo per suonare. La musica per adesso non paga con i soldi ma a livello emotivo dà molto. Come dicevo prima, non ci aspettavamo tutto questo, siamo una band nuova e siamo molto soddisfatti per come vanno le cose. Suoniamo e poi pensiamo anche ai pezzi del prossimo lavoro. A settembre partiamo per delle serate che ci porteranno in Europa. Siamo contenti.

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