Home > Recensioni > Beachwood Sparks: The Tarnished Gold

Fantasmi semi-acustici

I Beachwood Sparks erano spariti per un po’, un po’ che è durato circa undici anni; per questo in molti hanno iniziato a chiamarli i fantasmi West Coast del folk, ché prima ci sono, poi boh.

Che fossero andati a cercare fortuna nel Grand Canyon? A noi importa solo che siano tornati con l’oro nella carriola, sebbene si sia ossidato lungo il percorso.

Le basi del lavoro precedente sono rimaste: country cesellato da languide chitarre – a volte acustiche, altre invece elettriche -, tenera batteria che scalda l’atmosfera, liriche dalla corposità cantautorale. Nonostante ciò, c’è pure spazio per il ludus musicale, come del resto dimostra “Sparks Fly Again”.

Più volte la band è stata accostata ai colleghi Fleet Foxes, e non a caso. “Mollusk”, terza traccia del disco, è di certo quella che richiama maggiormente il sound adottato da Robin Pecknold e soci, ma non per questo risulta un’imputazione di plagio a suo carico. Anzi, a nostro avviso è la cosa meglio riuscita nell’insieme.

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Contro

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