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Beat Generation Kill

Il biopic è un genere pieno d’insidie, prime fra tutte il didascalismo e la retorica del racconto di una vita come un percorso a tesi. Stesso genere di trappole si nascondono nei film dedicati all’atto creativo e alla scoperta della vocazione artistica.

Cosa succede, dunque, quando i due generi sono addirittura fusi insieme in una stessa storia? John Krokidas, che è pure un esordiente, dimostra un gran coraggio nell’affrontarli e sfugge ai passi falsi tendendo entrambi in direzione di un vertice diverso, che è quello del noir. Un noir sui generis, che rifiuta la tensione eclatante preferendo zampettare sulle corde tese tra i personaggi.

“Kill Your Darlings” coinvolge tre pilastri della Beat generation (Allen Ginsberg, William Burroughs, Jack Kerouac) e ne fotografa la biografia negli anni della formazione, quelli in cui inizia a brillare la fiammella della futura creatività letteraria. Per farlo, Krokidas parte da un episodio forse noto a pochi ma pure denso di ripercussioni per i tre giovani e futuri uomini. In questo senso, il film ripropone una vicenda che ha avuto numerose riformulazioni (più o meno aderenti alla realtà) in prosa a opera di Kerouac: dal romanzo La città e la metropoli, che ne offre una trasfigurazione immaginaria, si arriva nel corso degli anni a una versione sempre più vicina alla realtà con Vanità di Duluoz, l’ultimo pubblicato in vita dall’autore e soprattutto da “E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche”, scritto a quattro mani con Burroughs e che per l’esattezza viene prima di Duluoz, scritto nel 1945 e pubblicato solo nel 2008.

La storia in realtà riguarda solo tangenzialmente, anche se con incidenza fondamentale, i due scrittori; al suo centro c’è la relazione tra Lucien Carr, collega universitario di Burroughs e Ginsberg, e un uomo più grande, un ex professore ora diventato bidello, David Kammerer. La trasposizione di Krokidas rispetta quest’ottica, facendo della tragedia perno della narrazione, contesto e deus ex machina. Il vero protagonista e punto di vista memoriale del film è infatti Allen Ginsberg. Siamo di fronte a una stratificazione narrativa che coinvolge la letteratura sia a livello diegetico che extradiegetico.
[PAGEBREAK] La vicenda giudiziaria di Carr ha ancora dei punti oscuri e ciò che sappiamo viene più dalla letteratura che dalla stampa. Questo permette a Krokidas di procedere per accumulo di topoi invece che per dati storici (un film è in fondo opera di finzione), declinando quasi tutti gli elementi del noir ma imbastendoli in un intreccio che bilancia dramma e commedia, per delineare un ritratto dell’artista da giovane, senza però che il peso di ciò che questi ragazzi saranno poi li schiacci come personaggi con anacronismi indesiderati.

Ed è proprio questa la carta vincente, quella cioè di raccontare le scoperte amorose e le vocazioni artistiche di un gruppo di giovani che ancora non sono diventati i padri Beat che veneriamo, pur essendolo in potenza. Se c’è qualche difetto nell’esecuzione, sta proprio nei momenti in cui Krokidas si lascia andare a sequenze di una furia creativa quasi romantica. Per il resto, i tre protagonisti sono spogliati di quell’aura leggendaria legata ormai al loro ricordo.

Al momento del racconto, Ginsberg e Burroughs almeno, sono giovani che muovono i primi passi verso la strada che li porterà all'”Urlo” e al “Pasto nudo”. A Krokidas interessano gli intrecci delle loro vite da studenti, l’ansia di scoperta e la fame di vita e poesia, quella tensione rivoluzionaria che prima ancora di investire la letteratura ne plasma le scelte di vita, nel bene e nel male.

Perfetta, in questo senso, la sequenza in cui con montaggio parallelo vediamo tutti i personaggi di fronte a eventi che li mettono di fronte a se stessi e al loro futuro: il delitto, la scoperta della propria identità sessuale, la droga. Una sequenza che alcuni hanno letto sotto la lente deformata dal moralismo (l’omosessualità di Ginsberg sarebbe un “delitto”), ma è un’interpretazione che non tiene conto di ciò che abbiamo visto nei minuti precedenti, in cui l’interesse sempre più chiaro che Ginsberg matura per Lucien definisce la scena alla luce di una naturale conseguenza.
[PAGEBREAK] Tant’è vero che il film tratta l’amore tra i ragazzi come un semplice elemento dell’equazione narrativa, senza alcuna pruderie, riservandosi di iscriverlo dentro i codici del cinema di genere, in cui Lucien è l’homme fatale, biondo come esige il copione, è la “luce” che rischiara la strada agli artisti che gli stanno intorno, incarnazione della compagna/compagno dello scrittore, privo/a di talenti se non quello, appunto, di essere musa ispiratrice. Un corrispettivo maschile della June di Henry Miller: e non a caso, alla sua prima apparizione, Lucien salta su un banco leggendo una pagina di “Tropico del cancro”, proclamando quella rivoluzione che avverrà fra poco, a opera dei suoi compagni, con un parricidio simbolico – e non solo – della vecchia poesia.

Questo è anche il senso dell’omicidio di David Kammerer, ex professore ora bidello, uomo colto che pure non capisce la grandezza rivoluzionaria di questi giovani. Se al suo esordio sembra un Cronos oscuro, un mefistofelico burattinaio delle vicende, ben presto grazie anche a un ritrovato Michael C. Hall, rinvigorito da un nuovo personaggio dopo aver esaurito ogni artificio per Dexter, dietro la barba sottile e gli occhi arretrati lascia cela un satiro negato e superato dal tempo. È il destino tragico di chi vede il proprio mondo sparire senza riuscire a raccapezzarsi nel nuovo e che pure non si arrende.

Se Daniel Radcliffe stupisce anche per motivi extrafilmici, in un certo senso lui stesso è un po’ Ginsberg nell’uccidere le proprie paternità, il proprio passato da maghetto infilandosi nei panni di uno dei poeti più radicali del Novecento; Daniel DeHan conferma la propria propensione per ruoli da giovani disadattati: dal divano della serie psicanalitica In Treatment al gangster movie Lawless, dal figlio problematico di Gosling in “Come un Tuono” all’adolescente che sperimentava, con grosse perdite, il superpotere in “Chronicle”. Nel ruolo di Lucien aggiunge la tragica bellezza che porta alla perdizione chi la brama.

Completano il cast il Burrougs di Ben Foster, figura appartata – in ogni senso, è anche l’unico ricco della cricca –perfettamente delineata e il Kerouac di Jack Huston, poco più grande degli altri colleghi, ma colto anche lui un attimo prima del balzo nella narrativa.

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