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Beatrice Antolini, un’artista molto “Vivid”

Concerto bagnato, concerto fortunato? Non sempre un acquazzone è sinonimo di fortuna, perlomeno non nel caso dell’esibizione bergamasca (a Foresto Sparso, lo scorso 28 Giugno, n.d.r.) di Beatrice Antolini, annullata proprio a causa del maltempo.

Ma Loudvision non demorde! Ci rifugiamo nell’area backstage del festival, dove ci aspetta una chiacchierata densa e stimolante con Beatrice. Cosa ci siamo dette? Leggete e lo scoprirete!

 

Ciao Beatrice, benvenuta su Loudvision! Che peccato non averti potuto sentire, aspettavamo con ansia la tua esibizione.  Avresti aperto degnamente questa serata.

Ciao Laura, grazie sei gentilissima. Guarda sono dispiaciuta io per prima, ma d’altronde il tempo non perdona! Mi spiace soprattutto per chi era arrivato apposta per sentirmi, ma anche per i ragazzi del Forest (Summer Festival n.d.r) che hanno lavorato duramente a questo evento. E la loro organizzazione, anche in questi casi, è impeccabile. Mi raccomando scrivilo, eh! (ride, n.d.r)

Sì, il Forest è una delle realtà migliori del nostro territorio. Cambiando discorso, seguo da parecchio tempo il tuo profilo Facebook e mi è capitato di vedere svariate foto con Andrea Fumagalli, meglio conosciuto come Andy dei Bluvertigo. Ho visto che hai partecipato anche a qualche esibizione del suo nuovo progetto, i Fluon. Entrerai anche tu a far parte del gruppo?

No, no, non entrerò a far parte dei Fluon. Guarda, con Andy c’è sempre stato un rapporto di rispetto, amicizia e collaborazione, siamo anime affini; ci conosciamo dal 2007/2008 e, che ti devo dire, ci siamo trovati!

Sai quando trovi una persona con la quale ti capisci al volo? Ecco, con Andy succede questo: c’è la stessa vibrazione, la stessa energia. Infatti ci vediamo molto spesso, siamo proprio legati. E questo è molto bello perché ci permette di collaborare in svariate situazioni, in maniera trasversale; per esempio dalla serata di beneficenza – che abbiamo fatto di recente, suonando pezzi miei, e anche alcune cover -, alla collaborazione attiva nel mio disco, oppure ancora una mia collaborazione ad un brano dei Fluon. Insomma, qualsiasi cosa.

C’è una sorta di osmosi, nel vostro rapporto.

Sì, è così, ci capiamo, ci troviamo molto bene a lavorare insieme. E’ anche un rapporto molto pulito, il nostro. Sai, solitamente in questi casi la gente tende a vedere qualcosa di strano, di sporco, fra due persone che stanno così a stretto contatto, ma ti posso assicurare che nel nostro caso non è così. Mi sento meno sola al mondo da quando c’è Andy. E’ una cosa che capita poche volte nella vita e con pochissime persone. E io mi sento fortunatissima.

Che bella sensazione! Dalle tue parole traspare proprio la forza del vostro legame così speciale. Non so se è una mia impressione, ma ho notato che più che collaborazioni, le tue sono amicizie. Mi spiego meglio, fra te e gli altri artisti, si instaura un legame che va di là dal formalismo di dividere il palco o un pezzo. C’è qualcosa di molto più profondo e umano.

Al di là dei musicisti, secondo me, ci sono le persone. Quando ti trovi in linea con una persona, puoi veramente costruire qualcosa di bello ed importante. Secondo me puoi avere a che fare col più grande artista del mondo, ma se ti manca quell’energia, quella comprensione, quell’intesa che capita – sì, rare volte nella vita, ma capita – beh, allora non puoi andare lontano, diventa difficile passarci le nottate, le giornate, è davvero necessario conoscersi.

Certo, è conoscenza, condivisione.

Sì esattamente, è sapere già cosa vuole l’altro e viceversa.

Più che una bellissima concezione di far musica, è una vera lezione di vita. Complimenti, davvero. In passato, come artista e donna, hai trovato difficoltà ad approcciarti al mercato discografico italiano? Parlo soprattutto a livello musicale, perché sono poche le artisti che portano avanti la scelta della sperimentazione, abbracciando così tanti generi. Tu sei sempre stata sui generis…

Outsider. Io sono sempre stata una outsider in generale (ride n.d.r), sia fra gli uomini che le donne. Sicuramente quello che dici tu è vero, ma non ne voglio più parlare, perché secondo me le donne che continuano a lamentarsi, sbagliano. Per cambiare le cose, non bisogna lamentarsi, bisogna limitarsi ad agire, a fare, perché solo l’azione ti permette di costruire anche il rispetto, non solo fra i tuoi colleghi, ma anche nel pubblico.

Quindi tu non ti definiresti una cantautrice?

No, assolutamente.

E alla luce del tuo percorso, partendo dagli esordi con “Big Saloon” – un disco meravigliosamente folle, che mi ha ricordato, a tratti, lo sperimentalismo di Brian Eno e di John Cage-, fino ad approdare al recente “Vivid”, che ha sfumature più pop. Tu verso cosa stai tendendo, oggi, nel tuo processo creativo?

Innanzitutto ti ringrazio per il grandissimo complimento, mi sento onorata dal paragone illustre che hai fatto. Guarda, “Vivid” si discosta molto dagli altri lavori, è stato l’unico disco dei quattro completamente prodotto, il che vuol dire che nella scelta dei brani c’è stata una linea da seguire. Ad esempio, avevo composto una sessantina di tracce e ne sono state scelte solo dieci, le migliori, proprio perché si voleva fare un percorso diverso, avvicinarsi a sfumature più pop. Quindi “Vivid”, è frutto di una scelta precisa e non del puro desiderio/istinto di sperimentare. Anche questa, se vogliamo è una sperimentazione.

Infatti si avverte questa svolta, già a partire dal tuo disco precedente, “Bioy”. “Vivid”, non so se è una mia impressione, ma suona un po’ anni ’80, per certi versi.

Sì, sì, in parte è assolutamente come dici. Poi adesso c’è in cantiere un altro disco che avrà sonorità totalmente diverse e si discosterà ancora dalle cose che ho fatto sinora.

Mi piace il tuo approccio totalmente (e letteralmente) creativo alla Musica. Mi pare che dietro ci sia un vero percorso di rigenerazione continua. Un formarsi, una nuova pelle, una nuova vita.

Già “Bioy”, era un disco molto interiore, un inno alla vita, con “Vivid”, mi sembra che approfondiamo questo percorso.

Esattamente, “Bioy” era questo, un disco fortemente tribale ed ancestrale, un richiamo alla vita. E’ stato il mio disco più ritmico, sembrava fortemente digitale, invece era tutto suonato. Ad esempio “Piece Of Moon”, è un delirio di percussioni!

Mi viene spontaneo chiederti chi o cos’è “Vivid”, visto che dietro ogni tuo lavoro si cela sempre un’anima differente.

“Vivid” è la mia creatura più estranea, forse alieno per la sua linearità. Lo sento un po’ distante da me.

Mi limita forse un po’, ecco, credo di essere qualcosa in più di “Vivid”. Gli altri dischi me li sono sudati maggiormente e la fatica rende le cose più vere, più sentite. La fatica è meravigliosa, bisogna fare fatica per apprezzare il valore di qualcosa. E in “Vivid” questo manca, semplicemente per il suo metodo di lavorazione: è stato un disco più tranquillo ed istituzionale, non meno “vivo”, ma più lineare. Le prossime cose che usciranno saranno molto più roots, questo te lo posso assicurare.

Sì perché le tue origini sono molto strong, sei vicina al punk e al rock, oltre che ai ritmi tribali.

Sì esatto, io sono tribale e rock. Comunque tu la metta, questa è la mia anima, di conseguenza, amo la musica che faccia emergere il mio vero Io. Ho scritto pezzi in italiano, mi sono cimentata con sonorità, strumentazioni, situazioni diverse, ma il mio cuore è rock e tribale. Poi magari è controproducente – sai in quanti me l’hanno detto! – però, appunto, c’è tempo. Per ora voglio sperimentare questa strada.

All’estero c’è una consapevolezza e un orecchio diverso. La gente si avvicina alla musica con voglia di ascoltare e non di giudicare, ma le cose stanno evolvendosi anche qui da noi, per fortuna.

Com’è stato invece passare dall’altra parte? Parlo dell’esperienza come producer per Johann Sebastian Punk.

E’ stato bellissimo! Davvero intensissimo, meraviglioso, mi sono sentita una specie di Mara Maionca! (ride, n.d.r) Guarda, il bagaglio di esperienze che ho accumulato in questi anni, mi ha aperto gli occhi e ora mi sento, non dico completa, ma in grado di dare buoni consigli. Ed è quello che ho fatto anche nel caso di Johann Sebastian Punk, un ragazzo molto talentuoso, un pazzo (ride n.d.r), un artista molto stimolante e ricettivo. Spero di fargli aprire qualche mia data prossimamente e spero che verrai a vederci!

 

Io e Beatrice ci salutiamo con un abbraccio carico di promesse e speranze, le stesse che trasudavano dalle sue parole. E’ raro trovare tanta umanità in un artista, tanta voglia di fare, di mettersi in gioco. Non dimentichiamo la sua lezione, non dimentichiamoci di essere vivi, anzi, “Vivid”.

 

 

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