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    Belladonna

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Giochiamo a dadi con Dio

Per rimanere autoprodotti dopo 8 anni, 4 album, formidabili tour in Europa e negli States ed eccelse collaborazioni bisogna proprio essere determinati a vivere senza compromessi.

Eppure dai tempi di MySpace e dal riff micidiale di “Till Death Do Us Part” i Belladonna, lungi dal montarsi la testa, continuano a scavare nell’anima di un suono hard rock che è il loro, e loro soltanto. Con una lineup parzialmente modificata, questa volta costruiscono un ambiente meno rarefatto rispetto ai dischi precedenti ma più maturo, sicuro di sé e ancora più disperatamente energico.

Un marchio di fabbrica che dalla prima traccia ci introduce in un percorso labirintico fatto di intensità e disperazione, con un sospiro ipnotico che aleggia accattivante e sensuale. Luana Caraffa a parte, il merito è soprattutto del tocco di Dani Macchi e delle tastiere di Valentina De Iullis: basti pensare ad alcuni pezzoni come “Ishtar Blues”, “In my Demons’ Name”, (la graffiante sezione ritmica è stretta tra chitarra e piano in un amplesso asfissiante) o al tema quasi gobliniano di “I Set my Controls to Overdrive”.

Sarà la presa diretta con cui insistono a registrare ogni album, ma sembrano trasmettere più che musica. L’impressione è di un tuffo verso l’ignoto, ma alla ricerca della luce.

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