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Bene comune e associazione a scopo di lucro

In psicologia si dice che, se Narciso vuole guarire dal narcisismo deve necessariamente operare una scelta: deve scegliere di specchiarsi, guardarsi e morire. Smetterà di esistere con il suo limite umano e dal sacrificio nascerà un fiore. Nascerà la bellezza.
Proviamo a tenere salda nella mente l’immagine di Narciso per raccontare quello che accade a Roma, negli spazi dedicati alla cultura.
Tutto è cominciato quando, questi messaggeri del bene comune, vedendo la propria arte rifiutata dai cartelloni dei teatri stabili della penisola, pensarono che l’arte si potesse portare in strada. Pur di non rinunciare alla propria espressione artistica, al proprio bisogno d’essere riconosciuti, decisero di recitare a cappello. Nel corso degli anni l’arte, la cultura, sono state portate fuori dai luoghi deputati e sono state messe a servizio degli scopi comuni, rivendicando la libertà di poter essere superiori alle regole del mercato, volutamente lontane dall’idea di sbigliettamento e dalla crudele meschinità di questo mondo che associa a tutto un prezzo. Questo era il progetto: restituire l’arte alla gente. Poi, un bel giorno, nel regno degli attivisti arrivò un uomo cattivo e nero che rubò la loro spensieratezza: il Dio Denaro.

Quando tutti sono diventati artisti, pur di non lavorare, si è capito che se volevi vivere della tua arte quei maledetti soldi servivano. Allora, per far cassa perché non organizzare un festival oppure gestire un club. Gestirlo a proprio modo si intende.
L’occupazione è stata la via maestra, ma non la sola. Anche quando le assegnazioni degli spazi venivano autorizzate dal  tanto odiato e temuto Comune, i ribelli della cultura, hanno trovato in maniera tipicamente italiana, un modo per violare le regole. Così, a scadenza dell’assegnazione,  luoghi “comuni” come L’Angelo MaiRialto, hanno proseguito la loro attività  e il loro alternativo sistema abitativo, senza mai una formalizzare con il Comune una regolare concessione, ovvero un contratto d’affitto tra le parti, e utilizzando la  leggerezza fiscale prevista per Associazioni, comitati e fondazioni, per incassare senza mai dichiarare un solo euro;  impedendo altresì la possibilità ad altre realtà di svolgere la propria opera e apportare il proprio contributo al territorio.
Oppure, taluni spazi, si veda la vicenda del Cinema Aquila, sono stati coinvolti  negli scandali di Mafia Capitale; altri, come il caso Circolo degli Artisti, in un perverso duetto politica- cultura. Idem vale per il Valle Okkupato e disoccupato solo quando si è arrivati al compromesso/ricatto di portare avanti l’esperienza della Fondazione all’interno del Teatro Stabile di Roma.

Templi della cultura romana, che hanno svolto la propria attività alle spalle del comune (che non è fatto da un sindaco o da un assessore, ma da cittadini) senza assolvere i propri doveri amministrativi e  comportando per la cassa comune solo costo. Un costo del suolo pubblico, un costo della nettezza urbana, un costo amministrativo. Soldi tolti alle scuole, alle strade, all’Atac, alla solidarietà. Mentre le loro serate finivano in attivo e in nero.
Questo è successo negli ultimi 20 anni. Portando la cultura fuori dai suoi luoghi, si è ammalata. Si è mescolata al resto, si è mescolata anche al marcio( e anche alla mafia) e ha perduto la sua identità. Diventando comune e di tutt* ha perso il suo valore. Era la donna più bella della sala…è stata svenduta come una cortigiana.

Basti pensare al Ministero che la “governa”. C’è finito, nel corso degli anni, tutto quello che avanzava dagli altri banchetti. Tutto quello che non poteva essere legiferato per proprio conto, veniva buttato nel calderone della cultura. Ed oggi ci troviamo nel paradosso di considerare cultura anche ciò che non lo è. Una barca affollatissima, e nel frattempo è scomparsa l’Arte, è scomparso lo Spettacolo, è scomparso il Turismo, è scomparso l’Intrattenimento. Una torta, quella della cultura, che deve sfamare molte più bocche di quanto si pensi. E gli occupanti con loro, a rivendicare il proprio diritto.
La cultura nasce da dentro e come la politica rappresenta un paese. E’ il suo specchio. Il suo riflesso. Quando la politica in Italia ha smesso di dare risposte serie e concrete ai fatti, la “cultura” ha preso il suo posto. Si è sentita in dovere di farsi salvatrice della gente. Ha smesso quindi di compiere il suo dovere, ovvero insinuare domande, e si è messa al servizio delle soluzioni e delle cause da discount.

Ciò che sta uccidendo Roma, se di assassinio davvero si vuole parlare, non sono le istituzioni o “l’ aver sostituito l’arte con la legalità”. Non è la disattenzione verso la cultura, ma la troppa attenzione rivolta ad essa. E’ questa averla resa merce a buon mercato. E’ questo considerarla priva di valore economico. E’ tutto questo argomentare di pancia e lamenti, senza una costruttiva prospettiva. E’ tutto il fracasso dal quale non nasce nulla. E’ il volerci guadagnare, con furbizia.

Un’ associazione che si comporta per mentalità e incassi da azienda,è fuorilegge. Questo è un fatto. E non si possono far valere le regole solo per gli altri. Non si può sempre vivere trincerati dietro gli ideali. Farsi portabandiera della giustizia e della solidarietà e vendere alcolici senza licenza, senza scontrino e senza permessi, non ti rende un rivoluzionario, ma potenzialmente un disonesto, e non nei confronti del Comune inteso come istituzione, ma del Comune inteso come comunità.
Ti rende privo di rispetto nei confronti di chi, per aprire la saracinesca del proprio negozio ogni mattina . deve sostenere controlli e adempimenti. E contribuisce con il suo lavoro ad una cassa comune. Contribuisce appunto, quello che la cultura non fa o non vuole fare. Pretende invece la cultura, credendo di sdebitarsi con qualche slogan urlato, con qualche post melenso lanciato su facebook, con tutti i suoi a lupo a lupo. E’ tutto questo sentirsi migliore degli altri, questo provare a difendere il mondo dal proprio comodo piedistallo, ecco cosa sta uccidendo la cultura a Roma.

E’ tutelare la vita e la dignità della persona, ospitare giovani e meno giovani in un locale non agibile, in un posto in cui una canna spenta male può comportare la morte di persone? E’ bene comune allestire un palco non a norma, con impianti non a norma, con cavi elettrici tra i piedi del pubblico? E’ un bene comune vendere del cibo che non si sa dove e come sia stato cotto? E’ bene comune far tesserare gente ignara e ignorante, facendola aderire senza consenso ad uno statuto, solo per evadere la Siae?
E’ un bene comune manipolare le menti e la sensibilità dei lettori raccontando solo stralci di verità?
E’ bene comune difendere a suon di post e senza cognizione di causa locali in cui giace l’amianto, ma in cui si ragiona bio?

No, non è bene comune, è un paese dei balocchi, con i suoi soliti mangiafuoco a decidere per il futuro di tutti gli sperduti asinelli. La cultura oggi, a Roma, si trova in un buco nero, non per colpa delle amministrazioni, ma per colpa di chi l’ha fatta la cultura, mangiando e ingrassando, e convincendo i propri adepti di essere in guerra, che vogliono ucciderci, che vogliono eliminarci. Hanno seminato terrore sperando di raccogliere sogni.
Leoni travestiti da agnelli, questo sono gli attivisti oggi. Sono l’altra faccia dei politici. Sono la loro controparte alternativa, ma per mentalità e azioni, sono identici.

Salvatore della comunità non è chi si purifica la coscienza  per aver realizzato un laboratorio di teatro con 4 ragazzini, o un concerto con 300 persone, ma chi dimostra a suon di fatti che quel laboratorio o quel concerto hanno un impatto reale, efficiente, utile al territorio.
Un locale, un club, un teatro, se è comune deve rispondere ai beni della comunità e del suo municipio. Un locale che fa musica dal vivo, con il fine di portare la cultura anche in periferia, deve dare qualcosa alla periferia che lo ospita, deve essere un valore aggiunto e prezioso anche per la vecchina che mai nella vita si recherà a quel locale. Deve essere un investimento per il territorio e deve fruttare come tale. Deve ripercuotersi come qualcosa che arriva a tutti in termini aulici e in termini economici.

I club che oggi vengono chiusi non sono vittime di un sistema che vuole uccidere la cultura, sono più probabilmente solo sopravvissuti di un sistema di favoritismi e arroganze che proprio non vuole morire. Di un sistema che vuole continuare a vivere sopra le regole pensando di fregare l’istituzione a servizio del bene comune.

Che valore hanno quindi le loro battaglie se continuano ad essere sempre auto riferite? Se la cultura non ha più come scopo quello di lasciare qualcosa di fatto che duri per sempre (come fissò nel primo novecento la saggia Virginia Woolf), ma serve solo ad accontentare tutti questi personaggi in cerca d’autore, quale e quanta vita può restarle?

Per esistere e per resistere la cultura avrebbe dovuto avere la fierezza di dimostrare che con la creatività si sarebbe potuta rendere Roma un posto migliore. Perché Creatività non necessariamente deve far rima con prepotenza. La vera sfida da vincere sarebbe stata quella di dimostrare che si poteva dare nuova vita agli spazi abbandonati senza necessariamente renderli fuori legge. La cultura romana avrebbe potuto dimostrare di essere in grado di autogestirsi ed essere una parte integrante del sistema economico. Aveva il dovere di contribuire e non di rappresentare un costo.  La Cultura doveva dimostrare la sua autorevolezza, la capacità di costruire e sedersi ai tavoli del potere portando concretamente avanti una battaglia senza striscioni e bolas. Una cultura fatta da adulti e non da ragazzini impertinenti che vogliono tutto subito. Questo sarebbe dovuto accadere, solo così ci si sarebbe potuti sedere tutti dalla parte dei giusti. Invece, e immalinconisce e intristisce, più a Roma è aumentata la cultura, più la città è morta.

A questo giro non è Roma in dovere di salvare la cultura, ma forse l’inverso, eppure i fatebenefrattelli dell’arte si stanno solo lagnando. Si lagnano tra i morti e la macerie di una città commissariata. Di una città interamente da ricostruire.
Non è tutto perduto e nulla è impossibile. Come in tutte le cose serve solo un po’ di buona volontà. Serve un piano d’azione concreto. La cultura, se vuole giocare il ruolo di leader, deve assumersi le sue responsabilità. Se vuole essere la libertà che guida il popolo deve tornare ad essere libera, anche dai propri modi d’essere, dal suo pressappochismo, dalla mancanza di serietà e professionalità, dalla negligenza, dalla schematicità nella quale si è rinchiusa per sentirsi comoda. Serve, appunto, che Narciso si specchi e faccia nascere la bellezza.

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