Home > Recensioni > Beneath The Harvest Sky

In concorso al Giffoni Film Festival nella sezione Generator +16, “Beneath the Harvest Sky” è un perfetto esempio della forza produttiva del cinema statunitense.

Un prodotto “indipendente”, ma realizzato con estrema cura e professionalità, il giusto tasso d’inevitabile retorica e un forte messaggio di fondo. Una formula collaudata, che non produrrà magari eccellenze o capolavori indimenticabili, ma cinema solido e d’impeccabile fattura.

I due giovani registi Aron Gaudet e Gita Pullapilly (marito e moglie) sono all’esordio nel lungometraggio di finzione, vivono nel Maine, lo Stato nell’estremo nordest degli USA al confine con il Canada famoso soprattutto per aver dato i natali a Stephen King, e si guardano intorno, con evidente occhio da documentaristi.

Il titolo può essere tradotto in italiano con “Sotto il cielo del raccolto”, e parliamo della raccolta estiva delle patate, una delle ultime occupazioni della popolazione del luogo sopravvissuta alla crisi devastante. L’unica altra attività fiorente della zona è lo spaccio di droga, pasticche soprattutto, introdotta con molti rischi negli USA dal vicino Canada.

Casper e Dominic sono amici per la pelle, sognano d’andar via, di saltare su un’auto fiammante e filare verso Boston. Ma a fare cosa? Dominic è la coscienza della coppia, Casper è figlio di spacciatori e crede di avere il destino segnato, che la tara genetica che ha ereditato debba forzatamente portarlo a rilevare l’attività di famiglia. Li osserviamo nell’estate delle scelte, del passaggio tra adolescenza a maturità, nel momento delle scelte che influenzeranno l’esistenza.

I due registi seguono i loro personaggi da vicino, riprendono le scene con una focale molto corta, confondendo i contorni, rischiando a volte anche l’esibizionismo fine a se stesso: l’immersività è comunque garantita, esclusa qualche inutile macchina a mano in sequenze statiche di semplice campo/controcampo. Il difetto principale della sceneggiatura è, a tratti, quello di presentare dei dialoghi che rimandano in maniera davvero troppo evidente al messaggio che si vuole veicolare, e che sarebbe meglio lasciare tra le righe. La denuncia del sistema educativo americano (che dalla terza elementare bolla già i ragazzi con un marchio che poi è difficile scrollarsi di dosso) è un tema secondario ma rilevante. Presentato al Festival di Toronto dello scorso anno, una buona scelta dei selezionatori di Giffoni.

Auspicabile una distribuzione nazionale.

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