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Benicio lupus in fabula

È arrivato in Italia per promuovere “Wolfman”, rifacimento aggiornato all’era digitale del classico del cinema horror del 1941. Accompagnato dalla bellissima Emily Blunt, coprotagonista del film assieme a Sir Anthony Hopkins, il fascinoso Benicio del Toro ha parlato della genesi del progetto, di cui è anche produttore, e del significato profondo del cinema horror e del suo percorso come attore, capace di passare da prodotti indipendenti ed impegnati a film più commerciali. Diretto da Joe Johnston, “Wolfman” esce il 12 febbraio negli Usa e il 19 in Italia.

Mr Del Toro, come è nata l’idea del film?
Volevamo fare un omaggio al film originale del 1941. L’idea era di far sì che la storia fantastica dell’uomo che si muta in lupo sembrasse reale. Abbiamo guardato al mito del licantropo non tanto come una questione della bestia dentro l’uomo, ma più come ad una malattia, una dipendenza, qualcosa che non puoi controllare.

Rispetto all’originale, il film tenta di affrontare problematiche nuove, tra cui il rapporto padre-figlio e il riferimento alle pratiche psichiatriche dell’epoca. È stato difficile inserire questi temi in un film di grande consumo?
Dovendo essere rivolto ad un pubblico di massa, gli studios non volevano che il film fosse troppo complesso. Andrew Kevin Walker, autore dello script, ha inserito l’aspetto della relazione tra padre e figlio. Questo elemento mi è piaciuto subito. È stato grazie ai numerosi talenti coinvolti nel film che abbiamo potuto far accettare agli studios questa nuova prospettiva.

Come si è rapportato alla performance di Lon Chaney jr, interprete del film originale?
Lon Chaney jr fa parte della schiera di grandi attori dell’horror classico, assieme a Bela Lugosi e Boris Karloff. La mia re-interpretazione della sua performance è in parte mutuata dalla visione dello sceneggiatore. Walker ha reso il personaggio meno vittima di quanto non fosse nell’originale e più interprete attivo del proprio destino. Lawrence Talbot cerca di riprendere il controllo su se stesso, va alla ricerca della verità, vuole scoprire cosa è accaduto al fratello. Il mio compito era di esprimere le idee già presenti nello script.

Non trova che il confronto finale tra padre e figlio abbia un connotato fortemente edipico, quasi una lotta per la supremazia sessuale?
Sì, i due licantropi si affrontano come due spermatozoi che lottano per trovare la propria via d’uscita. Senza che nessuno trionfi.

Come è stato l’incontro con Anthony Hopkins?
Quando lavori con un attore di quel livello non puoi non osservarlo. A volte ci si dimentica di dire le battute e vorresti stare lì a guardare. E quello che ho imparato è l’importanza della semplicità. Anthony recita in modo semplice e chiaro, tutto quello che vuole esprimere è perfettamente veicolato e presente. È questo livello di semplicità che voglio raggiungere.

Emily Blunt, ci parli del suo personaggio.
Quando ho letto lo script ho pensato subito che il personaggio di Gwen non fosse lo stereotipo della damigella in pericolo ma l’incarnazione della volontà di trovare il buono in ognuno di noi. È l’unica che tende la mano a Lawrence e riesce a guardarlo negli occhi. C’è qualcosa di molto coraggioso in questo ed è questo coraggio che volevo evidenziare. Il film è anche la classica storia d’amore destinata ad un tragico epilogo, ma il rapporto fra i personaggi è molto sfaccettato. Avevo un grande spazio in cui muovermi ed ho cercato di non eccedere nell’interpretazione e di lasciare che fosse il personaggio a manifestarsi da solo a poco a poco.

Come è stato lavorare con Milena Canonero, autrice dei costumi?
Blunt: Credo di non aver mai indossato costumi così belli. Milena è così creativa e sensibile, attenta ai particolari, ai materiali. Quando lavori ad un film ad alto budget si punta molto sull’immediatezza e sulla velocità, mentre Milena crede nell’importanza del processo creativo. Questo poteva creare qualche motivo di tensione sul set.

Quanto condiziona il fatto di dover indossare costumi così ingombranti?
Blunt: Se sei un’attrice inglese prima o poi sei destinata a lavorare in un film in costume! È molto faticoso muoversi indossando questi costumi, ma fa parte dell’aspetto fisico del lavoro: il costume è un elemento che ti aiuta ad entrare nei panni fisici del personaggio, ti condiziona e ti trasforma.

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Come è stato coinvolto nel progetto Rick Baker, un maestro del trucco cinematografico?
Del Toro: Sono da sempre un grande fan dei classici horror della Universal. In questi film il trucco è l’elemento che ti permette di viaggiare nel tempo e di credere immediatamente a quello che vedi. Baker è il migliore truccatore di Hollywood. Appena gli è stato proposto il film ha accettato con entusiasmo. Gli è piaciuta la nostra idea di ispirarci ai film classici e far sì che l’aspetto del mostro non risultasse dagli effetti speciali, ma partisse dall’attore che artigianalmente indossa il trucco. In questo Baker è un vero mago, ha fatto un ottimo lavoro con il look dell’Uomo Lupo, classico e moderno al tempo stesso.

A quante ore di trucco doveva sottoporsi ogni giorno?
Tre ore, a volte anche quattro. E due per toglierlo. Farsi truccare è semplice, è restare due ore in più sul set per farselo togliere mentre tutti sono già andati a dormire che è molto più difficile!

Rispetto a personaggi realmente esisititi, come si costruisce un personaggio che nasce invece dal folklore e dalla tradizione?
Si parte sempre dalla biografia del personaggio. A differenza di altri film in cui devi ricostruire il background biografico, in “Wolfman” tutta la storia precedente è chiarissima. La mia principale preoccupazione era di non sembrare ridicolo con tutto quel trucco addosso, quindi ho osservato molti altri interpreti di monster movie per capire in che modo riuscivano ad esprimere le emozioni sotto il trucco.

C’è un ritorno di interesse per i film dell’orrore ambientati nella Londra vittoriana?
C’è sempre stato interesse per questi film. Pensiamo ai film muti “Il Fantasma Dell’Opera” o “Nosferatu”, agli horror anni ’30 e ’40, ai film inglesi della Hammer con Christopher Lee. Fino a che non si scoprirà cosa accade dopo la morte questi film saranno sempre attuali. È qualcosa che parte dal nostro inconscio, questi film incarnano la paura verso tutto ciò che non si conosce. Vampiri, fantasmi, King Kong, alieni: questi miti materializzano la nostra paura dell’ignoto e ci emozionano, ci terrorizzano, ci fanno divertire. Ma soprattutto esorcizzano la grande paura della morte.

Cosa ne pensate della ripresa del mito dei vampiri tanto di moda in questi anni?
Blunt: Non ho ancora visto i film della serie “Twilight” ma credo che il fascino di questi film risieda nel fatto che il mostro ha un aspetto umano, una coscienza. Se il mostro è dentro di noi, il fascino di queste storie dipende dal non sapere se riuscirai a controllare o meno questa forza mostruosa.

Del Toro: Sono d’accordo con Emily, ciò che non si conosce andrà sempre di moda. Probabilmente c’è anche una tensione storico-sociale che influenza il ritorno di questi miti, ma il fascino che essi esercitano ha radici più profonde.

Mr Del Toro, qual è la sua paura più profonda?
In questo momento penso che la mia paura è dire qual’ è la mia paura e temere che in questo modo essa diventi reale.

Come rientra un film come “Wolfman” nel suo percorso di attore impegnato? Non crede che gli spettatori possano esserne disorientati?
Mi piace anche concedermi dei dolcetti ogni tanto. “Wolfman” non sarà un film particolarmente profondo, ma mi piace divertirmi e voglio continuare a fare sempre cose diverse.

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