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Merendine Intelligenti

No, perché adesso diciamocelo schiettamente in faccia: gli indipendenti contano, spesso, più di tutta la fuffa che troviamo in bella mostra sugli scaffali, nelle vetrine e anche su iTunes.
Diciamocelo chiaramente che c’è qualcuno che per mezzo di un bislacco passa parola riesce a farti fesso, a lasciarti come un ebete con il tuo splendido lettore mp3 a perdere fermate della metro, ad allungare i giri, a prendere del freddo nella pianura padana prima dell’alba e a farti pensare che tutto sommato i cantautori in Italia non sono affatto morti, ma sono soltanto una categoria piena zeppa di mummie.
Beppe Donadio ci racconta in una sorta di audio libro musicale, l’odissea di un aspirante cantautore che necessita di un contratto per fare in modo che la sua espressione artistica possa – in qualche modo – arrivare a un pubblico più vasto dei quattro amici nella taverna.
Poi sembra che ci prenda tutti quanti in giro: o suona questi pezzi da svariati anni (minimo un decennio per la maturità che spesso vi si riscontra), oppure è un fottuto genio. Propenderei per la seconda, aggiungendo a questo il fatto che apparentemente queste sono canzoni tutte con un’anima blues mutuata dall’Elton John non ancora rincoglionito, a tratti da quei paesaggi che conosciamo perché Sergio Cammariere ce lo hanno sdoganato fino al Cellamare meno ovvio e iperlustrato (insomma quello che ci ha regalato belle canzoni, per intenderci).
Un concept ironico sulla discografia che non avrebbe avuto alcuna speranza se non indipendente di vedere la luce (del laser, ovviamente), un disco che alla fine ci vuole della pazienza per trovarlo ma che ripaga in ogni istante con freschezza, intelligenza, spirito e – diciamolo davvero – divertimento. Poi come possiamo lasciar perdere il fatto che anche a lui stiano simpatici (tutti) gli alieni?
Un disco lungo eppure troppo godibile, mai sopra le righe o “intelligente per forza” che si sviluppa in episodi che hanno un marchio originalissimo di fabbrica (anche nel testo senza le “r” come consigliato dal capace discografico) ma che non si assestano su una sola cifra stilistica. Fra le altre, il noir di “Naso Di Plastica” non sfigura affatto messo là prima di “Fab Four Blues” che è un elegante saluto ai baronetti o dopo “Subliminale”.
“Ci sono posti al mondo che se li mangia il tempo”. È così che inizia “Merendine”, e c’è ancora tanto da ascoltare prima di arrivare al finale di “un sogno ad occhi aperti e un lungo applauso sarò”. Indipendente fino in fondo, irriverente forse soltanto a metà, con tanta voglia di divertirsi e divertire anche là dove il tema generatore è stata senza dubbio una grande amarezza.
Ma soltanto a me, ogni tanto, viene in mente l’attitudine di Stefano Benni, ascoltando Donadio?
Beppe, in tutta onestà, io sono di Pavia… La prossima volta che passi me lo fai un pezzo dei Nirvana? Lo so, te l’hanno già chiesto, ma io ero su Marte.

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