Home > Interviste > Bianco: “‘Quattro’ sarà un album alla vecchia maniera” [INTERVISTA]

Bianco: “‘Quattro’ sarà un album alla vecchia maniera” [INTERVISTA]

Esce venerdì 19 gennaio per INRI il quarto album di Bianco, il cantautore torinese che dopo due anni di assenza da solista rilancia il cantautorato nostrano in un album ricco di amore, madre – figlio, marito – moglie, amico – amica e di quotidianità. Scambiamo quattro chiacchiere con Alberto, dopo esserci lasciati incantare dalla sua voce durante il tour “Diventi – Inventi” di Niccolò Fabi nella sua esibizione.

Ciao Alberto, benvenuto in LoudVision, cominciamo subito con una provocazione: vieni catalogato dai media  e da Spotify nella lista dei cantautori Indie italiani. Cosa è per te invece  l’indie e la trovi calzante questa etichetta apposta sulla tua arte?
Ciao Fabiana, grazie a te dell’invito. Innanzitutto ti dico che Indie dovrebbe riguardare l’indipendenza artistica, cioè tutto ciò che si riesce a fare con la propria arte senza sottostare alle logiche altrui. Adesso veniamo a questa etichetta apposta su di me, si può essere indipendenti ed avere successo senza entrare necessariamente nella bolgia dei tormentoni, quindi in questo contesto sì, mi sento appropriato in questa definizione. La mia etichetta – la INRI – mi lascia totale autonomia nelle scelte artistiche, anzi mi offre ogni forma di supporto di cui io necessiti.

C’è qualche tuo collega indipendente, o definito tale, che più ti piace?
Senza dubbio Colapesce. Se ne avessi la possibilità gli direi che ha fatto un nuovo album che è una bomba e che mi piacerebbe molto suonarlo insieme.

Prima di parlare del futuro imminente col quarto album in uscita a giorni, voglio parlare un po’ della tua storia musicale. Il terzo album si intitola “Guardare per aria”, cioè dal basso verso l’alto, cambiando prospettiva, distaccandosi anche dagli smartphone volendo, per apprezzare (o riscoprire) il gusto delle piccole cose. Siamo una generazione che ha acquisito tecnologia ma perso il senso dello stupore e della meraviglia?
Più che altro si è persa  in tempo, ne perdiamo troppo dietro alla tecnologia e alle cose futili, quindi riduciamo di gran lunga il tempo della meraviglia e dello stupore. Parlavi giustamente di smartphone, su Facebook e Instagram – dove passiamo gran parte delle nostre giornate – a meno che non si tratti di profili di fotografi e quindi panorami mozzafiato o pezzi di mondo che davvero ti lasciano il tempo di stupirti della magnificenza della natura, il resto sono contenuti molto simili fra loro. Bisognerebbe davvero ritrovare l’essenza e l’esigenza di tornare a meravigliarsi e camminare col naso all’insù.

Parlavamo di piccole cose, nel tuo background si annoverano collaborazioni importanti con – tra gli altri – Gazzè e Niccolò Fabi, che nel loro album in trio con Silvestri, hanno inserito proprio una traccia “Il Dio delle piccole cose”. Come ti ha influenzato la loro arte nella tua crescita professionale?
Mi hanno influenzato molto sia nella crescita professionale che dal profilo umano. Quella canzone in particolare per me è stata pura ispirazione e mi ha molto colpito. Gazzè che la canta nell’album ha quel linguaggio tra l’infantile e il maestoso che vorrei proprio avere io. Niccolò invece ha un profilo umano indescrivibile, mesi interi in tour con lui e la carica emozionale in ogni serata assume sempre un gusto nuovo, è capace di tirare fuori delle sensazioni legate all’anima che in un uomo solo è così difficile da immaginare. Sono stato davvero fortunato.

A proposito di smartphone, ricordiamo la tua campagna social in cui invitavi i tuoi fans a condividere i brani dell’album con l’hastag #guardareinaria, una “condivisibile” operazione di marketing. Quanto sostegno danno questi mezzi nella comunicazione e nell’hype artistico?
E’ ancora da capire in realtà. Un’operazione del genere coinvolge, ma non necessariamente allarga la fanbase.  È un’operazione che costa zero ed è anche un modo per stare vicino ai fans. Nella mia carriera posso dire di non aver mai tirato fuori hit nè di avere una fanbase così ampia su tutto il territorio nazionale, ma quelli che mi seguono lo fanno con un ascolto consapevole e non frutto di uno zapping in streaming. Spotify ad esempio ti permette di verificare le città da dove provengono gli ascolti dei tuoi brani, questo è anche un modo per organizzare un tour: puntare alle città dove si è meno forti per farsi conoscere. Quindi il sostegno sicuramente c’è, ma quanto sia effettivamente valido ancora è da studiare.

Quanta autenticità invece si perde in un mondo apparentemente veicolato dalla comunicazione?
Parecchia, secondo me. Le cose che vanno in questo momento si somigliano troppo secondo me. Produzioni sempre troppo simili, come a cavalcare il filone dell’orde radiofonica. Io in questo sono fortunato perchè la mia etichetta mi stimola molto, cerca di darmi input per creare prodotti duraturi, anche meno radiofonici ma che possano avere una storia e restare nella memoria collettiva più che sbancare in maniera virale per due mesi e poi scomparire.

Veniamo a “Quattro”, il tuo quarto album in uscita, anch’esso produzione INRI, storica etichetta indipendente di cui tu puoi vantare il ruolo di apripista  nella loro scuderia, essendo tu il loro primo prodotto artistico. Un sodalizio che continua?
Ormai più che sodalizio è proprio un rapporto di fratellanza, le nostre riunioni somigliano molto di più ai pranzi della domenica che a disquizioni di lavoro.

Cosa dobbiamo  aspettarci da “Quattro”?
Sarà un disco suonato, suonabilissimo dal vivo, molto alla  vecchia maniera. Si sentirà molto la mano del produttore artistico, Marco Gentile. Un disco versabilissimo che ha puntato molto sul sound, studiato per essere ascoltato sul supporto CD ma anche riprodotto live, con qualche sorpresa.

 

 

Scroll To Top