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Il Grande Nero

Chicago è la città del blues, del vento e della mafia, ma Chicago è anche una delle capitali dell’America rumorosa: ha partorito Jesus Lizard, Naked Raygun, gli Effigies, ma soprattutto i Big Black. Questi nacquero nella metà degli anni ’80 per opera di Steve Albini (pochi lo conoscono come musicista ma quasi tutti hanno almeno un disco con Albini nelle vesti di produttore), all’epoca critico rock fino a quando decise di registrare il primo LP “Lungs” con la sua chitarra ed una rhythm-box (al costo di una cassa di birra narra la leggenda), successivamente ingaggiò il chitarrista Santiago Durango (Naked Raygun) ed il bassista Dave Riley. I Big Black sono le bestie cattive del punk-noise, “Atomizer” è, per loro stessa ammissione, il capolavoro incontrastato (nel successivo LP “Headache” un adesivo spiaccicato in copertina diceva testualmente: “Non è bello come Atomizer, non vi illudete”), un lavoro che risente molto della new wave piu alienante (Pere Ubu e Residents), o di quella più marcia (Chrome su tutti), il tutto portato agli eccessi come l’hardcore aveva insegnato.
“Atomizer” è il disco selvaggio per antonomasia, un lavoro che riesce ad inanellare un anthem dopo l’altro ed una mentalità criminale di fondo scabrosa. L’opener “Jordan, Minnesota” è scossa dalla onnipresente rhythm-box, dal massacro sonoro delle due chitarre, ovviamente scordate, dure ed ipnotiche e da Albini che chiarisce subito, in modo eloquente, che più che ad un disco ci si sta apprestando ad un olocausto. L’idea che sta alla base dei Big Black è molto semplice: la ripetitività. Il concetto lo si può tradurre in questo modo: un riff cattivo aumenta di molto la sua intensità se portato in avanti in eterno piuttosto che lasciarlo vivere per pochi secondi, il risultato è che il cervello viene sbranato dal ritmo sintetico. Tale schema lo si può notare in quasi tutti i loro brani, dalla deragliante “Passing Complexion” alla psicotica “Fists Of Love” dove fischi e clangori di fabbrica comunicano l’amore violento, per poi arrivare al capolavoro “Kerosene” annunciato dallo stridulo rumore di sei unghie su di una lavagna: un affresco grigio della monotonia imperante nelle piccole cittadine, di come le persone nascano e imparino a morire nello stesso posto. Albini trova però un rimedio a tutto questo, e lo trova nel kerosene, con la sua chitarra che si trasforma in un lanciafiamme mentre con tono omicida urla “Set Me On Fire – Kerosene”. Ossesione, agonia e allucinazione sono gli elementi cruciali per tutti i mostri, assasini, maniaci e deviati che popolano sotto forma di protagonisti le loro canzoni. La brutalità del “Grande Nero” ha il solo scopo di far capire come il baccano più sfrontato possa intrecciarsi in modo fantastico al rock: le cannonate chitarristiche di “Bazooka Joe”, il lentone ossessivo “Bad Houses”, le urla disumane sui riffoni cadenzati di “Stinking Drunk” impartiscono lezioni di psicopatia a buona parte dei gruppi dell’epoca. Il minimalismo dei Big Black (Glenn Branca docet), le mitragliate industriali della batteria, le chitarre martoriare da feedback e dissonanze costruiscono questo clima claustrofobico che non ha eguali nella musica rock, il fatto poi di stare per principio contro le leggi dettate dall’industria discografica (mai avuto né un manager, né un’agenzia) li rende ancora più meritevoli di rispetto (ma questa è un’impressione personale). “Atomizer”, capitolo fondamentale del rock violento, colonna sonora ideale per qualsiasi azione illegale, necessita l’ascolto in vinile, la Touch’n’Go ha comunque raccolto “Atomizer”, “Headache” e “Heartbeat” nel CD “The Rich Man’s Eight Track Tape”.

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