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Big Deal: Voci delicate

Conversazione a tre con i Big Deal, giovane duo anglo-americano autore di “Lights Out”, piccolo contenitore di musica semiacustica, malinconica e intimistica nei suoi connotati prevalenti. La cornice è il centralissimo Teatro dal Verme di Milano, nel cuore piovoso della primavera meneghina.

Un saluto dallo staff e dai lettori di LoudVision! Chi ha gettato le radici dei Big Deal?
K.U.: In realtà non abbiamo mai provato a fondare una band. Abbiamo cominciato come amici, ma avevamo i nostri gruppi. Ascoltavamo l’uno il materiale dell’altra e scambiavamo opinioni. A un certo punto abbiamo deciso che avremmo potuto cantare insieme, cosa che Alice non faceva nella sua band. Pensavo che lei avesse una bella voce e potesse cantare, così abbiamo provato con un paio di cover. Eravamo a Londra. Da lì abbiamo cominciato a scrivere brani insieme, li abbiamo registrati e abbiamo tenuto un paio di concerti. Era il 2010. In giugno, se non ricordo male.

Che ne è stato delle vostre vecchie band?
A.C.: Lasciate alle spalle. Sia io che lui suonavamo nei nostri gruppi da qualche anno e c’erano ormai un sacco di problemi. Stavano già disgregandosi, quando io e Kacey abbiamo cominciato a scrivere musica insieme. Erano band con batteria e basso, anche se la mia faceva musica leggera, tra Smiths e Libertines.
K.U.: La mia suonava musica dura. Troppo dura. È stato bello passare a un genere un po’ più tranquillo.

Tu, Kacey, sei californiano, mentre Alice è londinese. Dove vi siete incontrati?

K.U.: A Londra. Io frequentavo l’università, e devo dire che non l’ho ancora mollata. Spero di potermici dedicare un po’, al mio ritorno.

Il disco, “Lights Out”, è attraversato da una tematica principale?
K.U.: Mmm… è veramente difficile sostenerlo. Diciamo che è tenuto insieme dallo scrivere canzoni insieme e scriverle al momento.
A.C.: I brani sono riflessi di ciò che eravamo in quel momento. I titoli lo testimoniano, non sono stati pensati a lungo. Vedi i casi di “Chair”, “Talk”… Finita la canzone, buttavamo giù il titolo velocemente.

I brani mischiano malinconia e una certa, positiva, tranquillità.
K.U.: Molta più malinconia, direi. Un pochino di allegria c’è anche all’inizio del disco, ma poi lentamente si disperde.

I Big Deal sono un progetto che ruota attorno al disco, oppure una band?
A.C.: Stiamo pensando già al secondo disco.
K.U.: Penso che abbiamo ambizione da vendere. Siamo partiti su sonorità modeste e penso che vogliamo fare cose più grosse. C’è il tempo in cui componi in cameretta, molto frettolosamente. Ma poi le sonorità possono crescere e cambiare.

Vi va di descrivere alcune tracce a scelta del disco?
A.C.: Proviamo. “Distant Neighborhood” è ispirata a un fumetto che Kacey stava leggendo all’epoca, su un tizio che torna indietro nel tempo a quando era bambino, pur rimanendo con lo spirito di un uomo di mezza età. Il protagonista deve gestire questa situazione, per esempio nel rapporto col padre.
K.U.: Si tratta di un fumetto giapponese molto triste, più letteratura che fumetto per bambini.
A.C.: “Chair”… Ero nella mia stanza, di notte, e non riuscivo a dormire. La canzone è nata in quel momento, coi pensieri strani che vengono in quelle situazioni.
K.U.: Con “Swoon” intendiamo quando si è contenti perché altri sono contenti.
A.C.: “Locked Up” è il tentativo di esserci per qualcuno, essendo la vita piuttosto difficile.
K.U.: “Visions” è svegliarsi e vedere le cose che hai appena sognato. “Pi” non era previsto finisse sul disco, ma poi l’abbiamo inserita perché in studio ci è piaciuta tantissimo.
[PAGEBREAK] Oltre a voi, qualcuno altro ha partecipato alla stesura dell’album?
A.C.: Nessuno.
K.U.: Per altri versi, ci hanno aiutato tutte le band che abbiamo ascoltato.

L’inizio di “Talk” ricorda certi Smashing Pumpkins, no?

A.C.: Possibile, visto che sono una delle mie band preferite.
K.U.: È vero che, per ogni brano che si scrive, qualcuno può dire «assomiglia troppo a questa band che mi piace, o a quest’altra». È una cosa che mi stupisce sempre. In questo caso, tu sei il primo che nomina gli Smashing Pumpkins per questa canzone.

Allora quali gruppi riconoscete nelle vostre canzoni?

K.U.: Penso che ci siano tantissimo Pumpkins e Nirvana. E poi My Bloody Valentine, Pixies, Broken Social Scene e così via. Anni ’90, ma non solo.

Quanti anni avete?
A.C.: 19
K.U.: 30

Avete una canzone preferita nel disco?
K.U.: Non penso che abbiamo ancora scritto la canzone che rappresenta veramente i Big Deal.
A.C.: A me piace molto come suona “Locked Up”.
K.U.: Sì, è una canzone molto sentita, l’abbiamo trasposta molto bene. A me piace talvolta “With The World At My Feet”, perché siamo veramente noi, con le nostre idee diverse.

A quando il concerto in Italia?

A.C.: Abbiamo già fatto il tour europeo, ma l’Italia non era compresa. Torneremo a luglio, in una tornata di festival europei, anche nel vostro Paese.

Che aspettative avete per il futuro immediato?
K.U.: Vogliamo solo fare musica il più a lungo possibile, per tutto il tempo che avremo voglia di far parte della band. L’industria della musica è oggi in una situazione terribile e per i gruppi è difficile avere una lunga carriera. L’obiettivo ora è produrre qualche disco, siamo in grado di farlo.

Siete contenti in questo periodo?
K.U.: Penso che essere contenti voglia dire avere le giornate belle piene. Essere infelici è starsene seduti in casa.

State insieme?

Entrambi: No!

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