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Black Panther”, diciottesimo film del Marvel Cinematic Universe, si apre nel 1992, su un improvvisato campo da basket frequentato da ragazzi afroamericani a Oakland in California, a due passi da un complesso di case popolari fatiscenti. Oakland, la città natale del regista e co-sceneggiatore Ryan Coglier, già autore di “Creed”. Oakland, il luogo che vide la nascita delle Pantere Nere, organizzazione fondata da Huey Newton e Bobby Seale nel 1966. Una realtà in qualche modo personale che si mescola in modo inscindibile con una storia più vasta, che parte da molto più lontano. Quasi una dichiarazione di intenti. 

Il fulcro del film di Coogler è in questi pochi minuti d’apertura. Sì, stiamo per parlare dell’immaginario Regno di Wakanda, incarnazione dell’afrofuturismo, con la sua tradizione millenaria e la tecnologia all’avanguardia alimentata dagli inesauribili giacimenti di Vibranio. Certo, stiamo per vedere re guerrieri in costume da super eroe affrontare supercriminali, mentre si consumano faide famigliari, vendette e tradimenti degne di un dramma shakespeariano. Tuttavia, non dobbiamo smettere mai di pensare a quel campo da basket, con i canestri ricavati da cassette di frutta, perché ce ne sono tanti uguali, e non solo ad Oakland. È di questo che si sta parlando. 

È un momento particolare per i cineasti afroamericani. Lo spiega meglio di me Jordan Peele, regista di “Get Out”, candidato quest’anno agli Oscar come miglior film, in questa lezione tenuta alla UCLA giorni fa, in cui parla di una sorta di rinascimento. Artisti come Ava Duvernay (regista di “Selma” e “13th” a cui inizialmente era stata offerta la regia di “Black Panther”, ma che ha rifiutato per divergenze creative), F. Gary Gray (“Straight Outta Compton”), Barry Jenkins (“Moonlight”), lo stesso Ryan Coogler o Donald Glover (“Atlanta”) hanno fatto capire all’industria che produzioni dalle tematiche specifiche, legate ad un certo tipo di esperienza e immaginario, possono parlare a tutti, senza che il messaggio diretto alla comunità di riferimento venga depotenziato. Inoltre, cosa da non sottovalutare quando di parla di quello che rimane comunque un prodotto, possono essere un successo di critica e pubblico universale. 

Arriviamo così a “Black Panther”, primo blockbuster della Marvel diretto da un regista afroamericano. Per giunta, con protagonista il re di Wakanda T’Challa (Chadwick Bozeman), la Pantera Nera creata da Stan Lee e Jack Kirby nel 1966 che affonda le proprie radici nel Movimento dei diritti civili, e il coinvolgimento di una nuova e promettente generazione attori, come Lupita Nyong’o (“12 anni schiavo”, “Star Wars”), Michael B. Jordan (“Creed”), Daniel Kaluuya (“Get Out”) e Danai Gurira (“The walking dead”).

Il film di Coogler, per necessità, porta il peso di tutta questa aspettativa, nonché il tono molto serio del materiale di partenza. Prende, dunque, una strada diversa rispetto ai capitoli del Marvel Cinematic Universe tratti da fumetti meno noti al pubblico generalista (come “I Guardiani della Galassia”, “Doctor Strange” o “Ant Man”). Il tono è molto più sostenuto. Poche battute (e quando ci sono, non funzionano benissimo, almeno adattate in italiano), molti dilemmi morali e un mondo interno da costruire. 

In questo senso, “Black Panther” ricorda il primo, verboso, “Thor” diretto da Kenneth Branagh. Ma Coogler, a differenza di Branagh, sembra molto più a suo agio con la materia narrativa e riesce a portare sullo schermo un mondo fuori dal tempo, a metà tra tradizione e innovazione, attraverso la ricostruzione di una dimensione tribale affascinante e sorprendentemente coerente. Un sistema chiuso, sì, ma con grandi possibilità di aprirsi al mondo esterno. 

E se il protagonista T’Challa, schiacciato dalla responsabilità di essere eroe predestinato di un’intera nazione prima ancora di scoprire l’eroismo in se stesso, risulta forse il personaggio meno efficace nella storia, “Black Panther” ci regala degli antagonisti tra i più interessanti visti fino ad ora nel MCU. Bisogna dirlo, anche se in una parte minore, Andy Serkis nel ruolo di Klaw tiene la scena come nessuno, ma è l’Erik Killmonger interpretato da un Michael B. Jordan a sorprendere. È proprio lui a buttare sul piatto, insieme alle proprie motivazioni, il principale spunto di riflessione sulle modalità di contrapporsi alle ingiustizie sociali. Una riflessione politica e sociale sulla discriminazione, razziale e di genere, forse eccessivamente semplificata, così come la conclusione a cui porta, ma che non si può dire che non guardi al presente. 

Su queste basi, non stupisce che il regno di Wakanda sia dominato da figure femminili forti e convincenti. Giovani eroine come Nakia (Lupita Nyong’o) valorosa guerriera pronta a lasciare il paese per aiutare i rifugiati, Okoye (Danai Gurira), leale capo delle Dora Milaje e Shuri (Letitia Wright) sorella di T’Challa, il cervello dietro le conquiste tecnologiche future e presenti del Paese, una sorta di Q che però non disdegna lo scontro.

“Black Panther” ha però un ritmo poco equilibrato. Intrattiene, questo è certo, ma presenta una certa gravità nei dialoghi e qualche lungaggine qua e là che tende ad appesantire la narrazione, mentre alcune scene d’azione (il combattimento in piano sequenza in Corea del Sud, seguito dal una lunga scena di inseguimento in auto che strizza l’occhio ad un certo tipo di cinema d’azione ipercinetico), funzionano più di altre. Inoltre, pecca nell’utilizzo eccessivo di una CGI fin troppo invasiva, come altri film recenti della Marvel, ma a questo punto credo che ci sia solo da farci il callo. 

Lodevole invece, come nello straordinario caso di “Thor: Ragnarok”, è la scelta di una colonna sonora riconoscibile, composta da Ludwig Göransson con particolare sensibilità nel trovare un equilibrio tra sonorità tribali e epica orchestrale, che fa da collante ai pezzi originali curati e prodotti da Kendrick Lamar con la sua etichetta TDE. 

“Black Panther” è, dunque, un film che alterna alti e bassi, ma è anche un esempio lodevole di cinema di intrattenimento che abbraccia le logiche di produzione del blockbuster, con tutti i paletti del caso, senza tradire il proprio background. Semplificando il proprio messaggio, riesce a farlo arrivare ad un pubblico più vasto.

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