Home > Recensioni > Blackhat

Erano ben sei anni che non si avevano notizie di uno dei registi che più hanno contribuito a plasmare l’estetica cinematografica del nuovo millennio: si parla del grande Michael Mann, che nell’ormai lontano 2005, con il suo “Collateral”, diede una definitiva valenza artistica a quel digitale che, sino ad allora, tutti cercavano di mascherare. La sua ricerca continuò con l’ipertrofico (ed incompreso) “Miami Vice” e con quel meraviglioso cortocircuito tra passato e futuro che era “Nemico pubblico”.

Con il nuovo “Blackhat“, cyber thriller d’azione (dove poi, di azione vera e propria, non ce n’è poi molta), questa ricerca ricerca sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno.

Un attacco informatico provoca una fusione nucleare in una centrale di Hong Kong. Un altro attacco di ugual natura fa schizzare verso l’alto i prezzi della soia alla borsa di Chicago. Appurato il nesso tra i due episodi, il governo cinese e quello americano decidono, malvolentieri, di collaborare per sventare altre minacce. Il capitano Dawai, arrivato negli Stati Uniti, convince l’FBI a servirsi di Nick Hathaway (Chris Hemsworth), un esperto d’informatica che sta scontando una lunga pena in un penitenziario di massima sicurezza. Hathaway spingerà l’indagine cosi in là da essere costretto a perseguirla da solo per guadagnarsi la sua libertà.

La ricerca stilistica di Mann sembra essere ormai arrivata oltre, e il senso delle sue opere va ricercato unicamente nelle immagini. La sceneggiatura potrebbe anche non esserci: i personaggi sono caratterizzati da poche (e scontate) battute e da discorsi tecnici che, se non si è conseguito almeno un master in informatica, potrebbero risultare comprensibili quanto l’aramaico antico.

È nel ritmo e nell’atmosfera che risiede la forza di questo cinema. Nella multiformità delle immagini, che cambiano prospettiva ed esposizione da un inquadratura all’altra, con la stessa velocità con cui corrono le informazioni su un sistema virtuale che ormai può influire definitivamente sulle nostre vite. È lì che si combattono le vere battaglie, come sembrano confermare le insistite inquadrature (in CGI) che ci portano letteralmente all’interno dei processori e con cui Michael Mann decide di aprire il film. È infine nei silenzi, nel non detto, che va ricercata la profonda etica e l’infinita malinconia tipica dei personaggi (poliziotti o criminali che siano) che popolano i film di questo grande regista.

È un oggetto assolutamente anomalo, questo “Blackhat”, da sottoporre a ripetute visioni per coglierne pienamente le potenzialità, e per capire se ci troviamo di fronte soltanto ad un sontuoso esercizio di stile, oppure ad una nuova via per il cinema. Io, per il momento, mi pongo nel mezzo.

Pro

Contro

Scroll To Top