Home > Recensioni > Blade Runner 2049
  • Blade Runner 2049

    Diretto da Denis Villeneuve

    Data di uscita: 05-10-2017

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

«Io penso, pertanto sono», diceva in “Blade Runner” di Ridley Scott la bella Pris (Daryl Hannah), fabbricata per di dare piacere agli uomini, al fine di convincere il buon Sebastian (William Sanderson) della sua unicità di essere senziente e quindi umano. Più umano dell’umano, come recitava lo slogan della Tyrell Corporation.

Ma cosa vuol dire essere umano? 

Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve cerca la risposta a questa domanda nel suo illustre precedessore, ma la sviluppa in maniera autonoma. 

C’è una sequenza, nel film di Scott, in cui Rachel (Sean Young) realizza che i suoi ricordi non sono altro che innesti mentali, episodi reali dell’infanzia della nipote di Tyrell, il suo creatore. La paura di essere senza passato, di essere privata persino della nostalgia, si tramuta, in qualche modo, nell’angoscia di non avere identità. Credo si possa trovare qui il seme della riflessione presente in “Blade Runner 2049”.

Io ricordo - sembra dirci Villeneuve - pertanto sono, mentre i suoi personaggi cercano di mettere insieme i pezzi di un puzzle incompleto, in una società in cui un catastrofico black out ha causato la perdita di tutti gli archivi digitali (fatti narrati nel corto Blade Runner Black Out 2022, diretto dal regista di “Cowboy Bebop” Shinichiro Watanabe). Un mondo in cui si può fare affidamento solo sulla memoria personale, per natura labile, fallace, selettiva, ma che fa degli essere umani quello che sono. 

Vista in quest’ottica, la trama del film (della quale il regista canadese ha chiesto esplicitamente di non rivelare dettagli) e gli eventi che porteranno il personaggio interpretato da Ryan Gosling a cercare  l’ex agente delle unità Blade Runner Rick Deckard (Harrison Ford) sembrano quasi accessori, subordinati al questa riflessione, squisitamente antropologica, sulla memoria come meccanismo per definire la propria identità. 

Villeneuve e gli sceneggiatori Hampton Fancher e Michael Green mettono quindi parzialmente da parte il classico tema del rapporto tra creatore e creatura, così centrale nel primo “Blade Runner”, per concentrarsi solo su quest’ultima.

«Voglio più vita, padre» chiedeva disperatamente Roy Batty (Rutger Hauer) nel 2019, mentre cresceva in lui l’angoscia per l’imminente fine. Ora, nel 2049, i nuovi replicanti (ma non solo loro) non chiedono più niente ai creatori, se non la possibilità di poter provare nostalgia di quel passato imposto. Di sapere di essere, anche se potrebbero non essere stati. 

Si tratta di una fantascienza ontologica, matura e fortemente umanistica, che potrebbe diventare la cifra distintiva di un certo cinema di Denis Villeneuve. 

Che il rapporto tra uomo e memoria sia uno dei temi portarti di alcune delle sue opere è indubbio: una memoria personale falsificata dalla paura in “Enemy”, una memoria collettiva che comprende passato, presente e futuro in “Arrival” e ora, in “Blade Runner 2049”, la memoria come strumento di consapevolezza di se stessi. 

È un peccato che la sceneggiatura non sia all’altezza di questa riflessione, presentandoci una vicenda standardizzata, adattata in maniera poco incisiva allo spaventoso, ma affascinante futuro creato da Philip K. Dick e reinventato da Ridley Scott.

Blade Runner 2049è un film straordinario a livello visivo e tecnico, con la sua regia pulitissima e controllata, che riesce ad esaltare ogni piccolo dettaglio dell’inquadratura, la fotografia di Roger Deakins estremamente curata e il notevole lavoro sul sound design in grado di riportarci immediatamente all atmosfere del primo film, malgrado un Hans Zimmer un po’ svogliato nel comporre una colonna sonora abbastanza anonima, escludendo i doverosi omaggi a quella originale di Vangelis.

Purtroppo, forse cercando di essere meno criptico del capostipite, questo sequel finisce per perdere un po’ del fascino ambiguo di – più o meno- tutte e tre le versioni. Da questo punto di vista, Villeneuve prende una strada antitetica rispetto a Scott: se “Blade Runner” è un film dalla narrazione essenziale, ma stratificata a livello simbolico, “Blade Runner 2049” ci presenta una vicenda più articolata, ma dalla lettura molto più lineare.

Il problema, forse, sta nel non poter contare sulla complessità dei personaggi, che qui sembrano poco più che abbozzati, e sulla potenza di un eroe tragico come il Roy Batty di Rutger Hauer (perché, lo ammetto, ho sempre pensato che fosse soprattutto lui, l’eroe). Ryan Gosling, per quanto sia un attore valido, non credo abbia il carisma e la fisicità per portare sulle proprie spalle un film del genere.

Al netto dei difetti, con “Blade Runner 2049” Denis Villeneuve riesce nel tentativo di portare – subito dopo “Arrival”, ma non con gli stessi sorprendenti risultati – dell’ottima fantascienza antropologica al cinema. Di questi tempi, non ci si può lamentare. 

Pro

Contro

Scroll To Top