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  • Blake/e/e/e: Border Radio

    Blake/e/e/e

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Indiefolk iz in da house (?)

Blake/e/e/e. Un nome curioso per una band altrettanto curiosa. Metà italiani e metà americani, vivono e compongono a Chicago. Gli abitanti della città dell’Illinois hanno un modo dire: se non ti piace il clima, aspetta un minuto.
Ecco, lo stesso si può dire dei Blake/e/e/e.

Prendete l’intro “Holy Dub”. Magari c’è chi ha comprato “Border Radio” attirato dalla parola folk nella descrizione e si trova di fronte a un pezzo (indovinate?) dub, così dopo trenta – facciamo trentadue – secondi già è incazzato nero col negoziante. Aspetta il fatidico minuto ed ecco che inizia “New Millennium’s Lack Of Self-Explanation”: chitarre folk, finalmente! Poi un’esplosione elettronica. Poi ancora il folk, con voci angeliche che si incrociano e un hammond che sa tanto di freakedelia anni ’60.

“Border Radio” funziona più o meno così, i dieci pezzi che lo compongono sono piccoli, delicati mostri che riescono in pochi attimi a passare dagli Animal Collective ai This Heat, dai succitati anni ’60 ai Liars di “Drum’s Not Dead” (“Time Machine”).
Quello che sorprende di questo (apparente) minestrone è la sua coerenza interna, il modo in cui ogni passaggio sembra condurre naturalmente al successivo, lasciando l’ascoltatore in uno stato di perenne attesa. “Border Radio” è un disco labirintico, un parco dei divertimenti nel quale non ci sono due giostre uguali tra loro, un mosaico nel quale tutto, in fin dei conti, ha perfettamente senso.

È proprio questo il vero punto forte di “Border Radio”: nulla è gratuito, nulla è forzato, forse anche grazie ad una produzione lo-fi che sciacqua via ogni possibile rischio plasticaccia. Considerando che gli americani ultimamente sbrodolano per l’indiefreakfolktronica ci sarebbe da aspettarsi “Border Radio” in cima ad ogni classifica alternative possibile e immaginabile. Il tempo ci dirà se esiste una giustizia a questo mondo.

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