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Blaze: Blaze, la vita ricomincia lontano dai Maiden

È capitato spesso nella storia del rock che un cantante idolatrato come front man di una band famosa, perdesse successo e appeal una volta tentata la carriera solista. È meno frequente il processo inverso, quello che è accaduto a mister Blaze Bayley. Vituperato dalla quasi totalità dei fan degli Iron Maiden ai tempi della sua militanza nella vergine di ferro, il cantante si è invece guadagnato una buona fetta di pubblico e la stima della critica con due album di solido heavy metal che, se non hanno certo fatto gridare al miracolo, risultano di gran lunga migliori di quanto fatto ascoltare ai tempi di “The X Factor” e, soprattutto, “Virtual Eleven”. Con il nuovo lavoro, “Blood And Belief”, i Blaze non solo si sono confermati, ma hanno compiuto un ulteriore passo in avanti dando alla luce il loro disco migliore. A parlarcene è Blaze in persona.

Possiamo partire dall’inizio, ovvero da “Blood And Belief”.
L’idea per questo album era di fare qualcosa che fosse completamente onesto. Quando abbiamo fatto il live “As Live As It Gets”, al momento di mixarlo ci siamo resi conto che suonava molto meglio e molto più heavy dei nostri album di studio. E questo nonostante ci fossero volute solo due ore per registrarlo. Così quando siamo tornati in studio abbiamo pensato di provare a fare qualcosa che somigliasse il più possibile a un live album. Abbiamo iniziato a provare e suonare insieme cementandoci sempre più come band e approfondendo la nostra conoscenza reciproca su nostro modo di scrivere, di sentire la musica, tirando fuori tutta la forza da ognuno di noi stessi. È per questo che questo disco suona molto più diretto, molto più emozionale.

Cosa ci puoi dire delle liriche? Sembra che questa volta tu abbia voluto tirare fuori cose molto personali…
Per quanto riguarda i testi non volevo parlare di personaggi inventati e, anche incoraggiato dai miei compagni, ho cercato di essere davvero onesto e aperto parlando dei miei sentimenti, della prospettiva delle mie emozioni. Gli ultimi due anni sono stati una specie di otto volante, per me è stata una profonda crisi. Il mio matrimonio è andato a puttane, ho dovuto discutere molto con la label per il contratto. È intervenuta la depressione, la droga. Per questo “Blood & Belief. Devi continuare a credere… questo è il motivo per cui i testi sono profondamente personali: riguardano la mia attitudine, la mia filosofia, i miei pensieri sulla vita e su quanto mi è accaduto. Questo penso che mi unisca alla gente in maniera più diretta e profonda perché ognuno ha passato momenti duri, ognuno attraversa nella sua vita periodi di difficoltà.

Quanto avete impiegato per scriverlo e realizzarlo?
Abbiamo lavorato per conto nostro per circa un anno incontrandoci occasionalmente per confrontarci sulle idee di ognuno di noi, ma il processo vero e proprio di realizzazione in cui abbiamo messo insieme tutto quello che avevamo prodotto ci ha portato via circa due mesi.

L’album è stato prodotto da Andy Sneap. Volevate un particolare tipo di suono?
Per quanto riguarda la produzione, come ho detto, intanto che stavamo mixando il live album abbiamo pensato che quello era il suono che avremmo voluto anche per il successivo disco fatto in studio. Andy Sneap a quell’epoca si era appena trasferito in un nuovo studio che ha fatto costruire lui stesso, e quando siamo andati lì lo stava ampliando e c’erano quindi ancora delle parti in costruzione. La situazione quindi da una parte era abbastanza disagevole nel senso che eravamo tutti in una stanza a provare e registrare, ma dall’altra questa condizione di pressione è risultata perfetta per fare musica.

Rispetto ai primi due album ci sono un batterista, Dave Knight, e un bassista, Wayne Banks, nuovi. Come è stato con lavorare loro e che apporto hanno dato alla band?
È stato fantastico, una vera iniezione di energia. Il nuovo batterista poi è bravissimo, in grado di fare anche i ritmi più veloci, e qualunque cosa ci venisse in mente e gli chiedevamo lui era in grado di farla e questo è stato assolutamente positivo per il processo creativo. Inoltre la cosa che ritengo fondamentale è che credo che tutti fossero impegnati non a dimostrare quanto valessero come singolo ma piuttosto a dare del loro meglio per migliorare le canzoni.

C’è nel disco una canzone che ritieni particolarmente rappresentativa?
Non so, sono molto differenti e tutte personali e ognuna racconta una storia. È un album pieno di canzoni che raccontano storie e anche l’ordine che è stato scelto è per consentire all’ascoltatore di godere di una storia musicalmente.
[PAGEBREAK] La forza di “Blood And Belief” sta forse nel suo essere in gradi bilanciare aggressività e melodia. Era una cosa che vi eravate prefissati o è venuta in maniera spontanea?
Tutto parte dall’inizio. Quando abbiamo cominciato a pensare di fare questo disco, e mettere insieme dei musicisti per realizzarlo, quello che abbiamo sempre detto di voler fare era qualcosa accostabile classic metal, con le chitarre potenti in grande evidenza, forti melodie e testi interessanti. Così mentre stavamo realizzando il disco ci chiedevamo sempre se questa o quella melodia fosse forte per raccontare una storia. È sempre stato un mio tentativo quello di mettere insieme potenza e melodia. E credo che in questo senso questo album sia riuscito meglio di tutti i precedenti.

In genere com’è il vostro processo creativo? Scrivete prima le musiche o i testi?
In passato abbiamo fatto in diversi modi, ma per questo album siamo partiti dalla musica. Abbiamo sistemato le varie parti, fatto gli arrangiamenti e dopodiché ho messo insieme tute le idee e gli appunti che avevo scritto negli ultimi anni e ascoltando la musica che avevamo composto ho pensato “che emozione è questa?” cercando di mettere insieme le cose che mi sembravano più consonanti. Questa volta ho proprio voluto lavorare sulle melodie e le liriche in modo che la cosa arrivasse al pubblico nella maniera più forte possibile.

Hai accennato a problemi con la tua casa discografica. Come vanno le cose ora?

Siamo sempre con la stessa label. Abbiamo avuto alcune discussioni su certe cose ma quello che conta per me alla fine sono solo i fan e la mia opportunità di far arrivare a loro l’album. Poi quello che pensano loro del disco e di ciò che facciamo, questa è l’unica cosa di cui sono veramente preoccupato.

Come è stata la reazione a “Blood And Belief”?
Per quanto mi riguarda, sorprendente. Tutti quelli che lo hanno ascoltato hanno reagito positivamente, è piaciuto. È così differente e così personale rispetto ai due precedenti. Penso che contenga le cose migliori che ho mai fatto è sono molto felice che riesca ad arrivare alla gente e la gente lo apprezzi.

Quando sei venuto in Italia per presentarlo hai fatto tre Dj set…
Sì, ero davvero terrorizzato. Cioè, sono sempre nervoso quando salgo su un palco, anche per cantare le mie canzoni, ma essere un dj ti mette ancora più ansia. Non hai barriere tra te e il pubblico e tutti sono lì che aspettano cosa metterai come prossima canzone e tu hai da scegliere tra un centinaio di canzoni e ti fai prendere dalla paranoia. È stata un’esperienza diversa, terrificante ma bella…

È stata una scelta un po’ anomala. Come mai ha voluto fare questa cosa?
È stata un’opportunità che ci si è presentata quando abbiamo deciso di presentare l’album ai fan prima che alla stampa perché i fan sono l’elemento più importante: loro comprano il disco, vengono ai concerti, comprano le magliette. Purtroppo quando si parla di music business gli affari spesso prevalgono su quella che è la triade fondamentale: la band, la musica e i fan. Volevamo incontrarli e dar loro l’opportunità di ascoltare la nostra musica.

Cosa pensi della scena heavy di oggi?
Io credo stia facendo lentamente dei passi indietro. È cambiata molto, ad un certo punto era diventato tutto troppo grande facendo perdere contatto con la realtà. Mi sembra si stia tornando lentamente con i piedi per terra, suonando in posti più raccolti, come club e teatri, ritrovando però un certo feeling e il contatto con il pubblico.
[PAGEBREAK] Secondo te quanti di quelli che oggi vengono ai tuoi concerti lo fanno perché sei l’ex cantante degli Iron Maiden e quanti invece solo per i Blaze?
È una domanda interessante ma alla quale davvero non so cosa rispondere. Credo sia un mix: molta gente mi conosce sin dai tempi dalla mia militanza con i Wolfsbane, molti altri mi hanno conosciuto con i Maiden e altri ancora mi hanno scoperto con i Blaze e sono fan solo dei Blaze.

Tra l’altro nel tuo passaggio dai Maiden alla carriera solista è accaduto un processo abbastanza anomalo: mentre eri nel gruppo molti ti criticavano mentre adesso tutti ti lodano e hanno scoperto che sei un artista.
Già, è una cosa piuttosto strana. Sono molto orgoglioso di quello che ho fatto con gli Iron e quando sono entrato nel gruppo ho fatto di tutto per dare del mio meglio, ma quelle che mi erano richieste erano cose molto precise, non c’era molto spazio. Insomma, erano gli Iron Maiden, la band più famosa che ci sia, non potevamo cambiare per me, io ero quello che doveva adattarsi. Ma ho imparato molto, come artista, come cantante penso di essere cresciuto molto e anche sotto il punto di vista della personalità. Io ho cercato di godermi al massimo la situazione, fare concerti, firmare autografi nei negozi. Certamente tutto questo ha cambiato il mio atteggiamento e da quei giorni sono cresciuto molto. Comunque ero un fan della band prima e lo sono ancora.

Cosa ti ha lasciato quella esperienza da un punto di vista musicale?
Penso che su “Blood And Belief” ho trovato quello che sono veramente. Ciò che abbiamo scritto con John Slater e Steve Wray è ciò che mi ha permesso di trovare la migliore combinazione per sfruttare appieno le mie qualità vocali. Sono molto sicuro della mia voce adesso. E questo viene dalla mia esperienza con i Maiden, cose che ho imparato soprattutto da Steve Harris, la vera guida, quello che ha le idee e detta la linea.

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