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  • Blind Guardian: A Night At The Opera

    Blind Guardian

    Loudvision:
    Lettori:

…and then there was sileeeeence!!!

Troppo.
È questo l’avverbio distintivo di “A Night At The Opera”, tra l’altro indiscutibilmente titolo e copertina peggiori della carriera novantiana dei Blind Guardian. Tutto, tutto quanto è troppo. In particolare la cura riposta negli arrangiamenti, il numero di differenti elementi, di sovrapposizioni vocali e strumentali. Se l’ottima cura e raffinatezza di “Nightfall” erano lodevoli, lo stesso non si può dire ora, dato che questo atteggiamento, portato all’estremo, non fa altro che generare una discreta confusione ed un notevole disorientamento nel momento in cui una miriade di complesse linee di arrovellano intricate nelle nostre orecchie. In questo caso l’ascoltatore non cervellotico non può far altro che restare prevalentemente indifferente, attendendo il momento in cui anche a lui sarà dato di accedere alla musica, ossia sostanzialmente il refrain e pochi altri momenti memorabili.
È dunque proprio questo ciò che accade. Sia un esempio per tutti il pezzo più significativo – e come dire altrimenti – ossia la conclusiva e lunghissima “…And Then There Was Silence”, dedicata alle mistiche visioni dell’egiziana Cassandra. Il brano è incredibilmente affascinante e ipnotico per tutti i suoi quattordici minuti, la tensione è continuamente tenuta alta dal sovrapporsi di centinaia di cori, linee armoniche, fughe vocali o strumentali che siano, finché, finalmente, per una volta soltanto, una sola volta, Hansi Kursch pronuncia le parole “and then there was silence”, e giunge il momento della gioia per l’ascoltatore ammutolito.
È questo dunque il difetto fondamentale di un album che poteva essere immenso, mentre si arrotola su se stesso impedendo spesso l’ingresso al pubblico, inevitabilmente sconfitto.

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