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  • Bloc Party: Intimacy

    Bloc Party

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I duri hanno due cuori (cit.)

È con queste consapevolezze che ci avviciniamo a “Intimacy”, ancora eccitati da “Silent Alarm”, delusi da “A Weekend In The City” ed impazienti di scoprire cosa si saranno inventati i nostri per tirare su le sorti della band. Si parte con “Ares” ed i suoi sintetizzatori a tappeto ad introdurre la scarica di riff e break beat Chemical’s style, perfetta cornice al cantato mai così black di Kele, tra funk e rap 70′s. Pura frenesia danzereccia, in cui le chitarre si intrecciano in maniera quasi omogenea all’elettronica, frenesia che non viene meno neanche quando, più o meno a metà pezzo, una chitarra sommersa di delay raffredda le acque a far da preludio alla ripartenza/finale, in uno stile che richiama alla mente le atmosfere dance anni ’90.

Con “Mercury” la parentela con i fratellini chimici si fa più stretta, le chitarre spariscono sotto chili di break che si snodano tra campioni e bassi sintetizzati compressi allo spasmo. Il risultato è un ritmo tutto da ballare, molto più adatto ai dancefloor che ai palchi dei festival, tra campanacci, sintetizzatori e colpi di stab. Impossibile imporre alla testa di fare su e giù a tempo.
Tra ritorni a vecchie atmosfere come nei veloci “Trojan Horse” e “One Month Off”, dove sono le chitarre a tornare padrone di casa al ritmo di una batteria serrata e trascinante, c’è anche il tempo anche per le atmosfere più rarefatte e la malinconia strozzata di “Signs”, in cui un Okereke mai così trasognante, sembra per un attimo abbandonare la sua proverbiale spocchia a favore di una inedita dolcezza. Della serie: anche i duri piangono!

È a questo punto che, contando fino ad otto, incontriamo la vera perla del disco, la riuscitissima e totalmente artificiale “Zephyrus”, in cui synth vocali, cori campionati e parvenze di mellotron realizzano il tappeto perfetto per il cantato tirato di Kele ed il pungente beat, sempre a cavallo tra muscoli e delicatezza.
Una chicca che riassume benissimo quello che i Bloc Party dovrebbero riuscire ad essere per non fagocitare se stessi col passare del tempo e per evitare il rischio di cadere nel loop delle autocitazioni (poco consone a chi, come loro, ha dato in passato un grosso scossone alla cosiddetta scena indie inglese) che da sempre rappresenta il cimitero delle giovani band.

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