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  • Blonde Redhead: Barragán

    Kobalt / Self

    Data di uscita: 02-09-2014

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I Blonde Redhead hanno scelto il tepore autunnale per presentare “Barragán“, disco che giunge a quattro anni di distanza da “Penny Sparkle” (4AD).

Sono trascorsi vent’anni – e otto dischi – dagli esordi del trio indie statunitense; le loro sonorità si sono via via attestate attorno ad un raffinato dream/electro-pop, più accessibile rispetto alle distorsioni dell’esordio omonimo datato 1993 (prodotto dal batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley). Inoltre, col passare del tempo, la band ha acquisito un’impronta stilistica riconoscibilissima, grazie al timbro vocale di Simone Pace e Kazu Makino – rispettivamente voce maschile e femminile.

Ma chi sono i Blonde Redhead oggi? Per rispondere a questa domanda, occorre ascoltare il loro nuovo lavoro, che omaggia, a partire dal titolo,  l’architetto messicano Luis Barragán, famoso per l’uso delle tinte forti e l’accostamento audace di colori.

E proprio in questa direzione hanno voluto spingersi i Blonde Redhead: “Barragán” nasce come un percorso di accostamenti, fra riff noise (il migliore, la chitarra acida di “No More Honey”), ritmi electro (la martellante “Dripping“) e persino echi barocchi (“The One I Love” e “Penultimo“). Un accostamento ben riuscito, anche se non di presa immediata.

Dimentichiamoci l’orecchiabilità di “23” ed accantoniamo i picchi distorti di “Fake Can Be Just as Good”. 

Prepariamoci invece ad ascoltare, perché questo è forse il disco più crepuscolare della band: non ci sono toni urlati, melodie incisive, quanto piuttosto un bisbiglio interiore. I toni sono malinconici, c’è la volontà di scoprirsi diversi, di andare oltre. Questo “oltre” è ben sintetizzato nell’incredibile “Mine to Be Had”, la traccia più corposa del disco, 8.46 minuti: c’è tutto, persino un accenno di kraut-rock.

Purtroppo l’esile timbo di Kazu Makino non sempre sa farsi valere; nel corso delle tracce tende a spegnersi (ciò è evidente soprattutto durante le esibizioni live) e gli arrangiamenti delle melodie sono a tratti insipide.

In sostanza, un buon disco, ma dalla struttura un po’ precaria. Pochi singoloni (solo “No More Honey” e “Dripping”), ma molta voglia di lasciarsi scoprire -oltre alla già citata “Mine to Be Had”, “Cat on Tin Roof” e  “Defeatist Anthem (Harry and I)” . 

Pro

Contro

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