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  • Bloodlet: Three Humid Nights In The Cypress Tress

    Bloodlet

    Loudvision:
    Lettori:

Slow is the new loud(vision)

I Bloodlet son tornati, a dieci anni dal loro ingresso in campo, proprio quando nessuno si sarebbe aspettato di vederli tornare. Tornati per quello che sono, padrini di un suono che è stato chiamato evilcore, hatecore o semplicemente metal-core, a seconda delle opinioni. Nulla di rassicurante, ne converrete.
È il quarto disco ufficiale; registrato con il signor Steve Albini alla produzione e alle prese con una situazione musicale ben diversa da quella esistente quattro anni fa. L’HC ormai è arrivato a essere definito “postcore” (Isis, The Dillinger Escape Plan, Earthtone9, Breach, Converge, Minus, sono una chiara differenza). Il disagio messo in musica ha assunto forme in parte diverse anche grazie all’entrata in scena commerciale del cosiddetto nu-metal della cui influenza, in qualche modo, il disco risente.
Ma i Bloodlet, non sono rimasti con le mani in mano. Il tono generale del disco è piuttosto greve e blueseggiante e le soluzioni particolarmente groovy (amplificate dal lavoro alla produzione di Albini; invero utile ma non esaltante. Billy Anderson sarebbe stato una manna dal cielo) non fanno altro che sottolinearlo. Se poi all’impasto aggiungiamo un’articolazione dei pezzi che comunque risente dell’influenza del noise rock più straniante, un’eredità metallicamente oscura e “gotica” e una velocità generalmente piuttosto ridotta, il gioco è fatto. Ma non è finita. Citiamo la hip hop oriented “Way of the Knife”, che presenta vocals filtrate e non troppo vaghi rimandi ad un grosso nome qual è quello dei Deftones. O “Worms”, che ricorda da vicino gli italianissimi GF93.
Per quanto riguarda i testi dell’album, sottintendono un’angoscia, una morbosità e un dolore interminabili, affrontati spesso e volentieri con immagini visionarie e ricchezza di metafore. Nonostante il tono disperato qualche spiraglio di luce malconcia si apre e si fa avanti la determinazione, l’intensità propria di quel movimento che è l’HC. A completare questa visione d’insieme cito gli sporadici (ma perfetti per quel che s’impongono) inserti elettronici e le voci a volte sovrapposte. Nella classica tradizione Bloodlet il cantato gutturale e acido svolge bene il suo ruolo ma a tratti risulta un po’ stucchevole e grottesco.

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