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Blue Silk : L’arte della trasparenza

Poche volte un disco autoprodotto ha catturato la nostra attenzione tanto quanto il debutto dei Blue Silk. “EA”, crocevia tra musica classica, new age e rock, non solo è intriso di filosofia classica, ma è anche estremamente ermetico. Per comprendere meglio l’album, siamo dunque andati ad intervistare direttamente gli autori.

Salve ragazzi! È un piacere conoscervi. Questa mini intervista avrà lo scopo di introdurre la vostra musica ai nostri lettori.
L’idea dei Blue Silk nasce dal duo Matteo Giudici e Raoul Moretti. Poi, di fatto, all’interno della band suonano anche altri componenti. Come e da chi sono composti i Blue Silk, ma soprattutto, cosa sono i Blue Silk: un gruppo, una mini orchestra, un esperimento?

I Blue Silk sono un duo: due vecchi compagni di conservatorio che si sono ritrovati qualche anno dopo il diploma e hanno scoperto di avere diverse idee, musicali e non, in comune. Nel nostro percorso musicale, oltre ad esibirci in duo, collaboriamo anche con altre forme d’arte, sperimentando l’interazione che si viene a creare, ad esempio, tra la nostra musica e le opere di un pittore. Vi segnaliamo un link dove troverete un ottimo esempio di fusione tra le nostre “visioni musicali” e quelle del pittore/scultore Fabrizio Bellanca.
Nel caso specifico di “EA”, abbiamo sentito l’esigenza di affiancarci ad un percussionista. Di qui la collaborazione con Tobia Scarpolini, che tra l’altro suona anche il violoncello (difatti è stato prontamente “sfruttato” in doppia veste). Tra le varie collaborazioni, recentemente è nata quella col gruppo di video artisti comaschi “Olocreativefarm”, proprio per lo spettacolo “EA”. A quest’altro link potrete vedere un video promozionale. Il progetto è molto ambizioso: suonare in barca vela.

Dal matrimonio tra musica moderna e tradizionale nasce “EA”. Quanto peso ha, nei vostri studi e nella vostra ispirazione, la musica da camera di tipo “classico”? La vostra fonte principale è la musica etnica-new age, il rock oppure proprio quella classica? È possibile realizzare un modello ideale di sonorità che prosegua la musica dei compositori sette/ottocenteschi e che si sposi con le strumentazioni moderne?
La nostra ispirazione è equamente alimentata da varie correnti musicali, che vanno dalla musica classica contemporanea, al progressive, passando per il pop, la musica etnica…
Le nostre audioteche sono abbastanza eterogenee!
Dal punto di vista dell’approccio compositivo, in questo progetto sicuramente ci rifacciamo alla musica classica. Tutto è scritto e pensato nei minimi dettagli e anche i momenti aleatori sono “pensati”.

La vostra musica è descrittiva e molto suggestiva. Il mare viene fedelmente riprodotto dai vostri strumenti. A quale di questi viene affidata la parte dell’… acqua? E voi, che rapporto avete con l’acqua?
Grazie. In effetti ci piace proprio l’idea di essere “suggestivi”: non solo suggerire visioni all’ascoltatore, ma anche “vederle insieme”. Nel nostro sito parliamo del tentativo di sperimentare una sorta di comunione. In realtà, nessuno strumento ha il ruolo dell’acqua. Per tornare all’inizio, tutti partecipano alla realizzazione della visione. Tra l’altro, anche l’ideazione musicale dei brani del concept parte proprio da alcune immagini, intese come soggetti, tradotti poi in musica.
Giusto per curiosità, possiamo dire che il tema eseguito dal violoncello nella parte centrale di “EA” rappresenta la nascita della divinità (EA, appunto), che nasce a sua volta da due divinità, rappresentate dai due temi sovrapposti di arpa e chitarra.
A livello timbrico piace confonderci, in qualche modo passare la “liquidità” da arpa e chitarra e viceversa.
Il nostro rapporto con l’acqua è ottimo, soprattutto ai Caraibi. Dai, si scherza… Come abbiamo scritto nella presentazione di “EA” (sul nostro sito), l’acqua rappresenta per noi una sorta di concentrato di riflessioni che riguardano l’uomo, la sua nascita, il suo percorso di conoscenza di sé stesso e del mondo che lo circonda.
Siamo uomini di acqua dolce di nascita; Raoul trascorre buona parte dell’anno in Sardegna. Ma lo spunto principale per affrontare questo argomento è stato l’incontro con MaldiTerra VelaClub.

Abbiamo ritrovato in voi qualcosa di Mike Oldfield, ma anche qualcosa della musica mozartiana. Insomma, alla fine si potrebbe dire tutto ed il contrario di tutto della vostra sperimentazione. Vorremmo però conoscere bene come la vedete voi e in che direzione intendete procedere per il futuro.
Nella nostra musica ci sono anche echi dei Pink Floyd, di Steve Reich, di Gyorgy Ligeti. Come si diceva, le influenze sono tante. Tutto ciò che ci sembra intellettualmente onesto e frutto di uno sforzo di ricerca, o semplicemente dettato da necessità interiori e non di mercato, ci attira. Con lo stesso spirito, cerchiamo di affrontare le nostre composizioni e tutte le avventure musicali presenti e future. È un percorso di crescita personale artistica ed umana.
[PAGEBREAK] Il concept che descrivete lascia immaginare una vostra passione per la filosofia di tipo tradizionale. Qual è invece il vostro approccio con la spiritualità di tipo cristiano e come eventualmente si concilia – se si concilia – con la vostra musica?
La nostra musica ha sicuramente una componente fondamentale legata alla spiritualità, ma non incanalata esclusivamente nell’esperienza cristiana. Una spiritualità fatta di ricerca di senso, nella vita come nella musica, nella quale troviamo fondamentali anche le tradizioni orientali. Ci interessa il percorso… non necessariamente la meta.

Alcuni momenti di “EA” sono estremamente criptici. L’immediatezza è al bando: l’album cattura più che altro per la sua perizia tecnica, per la capacità di creare un suono nuovo, per l’enorme cura nei suoni, per l’originalità di molti momenti. Avete volontariamente rifuggito l’idea di creare un prodotto orecchiabile o è venuto così, da solo? Cosa c’è dietro questa apparente incomunicabilità della vostra musica?
Caspita! E dire che noi ci riteniamo piuttosto orecchiabili! È vero, ci sono dei momenti dove abbiamo optato per scelte forse un po’ ostiche per l’ascoltatore medio, ma sempre per ragioni di necessità interiore. L’utilizzo del rumore o di cluster o di un procedimento compositivo dodecafonico (come in “Genesi”) ha sempre e comunque una giustificazione. Nessuna volontà di essere ostici, anzi: il nostro primo obbiettivo è proprio quello di arrivare al cuore delle persone. Magari anche lentamente, come scrivevi tu.
Il punto è che una comunicazione vera tra musicista e ascoltatore avviene solo se all’onestà intellettuale del primo corrisponde un minimo di sforzo di comprensione da parte del secondo.

Quanto credete possa essere appetibile una vostra esibizione live, per un tipo di musica che, apparentemente, è più meditativa che da spettacolo?
Molto. Le nostre esperienze, in tal senso, sono molto positive. Ovunque ci siamo esibiti abbiamo sperimentato un livello di attenzione alto. Perché separare l’idea di spettacolo da quella di meditazione?

Se poteste modificare qualcosa di voi o aggiungervi qualcos’altro, quali cambiamenti operereste?
Mah, più che altro continuare con costanza e tenacia nel nostro percorso, che non è evidentemente “facile”, ma è l’unico che ci gratifica.

Il vostro prodotto è gratuito e scaricabile on line. È solo un primo gradino per farsi conoscere oppure credete nelle nuove forme di diffusione, che tendono a rinnegare il diritto d’autore, inteso in senso tradizionale?
Il discorso è molto complesso e meriterebbe una trattazione a parte. Per essere sintetici, ci limitiamo a far notare che la musica è da sempre, innanzitutto, un’esperienza di vicinanza fisica e spirituale tra esecutori ed ascoltatori e la possibilità di registrarla su supporti audio e poterne trarre un profitto economico è una cosa molto recente nella sua storia; quindi, ad esempio, l’idea che il download gratuito e il peer to peer possano uccidere la musica ci fa sorridere. L’unico punto che ci interessa del diritto d’autore è quello di poter rivendicare la firma di un’opera. Nient’altro. Ci sembrano molto più interessanti la diffusione e la conoscenza. Il nostro prodotto è gratuito perché pensiamo al CD come ad un biglietto da visita. L’esperienza live è ciò che conta ed è lì che è giusto che il musicista venga ricompensato.

Ultima curiosità: come siete riusciti a creare un suono così limpido e cristallino semplicemente con un’auto produzione?
Be’, pensare che abbiamo ansie in senso contrario… Forse ti riferisci ad una certa sensazione di vicinanza agli strumenti. Probabilmente è dovuto al fatto che è stata adottata una filosofia di registrazione “live” che toglie quella certa patina presente in molti lavori anche curatissimi, ma magari meno diretti. Ad eccezione di alcune parti di percussioni, ad esempio, non ci sono sovra incisioni e le dinamiche sono lasciate esclusivamente agli strumenti, senza particolari interventi in fase di mixaggio.

Grazie mille, ragazzi.
In bocca al lupo per tutto. Siete davvero bravi e sorprendenti.

Grazie a te, Angelo, per l’attenzione che ci hai dedicato!

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