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In medio stat virtus

“Metallo Non Metallo” è il secondo lavoro dei Bluvertigo. Esce nel 1997 e si presenta come degno successore di “Acidi e Basi”. La formazione, che rimarrà da ora in avanti definitiva, è leggermente cambiata rispetto al 1995: alle chitarre troviamo Livio Magnini; Morgan si appropria anche delle tastiere, lasciando ad Andy parte delle voci e il sax; alla batteria sempre Sergio Carnevale.
Lo stile e il sound sono ora inconfondibili e, a voler proprio cercare un’etichetta, verrebbe quasi da definirlo post new wave: un tentativo di riportare alle orecchie dei fan un periodo musicale ormai messo da parte dalla massa, come un paio di vecchi scarponi, anche se mai passati del tutto di moda.
In ogni brano domina l’eclettismo musicale caratteristico del combo.
Ci si scalda con l’intro, e poi si comincia a suonare. Si parte con una serie di up-tempo (“Il Mio Malditesta”, “Fuori dal Tempo”, “Vertigoblu”) in cui rock, funky ed elettronica sono finemente miscelati. All’improvviso un episodio di lenta e liquida meditazione con “Tele Cinesi” e “Cieli Neri”, tra le tante, quest’ultima, che può vantare la partecipazione del polistrumentista Mauro Pagani, ex PFM. Poi si riparte, con up e mid-tempo scanditi da riff di chitarra secchi e granitici (“Oggi Hai Parlato Troppo”) ed effetti sonori che rimbalzano da una cassa all’altra (“Il Nucleo”).
Assoli di gruppo che sfumano nella psichedelia, creando break in pieno stile progressivo, e assoli di strumento che rimarcano il gusto per tutto ciò che nella musica è finezza, che non per forza significa accademia.
Durante tutto questo, le parole costruiscono sofismi, anche se qualcuno forse userebbe un altro termine.
Ti piacciono le riviste di meccanica?
È necessario riflettere e non fermarsi alle prime impressioni.
Forse difficili da capire, perché richiedono uno sforzo cui ci stiamo disabituando: ascoltare. E riflettere sulla comunicazione di musica e parole, se la musica può diventare arte contemporanea. Cosa che pare incarnare sempre di più il sogno dei Bluvertigo.

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