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  • Bluvertigo: Zero – Ovvero la Famosa Nevicata dell’85

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Se saprai spiegarti, ti seguiranno

I Bluvertigo concludono la loro fulminea carriera alle porte del nuovo millennio, con l’uscita di “Zero – Ovvero la Famosa Nevicata dell’85″. Ultimo album della trilogia chimica aperta con “Acidi e Basi”, anche se di chimico non c’è più nulla, nemmeno il titolo, come del resto non c’è più nulla di ciò che i primi due dischi avevano.
L’imperativo iniziale, di creare un episodio di novità nella scena musicale italiana, pare ora essere collassato in un’implosione. È un disco ermetico – si dice così quando si sa che c’è un significato, eppure non si riesce a capire quale esso sia. Algido, come la copertina bianca e come la grafica razionalista del booklet.
Si apre con un’intro strumentale, dal suono come di metalli che sbattono tra loro scandendo il tempo della marcia dei soldati, e che accompagna dritti all’inizio della seconda traccia, la title-track, dove la melodia viene relegata alle sole linee vocali, mentre il resto sono rumori tecno-rock. Tanta tecnologia infatti, sempre di più. Tanta elettronica, che genera sperimentazioni e catalogazioni acustiche, come la crunch guitar, la ping pong guitar, i lo-fi drums e via dicendo. Ma va bene, perché il messaggio è conservare bottiglie vuote.
Non mancano comunque i singoli, dove gli strumenti, anche se vengono descritti da aggettivi fantasiosi, sono pur sempre una chitarra, un basso, una batteria e delle tastiere (“La Crisi” e “Sono=Sono”). Ci sono brani assolutamente melodici, magari arrangiati con armonie jazz come ad esempio “La Comprensione” o “Finché Saprai Spiegarti”.
Non manca l’omaggio agli anni cui il combo deve tutta la propria carriera, gli anni ’80, con “Always Crashing in the Same Car”, cover del brano di David Bowie. Ritorna anche Mauro Pagani, ex PFM già presente in “Metallo Non Metallo”, che qui suona il violino su “Autofraintendimento”, e comincia la collaborazione con Franco Battiato (“Sovrapensiero”), grande idolo dei meneghini.
Su “Acidi e Basi” c’era l’eretico, su “Metallo Non Metallo” c’era l’eremita, e su “Zero” non poteva mancare un altro personaggio da incarnare: lo psicopatico. Il che forse spiega molte cose. Come la penultima traccia, “Numero”, che vogliamo interpretare come una provocazione contemporanea, dove archi e pianoforte sono gli unici accompagnatori, a singhiozzo, di un canto parlato.
[PAGEBREAK] Certo i fan accaniti hanno capito anche questo ultimo lavoro, e lo hanno saputo accogliere, anche se con un po’ di sforzo. Mentre agli altri sono rimaste le domande. Ad esempio se i Bluvertigo siano geni incompresi o semplicemente abbiano smarrito l’orientamento, e si siano fatti scappare la mano. “Zero” è un disco pieno di idee, che vuole fare il salto di qualità. E quando si osa, si sa, non sempre va nel verso giusto. Non è solo l’assenza di melodie canticchiabili e l’incomprensibilità immediata dei testi ad allontanarlo dalla massa e dalla nicchia, è anche la percezione di un’architettura progettata per stupire, piuttosto che per allettare; anche se volte può capitare che qualcosa, semplicemente, piaccia.

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