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Bollito misto d’avanguardia

Alla Warp lavorano persone ragionevoli, già lo si sapeva. Così ragionevoli da contattare una delle orchestre d’avanguardia più blasonate al mondo e da tentare con essa la definitiva fusione tra l’elettronica intelligente di oggi (o di qualche giorno fa?) e le sperimentazioni sonore di maestri come Steve Reich, Edgard Varèse e John Cage; per tracciare una linea che parta dagli anni venti e che, tramutandosi in vettore, penetri nell’era digitale congiungendo Lèger a Chris Cunningham, Parigi a Sheffield. Se la tirano? Si drogano? Non si sa. Ma di sicuro sono persone ragionevoli.
A fare da involucro all’evento, l’algida imponenza del Lingotto; a fare da palco, l’Auditorium Giovanni Agnelli, progettato con minimalismo e calore dall’onnipresente Renzo Piano. Entriamo.
Ci accoglie un suono ripetitivo ma ovattato, che acquista gradualmente intensità e stridore: è “Pendulum” di Steve Reich, il primo esperimento musicale strutturato sul feedback, nel quale il pendolo non è altro che un microfono oscillante posto davanti a un amplificatore.

Un breve preambolo di presentazione e si entra nel vivo: una pregevole interpretazione per piano solista di “Jynweythek” e “Hy A Scullyas Lyf Adhagrow” (due brani di Aphex Twin estratti da “Drukqs”), seguita a ruota da “Ionization”. Il direttore, muovendosi come se dovesse liberarsi da uno sciame d’api, guida dodici percussionisti (tra i quali un uomo che percuote un vibrafono con due martelli), sirene da fabbrica e un pianista nell’esecuzione di un brano poliritmico, inquieto e ossessivo. Einsturzende Neubauten? No, Edgard Varèse, 1931.

L’improbo compito di proseguire è affidato ai Plaid: si siedono davanti ai laptop e, accompagnati da tre percussionisti, danno vita a uno scenario sonoro rilassato e avvolgente, caratterizzato da crescendo continui e alternanze ritmiche ben costruite. Sul megaschermo alle loro spalle scorre un’essenziale animazione in stop-motion.
Viene poi proiettato l’ormai celebre “Rubber Johnny” della premiata ditta Aphex Twin & Chris Cunningham, e l’orchestra si prepara a suonare uno degli highlight della serata: la colonna sonora di “Ballet Mècanique”, cortometraggio d’ispirazione cubista del ’24 qui riproposto in tutto il suo splendore. Le forme geometriche, le scomposizioni del corpo (e della psiche) in piani, il sussultare di pistoni e parti metalliche che si travolgono vicendevolmente in un montaggio schizoide sono tutt’uno con i musicisti: questi danno prova di un sincronismo ineccepibile e, con l’aiuto di trilli, sirene e lastre di metallo mimetizzate tra gli strumenti canonici, dipingono lo sforzo e l’entusiasmo di chi tentava di rappresentare al meglio una modernità ancora giovane, ancora traumatica nella percezione comune.

È decisamente tempo di fare una pausa. In attesa della seconda parte del concerto l’eterogeneo pubblico è intrattenuto dai migliori videoclip di casa Warp.
Si riparte con “First Construction In Metal” di John Cage, un altro affascinante esempio di sperimentazione ritmica. Impreziosito da una partitura per pianoforte preparato, stimola legittime riflessioni sull’effettiva vicinanza con certi lavori di Richard D. James; subito a ruota, un lungo brano per sei marimbe di Reich, straordinario nelle micro-variazioni e nei giochi di sostituzione delle melodie.
[PAGEBREAK] Sale sul palco l’attesissimo Tom Jenkison aka Squarepusher, ed è il boato. Si presenta con grande semplicità, in un angolo, per proporre un’esibizione solista minimale e tutta feeling, senza orpelli elettronici di alcun tipo. Ci sono soltanto lui e il suo basso a sei corde. Appena mette mano allo strumento fuga ogni dubbio a proposito della propria natura musicale, diametralmente opposta a quella dei compagni di etichetta, e solo parzialmente percepibile attraverso le uscite discografiche: lo ascoltiamo fare a pezzi ogni tipo di definizione di genere mentre le sue dita creano qualcosa che potremmo definre come fusion, nel senso più ortodosso del termine. Arpeggi classici si dissolvono in giri asimmetrici, e un attimo dopo riprendono vita; poi improvvise sfuriate di slap ci catapultano in territorio funk, salvo poi mutarsi in fraseggi pacati che per mood e atmosfera ricordano molto i primissimi lavori del musicista. L’esibizione ha il suo culmine quando Squarepusher inizia a utilizzare il basso come uno strumento a percussione e, battendolo con entrambe le mani con precisione e velocità estreme, crea un effetto ritmico coerente ed efficace.

Raccoglie gli applausi e se ne va, lasciandoci al gran finale: Polygon Window di Aphex Twin, riproposta dalla London Sinfonietta al gran completo. Sullo schermo appaiono globuli rossi, sinapsi, collegamenti nervosi. Grazie ai due pianoforti che si intrecciano, alle percussioni che esplodono e alla melodia principale riarrangiata per violino, il risultato è emozionante; e la sorpresa finale si concretizza quando sei membri dell’orchestra si spostano con i tamburi al centro della platea e il direttore, ora in posizione longitudinale, manovra in alternanza i due gruppi di musicisti. Poi il crescendo di intensità, il delirio, il finale secco da canzone rock. Applausi.

Di sicuro si è trattato di un evento tanto strano quanto disomogeneo e, giudicando dai volti all’uscita, non si può dire che abbia scatenato emozioni unanimi; ma forse è giusto così.
La statura delle personalità coinvolte non è in discussione, ma siamo ancora molto distanti da un’effettiva convergenza delle due culture musicali, per non parlare delle differenti tipologie di ascoltatori; e non è detto che sia un punto a cui sia auspicabile giungere.
Ma se invece tentiamo un improprio parallelismo con l’esibizione di Aphex Twin al Traffic Festival, notiamo come in realtà si tratti dell’altra faccia della medaglia, la puntuale rappresentazione del bipolarismo di una realtà musicale che strizza l’occhio sia al dancefloor che all’accademia, l’instabile equilibrio di due atteggiamenti apparentemente contrapposti e incompleti che, una volta ricongiunti, vanno a formare un continuum perfettamente coerente: abbiamo a che fare con artisti che fanno della commistione tra forme elevate e forme basse di musica la propria bandiera e ragione d’esistere; e questa sera ne abbiamo contemplato il fronte più elitario, artistoide e oltranzista.

Il vero dubbio, semmai, è che un evento come questo sia stato concepito più per celebrare e istituzionalizzare un sottogenere già abbondantemente codificato che per rappresentarne un momento di effettiva evoluzione e slancio nel futuro; dopotutto la cosiddetta IDM, dopo aver monopolizzato il panorama elettronico per un tempo considerevole, è ormai abbastanza lontana dall’età dell’oro, e non è più esattamente “cutting edge” come poteva esserlo nella seconda metà degli anni novanta.
Dubbi o no, la Warp ha come sempre un piede in svariate scarpe, e di questo non possiamo che rallegrarci. Perché nonostante tutto riesce ancora a muoversi con una certa agilità.

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