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Bologna – Goteborg solo andata

Ormai tappa fissa di moltissimi tour metal, ma non solo, poteva Bologna non accogliere uno dei più interessanti carrozzoni metalcore di questo 2008 appena iniziato?
Certo che no.

E allora ecco che i californiani As I Lay Dying, ormai quasi assurti al ruolo di leader del movimento, vengono a prenderci a mazzate in questa ventosissima serata primaverile. A far loro compagnia, gli italianissimi Slowmotion Apocalypse e i tedeschi Neaera.
Quando entriamo all’Estragon troviamo proprio i nostri connazionali intenti a maltrattare lo sparuto pubblico. Protagonisti di un death-thrash tirato alquanto, i ragazzi non lesinano certo energie. E potrebbero i kids non gasarsi quando Alberto, singer della band, introduce “The Blessing”, canzone alla quale ha partecipato, su cd, nientepopodimeno che Tomas Lindberg degli At The Gates? Assolutamente no.
Energici, concludono il loro breve set tra gli applausi.

Applausi che accolgono anche i Neaera, ma dopo qualche canzone… ce ne chiediamo il perché.
La discreta botta iniziale di adrenalina scema infatti quasi subito e, nonostante gli sforzi del corpulento frontman Benjamin, l’esibizione non decolla mai del tutto. Statici e monolitici, i fratellini dei Caliban ci annoiano. Nonostante ciò, il circle-pit invocato dal cantante riesce più che bene e il pubblico apprezza discretamente la performance del combo tedesco.

Quindi, As I Lay Dying.
Ormai giunta al quarto disco per Metal Blade, la band di San Diego può, a ragione, ambire al trono del metalcore. Li si ami, li si odi, non si può non riconoscere loro un merito: l’intensità sul palco. Le stelline volano, le frange si incazzano, le All Star scalpitano: la MySpace generation presenzia in massa questa sera all’Estragon, ed è incazzata.
Eyeliner scorrerà, a fiumi.

La possibilità di sfogarci ce la danno loro: senza troppi complimenti, all’intro “Separation” segue “Nothing Left”, dall’ultimo “An Ocean Between Us”. E se il lavoro in studio, premuto il tasto “play” sui nostri stereo casalinghi, ha fatto storcere il naso a molti, dal vivo le cose cambiano. Eccome.
“Forever”, solitamente posta in chiusura delle esibizioni, stasera ci viene data in pasto subito. E per un anthem del genere non solo i corpi volano, ma addirittura le frange si scompongono. Tanto possono gli As I Lay Dying.
La scaletta prevede pezzi da tutti gli album, ma 7 estratti dall’ultimo sono davvero troppi, nonostante il nuovo vigore acquisito nella dimensione live. Nonostante una annichilente “Within Destruction”.
Il bassista Gilbert, ultimo acquisto della band, si dimostra ben integrato all’interno del gruppo, ed è quasi sempre lui ad eseguire le clean vocals. Come in “Distance Is Darkness”, senza dubbio uno dei pezzi più belli, più emozionanti della discografia dei californiani.
Non solo violenza, però: “I Never Wanted” lascia spazio a un momento quasi intimo, e per fortuna nessuno ha la cattiva idea di tirare fuori un accendino.
Una carezza insomma. Con la sola funzione, però, di precedere i due calci in faccia che ci attendono per il bis: “94 Hours” ci inonda tutti quanti, e il pit non è da consigliare alle signorine. Forse nemmeno a tanti signorini.
Come non lo è in ugual maniera per il pezzo finale: “Confined” ci manda a casa tutti.
Felici e sudati.
La lezione di fisicità è stata impartita e dubitiamo ci siano in giro molti professori che ne possano impartire di migliori.
Fuori dall’Estragon, un vento beffardo ancora non lascia in pace le frange, stasera maltrattate quanto forse mai prima.
Siamo a Bologna o a Goteborg?

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