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Bologna Kwassa Kwassa

Quando la band è giovanissima, lanciatissima e venuta su in quattro e quattr’otto grazie al passaparola del web, c’è sempre il terrore di trovarsi davanti un pugno di ragazzini totalmente incapaci di stare su di un palco, figuriamoci di saper reggere un concerto. Sono passati due o tre anni, ma è ancora fresco il ricordo dei soporiferi e imperdonabili live dei Clap Your Hands Say Yeah, la next big thing dell’epoca (peraltro già esplosi in una bolla di sapone: sarà un caso?).
E invece i Vampire Weekend sembrano aver imboccato la strada giusta; certo, l’inizio non è dei più incoraggianti, con l’apertura dello show affidata agli Strivers, new-waver svizzeri (sic) che nell’indifferenza generale copiano ritmi, melodie e posture da un milione di altre band dal nome simile al loro.

Anche quando arrivano i quattro newyorkesi la prima impressione non è delle più allettanti. Se si esclude il frontman Ezra Koenig, hipster timido al punto giusto, una specie di Alex Turner più nerd, gli altri tre Vampiri sembrano presi di peso dai loro dormitori universitari e messi sul palco a loro insaputa: spicca su tutti il batterista Chris Thomson in clamorosa tenuta da calcetto in spiaggia (calzoncini corti e – siete liberi di non crederci – maglietta con la foto di Maradona, forse in un maldestrissimo omaggio all’Italia). Ma quando attaccano, la musica cambia: abbastanza giovani e ironici per non essersi montati la testa, bravi abbastanza da suonare pulito, vigoroso e senza svolazzi, e persino capaci, per quanto possibile, di valorizzare la ballabilità delle loro canzoni, sfruttando al massimo la potenza dei volumi e la batteria ossessivo-percussiva di Thomson (che, nonostante la mise, si scalmana peggio di un metallaro liceale).

Il pubblico, prevedibilmente giovane e ostentatamente indie, ma poco numeroso, dimostra di gradire sin dall’iniziale “Mansard Roof”, per poi azzardare persino un pogo su “A Punk”, e scaternarsi in (composti) balli tribali ai ritmi indie-africaneggianti di “Cape Cod Kwassa Kwassa”. La voce di Koenig regge bene, l’interazione col pubblico è al minimo sindacale ma simpatica e informale, e tutti cantano all’unisono il coro di “One”. Poi, saluti. Eh già, perché il repertorio di una band così giovane è quello che è, e nonostante l’inserimento di un paio di pezzi fuori album la durata complessiva del concerto rimane di gran lunga al di sotto dei sessanta minuti. Non c’è però spocchia, né la classica sensazione di fregatura: prima dell’ultimo pezzo, Koenig ammette candidamente che non c’è abbastanza materiale per fare un bis, il pubblico applaude comprensivo, lo show si conclude con “Walcott”, e vissero tutti felici e contenti.

Tirando le somme: se da un lato è innegabile che i Vampire Weekend siano stati catapultati in una scena più grande di loro, è altrettanto vero che lo stile e l’energia dimostrati in questi pochi minuti di concerto sembrano promettere molto bene: non manca tanto prima che la band cresca fino a diventare grande quanto i palchi su cui si è ritrovata, e ancora di più.

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