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    Booker T. Jones

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Saudade do Memphis

Un disco blues nel 2011? La voglia di scriverne la recensione può svanire in un attimo. Però quando poi vieni a scoprire che il disco è di Booker T. Jones, che la band di supporto sono i Roots e che viene concesso un cameo a Lou Reed la pulce nell’orecchio ti si infila eccome.

Booker T. Jones, organista e leader indiscusso dei suoi M.G.’s tra gli anni ’60 e ’70, è senza ombra di dubbio una pietra miliare della musica afroamericana (non a caso ha collaborato con alcuni dei musicisti più importanti della seconda metà del ‘900). Ora, assieme ai sempreverdi semprefenomeni Roots e a qualche compagno di merende, Booker T. ripercorre le sue origini blues in un disco che, sin dal titolo, sembra piuttosto eloquente.

Con un cast del genere il film non può essere brutto. Ed è matematica questa, mica bruscolini. Booker T. ha tentato una mossa alla Johnny Cash: si è riappropriato delle sue origini e della sua terra, buttandoci in mezzo due cover di artisti più “moderni” (forse per rinfrescare un po’ l’aria, per non sembrare un vecchio bacucco che suona blues).

Il risultato soddisfa ma non esalta, sarà per la pochezza della proposta o perché chi vi scrive mal digerisce il suono dell’organo in tutti i brani e sempre in primo piano, o sarà perché in effetti questo disco non conta apici, picchi di intensità, momenti indimenticabili. Ma i Roots da soli, come al solito, con il loro groove secco e preciso, valgono quasi tutto ciò che può esserci di positivo in questo disco. Discreto.

Pro

Contro

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