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BoomDaBash: Reggae for “Superheroes”

Ho avuto il piacere di poter parlare per telefono con Angelo “Biggie Bash”, una delle voci del gruppo reggae salentino “BoomDaBash”. Lo scorso 11 giugno è uscita, infatti, la loro terza creazione “Superheroes”, un album realizzato con la collaborazione di numerosi artisti dai conterranei Sud Sound System, passando per due storici nomi del panorama italiano dell’hip hop Clementino e Dj Double S., per finire con Bobby Chin dei BlackChiney e e i Ward 21. Biggie Bash, con molta simpatia e disponibilità, ci ha raccontato la nascita di questo progetto musicale, del tutto nuovo anche per loro.

Ciao Angelo, piacere di sentirti! Parlaci un po’ di questo nuovo album “Superheroes”.
È il nostro terzo disco. È uscito da una decina di giorni e ha già avuto un grosso feedback e, nel giro di pochi giorni, abbiamo raggiunto la top ten dei dieci dischi più venduti in Italia su iTunes. Se dovessi dare un mio parere musicale, direi che è il nostro prodotto meglio riuscito perché è abbastanza imprevedibile e, inoltre, sono presenti una serie di influenze musicali diverse tra loro. Chi conosce BoomDaBash sa infatti che noi facciamo un reggae molto influenzato da tanti piccoli generi-satelliti che ci ruotano intorno. Questo disco secondo me è l’esempio della massima espressione dell’evoluzione musicale dei BoomDaBash, durata anni. Grazie alla creazione di questo disco abbiamo definito il nostro stile. Nonostante sia uscito da poco, siamo già affezionati a “Superheroes”.

Com’è nata l’idea di dare questo titolo all’album e la scelta grafica della copertina?
In realtà “Superheroes” è una metafora. Abbiamo pensato di dare questo nome al disco perché volevamo dedicarlo a tutte quelle persone che, nonostante i tempi che corrono, resistono ogni giorno. È un pensiero per tutta quella gente che ogni giorno fa di tutto per impegnarsi a portare un pezzo di pane a casa, e agli operai dell’Ilva. Infatti, capirai che per noi, essendo pugliesi, la questione dell’Ilva è abbastanza spinosa. All’interno del disco vi è una scritta “Il disco è dedicato a tutte le persone che non hanno straordinari poteri come i supereroi, ma sono dotate di una grande forza, un grande coraggio“. Da lì è nato anche tutto il concept generale. La grafica è stata fatta da Mr Wany, famosissimo writer che ha lavorato con la Marvel e la Comics, e che ha disegnato i famosi supereroi che vediamo nei cartoni. Lui è di Brindisi, siamo amici da una vita e gli abbiamo chiesto se voleva condividere il suo lavoro con il nostro. Per noi è stato un grande onore.

Perché avete deciso di intercambiare nel vostro repertorio questo mix di dialetto salentino e inglese? È una vocazione glocal?
Non si è trattata di una vera e propria scelta. È stata una cosa naturale. Dieci anni fa ci siamo ritrovati in una cameretta con un microfono da 30 mila lire. Io ho sempre fatto musica in inglese, e ho ascoltato tanta musica in inglese. Ho iniziato a scrivere dei pezzi che non erano reggae, perché inizialmente avevo in testa tutt’altro progetto musicale. Quando mi sono ritrovato con Paolo, che scriveva e cantava in salentino, senza pensarci troppo abbiamo provato a fare un pezzo insieme e da lì è partito tutto in maniera molto naturale. Solo dopo ci siamo resi conto di aver realizzato qualcosa di veramente caratteristico, per niente comune. Chi ci ascoltava, infatti, esprimeva il suo piacevole consenso per questo genere di musica che univa due lingue così lontane e diverse. Era un qualcosa di nuovo.

Molto originale..
Si, sicuramente. Penso che ormai sia diventato una specie di marchio di fabbrica dei BoomDaBash.

Come e quanto vi siete differenziati dalla musica reggae latinoamericana?
Ascoltiamo molta musica che proviene dall’America e percepiamo l’influenza del mercato americano. In questo disco, però, c’è un approccio molto più vicino all’elettronica nella creazione dei pezzi. Ciò che ci differenzia, a mio parere, è proprio questo forte carattere elettronico, e quindi meno analogico.
[PAGEBREAK] Voi avete esordito con la vostra musica nel 2002. In che modo è cambiato il vostro approccio alla musica?
Umanamente parlando non è cambiato niente. Noi non siamo cambiati, siamo rimaste le persone di sempre, con la stessa visione del fare musica. L’approccio alla musica, da un punto di vista tecnico, è molto cambiato perché negli anni siamo cresciuti e abbiamo iniziato a concentrare maggiormente attenzione su cose che magari prima non curavamo molto. Adesso, invece, dedichiamo molta attenzione alla scrittura dei testi, alla produzione musicale, ai messaggi, agli arrangiamenti, al mastering, a scegliere lo studio che può esaltare le caratteristiche del disco. Sono cose che abbiamo imparato nel tempo, con l’esperienza e, tra l’altro, da autodidatti. Noi siamo una realtà indipendente, come molti sanno: abbiamo imparato tutto da soli. L’approccio è cambiato, inoltre, perché ora siamo più aperti a qualsiasi genere di musica, ne ascoltiamo una vasta quantità anche diversa dal reggae: dai Negrita a Kanye West.

Quale messaggio intendete trasmettere attraverso la vostra musica?
In ogni disco, in ogni concerto che facciamo si possono cogliere diversi messaggi. Noi ci sentiamo molto vicini a quella che è la realtà sociale di un determinato periodo storico. Non facciamo politica con la musica, ma socialità. Ci piace dire le cose come stanno e far capire alle persone che magari le cose non sono proprio come i media le raccontano. In questo particolare momento, che non è dei migliori per l’Italia, noi ci riteniamo dei “servitori della verità”. Noi ci interessiamo di tante questioni, come ad esempio la vicenda di Stefano Cucchi e il caso Ilva, ma i messaggi che lanciamo sono diversi, che poi convergono chiaramente in una visione collettiva, e sono tanti i problemi sui quali bisogna prestare attenzione adesso.

Come mai avete deciso di realizzare un album in collaborazione con altri artisti piuttosto che uno solo vostro?
Perché abbiamo sempre fatto così. Nei due dischi precedenti erano pochissime le collaborazioni. Se non ricordo male, nel disco scorso “Made in Italy” mi pare che ci fosse solo Brusco. Con questo disco abbiamo voluto sperimentare qualcosa di nuovo perché anche per noi è stata una scoperta il fatto di condividere la produzione musicale con gli artisti. Sono tutti artisti che noi conosciamo, con i quali abbiamo un bel rapporto d’amicizia e stima nell’ambito lavorativo e professionale. Per noi era un passo da fare, uno step successivo che andava realizzato. Siamo molto felici di averlo fatto. Tutte le persone con cui abbiamo collaborato sono state disponibili e professionali.

C’è qualcuno di questi artisti che ha una particolare influenza sulla vostra musica?
Chiaramente i Sud Sound System, in primis. Se sei nato in Salento e fai reggae non puoi non avere tra le influenze i Sud Sound System poi, sicuramente, anche Clementino, che più che un’influenza ha un’affinità con noi e qualche caratteristica in comune che è quella di portare avanti il dialetto come bandiera della propria musica come fa BoomDaBash. Clementino, fondamentalmente, lo ascoltavamo da prima che avesse la svolta discografica che ha avuto adesso. E anche ora, che siamo sotto i riflettori, non ha ceduto e ha continuato a scrivere in dialetto. Questa è una cosa che a noi piace tanto e per la quale stimiamo molto Clemente come artista.

Secondo voi, visto che la vostra musica viene dal Salento, che ruolo può avere la musica nell’aiutare a risollevare l’Italia da un situazione di stallo che va avanti da molto tempo?
La musica di per sé non può aiutare a risollevare l’Italia, ma può mettere nelle condizioni di farlo. Sono le persone che possono cambiare questa situazione. Io ne parlo tutti i giorni, ormai. Penso che gli artisti abbiano delle grandi responsabilità stando sul palco, ascoltati da tantissime persone, e il nostro dovere è quello di provare a raccontare le cose come stanno veramente. Io non guardo il telegiornale, non accendo la televisione non so da quanto tempo. Ormai vedo solo scempi sia a livello di informazione che di mera propaganda politica a sostegno di persone che in realtà non dovrebbero essere difese. Noi vogliamo far capire che esiste l’altra faccia della medaglia. Non possiamo far altro che far aprire gli occhi a chi ci ascolta, tentando di spronarli, ma la vera spinta emotiva dovrebbe partire da loro. È necessario sviluppare un forte senso di unione, come accade in altri parti del mondo. Un esempio è quello che sta succedendo in Turchia e in Brasile. Ci sono posti del mondo in cui le persone hanno “più sangue nelle vene e meno acqua”. In Italia, purtroppo, non funziona così. Ci facciamo andare bene molte cose.
[PAGEBREAK] Da alcune vostre canzoni traspare molto l’idea di esser molto fieri della vostra musica di origine meridionale, ad esempio nel brano “The Message” c’è una frase che mi ha colpito molto: “Lu salentino mio lu sannu pure a New York City”. Cosa mi dici al riguardo?
In Italia si parla molto di hip hop, è diventato mainstream. Pochi, però, sono al corrente dell’inizio di tutto questo. L’inizio, sia per la musica reggae che per la musica hip hop, si è avuto a Bologna con l’Isola Posse, un collettivo del quale facevano parte personaggi che all’epoca erano quelli che poi sarebbero diventati i Sud Sound System. La storia di questo grande capitolo musicale è partita dal Salento e noi siamo fieri di questa cosa. C’è stato qualcuno in passato che si era lasciato scappare alcune parole, non dando loro il giusto peso, e in cui sosteneva che negli anni ’90, più che consapevolezza, c’erano stati dei tentativi di fare musica. Noi abbiamo voluto dire la nostra affermando, invece, che negli anni ’90 si è fatta la storia e si sono gettate le fondamenta di quella che è l’epoca moderna, musicalmente parlando, per quei generi musicali. Non a caso un pezzo è in collaborazione con dj Double S., uno dei dj storici dell’hip hop italiano.

Tra l’altro l’anno scorso siete stati impegnati in una tournée negli Stati Uniti, com’è andata questa esperienza e cosa vi ha lasciato?
È stata un’esperienza bellissima. Siamo stati a New York e a Miami. Penso che non sia all’ordine del giorno per una band italiana la possibilità di andare in America. Abbiamo condiviso il palco con grandi artisti come i Negrita, i Subsonica, Mandarino, e tanti altri. È stata un’esperienza molto costruttiva e, soprattutto, educativa. Ci siamo ritrovati di fronte a un pubblico che ha uno standard di ascolti completamente differente dal nostro. Il sistema musicale americano, come abbiamo avuto modo di capire, è proprio su un altro livello. È stata quasi una prova del nove per noi. In alcuni casi, tra l’altro, apprezzavano più gli americani che gli italiani (ride). Gli americani erano quasi stupiti dal fatto che cantavamo anche in inglese e ci domandavano “ma voi siete italiani, o siete italiani però vivete in America?”. Sono rimasti meravigliati dal fatto che in Italia facessimo questo genere di musica.

La mia preferita del vostro album “Rich One Day”, mi coinvolge particolarmente. Immagino che voi siete affezionati essenzialmente a tutti i brani, ma ce n’è una che, per un suo particolare significato, ti piace di più?
Come hai detto tu, giustamente, mi piacciono tutte le canzoni. Quella che mi prende di più è “Born In The Ghetto”, assolutamente. Noi, comunque sia, siamo ragazzi di periferia. Abbiamo passato la nostra infanzia in un periodo parecchio duro per il sud Italia perché c’era molta criminalità, e siamo cresciuti circondati da questa realtà. Con questo pezzo abbiamo voluto comunicare che noi queste cose le abbiamo viste veramente con i nostri occhi, a differenza di tanti artisti che magari lucrano sulla composizione di canzoni che rimandando alla difficile vita della strada. Ma, in realtà, la strada non l’hanno mai vista.

Quali sono adesso i vostri progetti per il futuro? Avete già in mente qualcosa?
Adesso siamo in tour. In futuro daremo vita sicuramente a tanti altri album. Speriamo di poter aver l’opportunità di andare a suonare all’estero un’altra volta. Ci saranno, poi, delle sorprese nei prossimi mesi, ma su questo non posso ancora dirti niente (sorride).

Quindi, vi sentiremo spesso quest’estate?
Si si. Ci sentirete molto spesso, sicuramente!

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