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Boris Khlebnikov e il dramma dell’agricoltura

In “A Long and Happy Life” di Boris Khlebnikov, film di apertura della 49esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, la tragica evoluzione intima del giovane Sasha (Aleksandr Yatsenko), aspirante imprenditore agricolo, si mescola a una rappresentazione lucida e senza speranza del sistema economico russo.

«In Russia l’agricoltura non esiste più — spiega il regista — e la nascita di tante piccole aziende si è rivelata un’utopia perché non hanno alcuna capacità concorrenziale sul mercato. Chiunque sappia qualcosa di business evita accuratamentee di investire ora in questo settore. Con questo non voglio dire che i nostri negozi manchino di carne e verdura ma per vent’anni le persone che vivono nelle campagne non hanno lavorato e ormai hanno perduto la voglia e la capacità di farlo. Un potenziale umano completamente sprecato, lo Stato si è dimenticato di questa gente.
Nel mio Paese è tuttora impossibile parlare di una vera economia di mercato, è passato troppo poco tempo dalla perestojka: nella pesca siamo al bracconaggio, la raccolta delle fragole è portata avanti senza criterio. È impossibile per la piccole e medie impresa dar vita a un tessuto economico sano e vitale».

«All’inizio pensavo a un film di genere — racconta Khlebnikov — con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Quel tipo di film che agli americani riesce benissimo, è come se dicessero “ok, ci sono poliziotti cattivi ma in fondo, quando li chiami, vengono ad aiutarti”. Per me però non era una strada percorribile, in Russia la gente non nutre alcuna fiducia nelle forze dell’ordine né nella giustizia. Mancano punti fermi.
Non credo al mito della misteriosa anima russa o a pretese di superiorità, per me i russi sono come tutti gli altri. Perché questi contadini sono così inerti? Perché tradiscono? Perché per un lunghissimo periodo di tempo non hanno fatto nulla, il loro entusiasmo iniziale nei confronti di Sasha e dei suoi progetti è fragile e infantile».

Incapace di sostenere le difficoltà, Sasha arriva a commettere inaspettati atti di violenza.
«Quando ho iniziato a documentarmi mi imbattevo spesso in articoli su persone che per risolvere ingiustizie personali ricorrevano alle armi. Poteva essere un pensionato a cui cercavano di togliere un appartamento e che, privo di aiuto, arrivava all’omicidio. In Russia si verificano molti casi del genere e non sono frutto del caso: c’è un conflitto di base tra chi vorrebbe lavorare e uno Stato che non permette di farlo nel modo corretto».

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