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Born to be Abrams

Con il tanto agognato arrivo di “Into Darkness” nelle sale italiane, torno a parlarvi (QUI la recensione spoiler free) dello sviluppo narrativo del film, ma in maniera più approfondita. A seguire trovate quindi una riflessione decisamente spoilerosa sul finale deludente del film e sui motivi extranarrativi che a mio parere hanno compromesso irrimediabilmente la piena riuscita della pellicola.

Parlare di “Into Darkness”, del suo successo e del suo fallimento, equivale ad indagare i motivi per cui Jeffrey Jacobs è diventato J.J., nume tutelare dell’universo geek, autore e regista capace, artista multitasking, oculatissimo produttore di se stesso e ciò che ama.
Il concetto cardine lo spiega l’amico d’infanzia e co-fondatore della Bad Robot Bryan Burk: «J.J. è molto bravo a non innamorarsi delle cose, quindi è capace di metterle da parte quando si trova davanti a una versione migliore». Niente di più efficace per descrivere “Into Darkness”, la metafora della fiammata e successiva, rapida disaffezione di Abrams per l’araba fenice della fantascienza da lui animata, il risorto franchise di Star Trek.

14 dicembre 2012: Kathleen Kennedy telefona a J.J. Abrams, preparandosi a rivoluzionare la sua vita una seconda volta, mettendogli sul piatto il frutto proibito, l’ossessione di Abrams appassionato: la regia di un nuovo Star Wars, del fatidico settimo episodio. Lucas e Spielberg sono d’accordo, il loro figlioccio artistico è l’unico col profilo e la levatura tale da prendersi sulle spalle questo delicatissimo compito.

Già rivoluzionario del piccolo schermo e alchimista in grado di trasformare Star Trek da vituperato prodotto per nicchie di sfigati a blockbuster campione d’incassi e ben accolto dalla critica, J.J. Abrams diventa l’uomo del destino, una figura evocata dalle lande desolate della cinematografia fantascientifica d’annata. Solo nei sogni o nelle folli profezie a un solo uomo sarebbe stato concesso di rifondare non una, bensì entrambe le saghe fantascientifiche cardine della settima arte. J.J. Abrams, regista e produttore di grandi successi e rilevanti fallimenti, sembrava destinato ad essere la figura che avrebbe riconciliato due mondi, due visioni, due fandom da sempre in perenne collisione tra loro: da una parte trekkiani vituperati dal pubblico americano, dall’altra estimatori di Star Wars sempre più insofferenti per le manomissioni e le rapine di George Lucas. Con tutta la sua potenza immaginifica ed economica però J.J. Abrams è caduto nella mitologica contrapposizione e “Into Darkness” è l’ennesima frattura a descrivere come inconciliabili questi mondi.

La lavorazione di “Into Darkness”, incominciata subito dopo il successo di “Star Trek”, è durata dalla pre-produzione all’uscita quattro anni, un tempo biblico per un franchise hollywoodiano come questo. A poco più di sei mesi dall’uscita, quando ancora si lavorava forsennatamente al girato, al montaggio e alla sceneggiatura stessa, Kennedy fa la sua chiamata e tutto cambia. Cambia l’approccio dei media e dei fan, che durante interviste e i photo call non fanno che chiedere a J.J. Abrams e ai suoi collaboratori qualche anticipazione su Star Wars. Soprattutto cambia inevitabilmente approccio mentale di Abrams, già impegnato sullo sviluppo embrionale del suo Star Wars a “Into Darkness” non ancora ultimato.

Ai tempi della sfida su “Star Trek”, J.J. Abrams terrorizzò il fandom dichiarandosi piuttosto tiepido nei confronti della serie televisiva originale, asserendo di voler rendere “cool” per un vasto pubblico altrettanto scettico il materiale di partenza. Durante le interviste ribadì più volte che, se era stato uno spettatore scettico di “Star Trek”, a rapirgli il cuore e aprirgli la mente era stato invece “Star Wars”.
L’impressione fortissima che avranno molti trekkers a fine film sarà quella di un tradimento. Solo conoscendo questo retroscena si può apprezzare e poi disprezzare con cognizione di causa l’enorme potenziale di “Into Darkness”, maturato in tre anni di serrata scrittura e riscrittura del film che doveva essere “Il Cavaliere Oscuro” di Abrams.
“Into Darkness” è invece l’incipit di un rapporto troncato di netto dal passaggio di un franchise irrimediabilmente più avvenente.
[PAGEBREAK] Dopo aver optato per un approccio blando e introduttivo nel primo film, nel seguito Orci, Kurtzman, Lindelof e Abrams calano le carte pesanti, quelle che i fan attendevano con trepidazione e orrore: Khan e i Klingon.
Nonostante le aspettative abnormi rispetto ad entrambi, la loro messa in scena risulta una scommessa vinta. In particolare il Khan di Benedict Cumberbatch è fenomenale perché ricalca sapientemente una serie di veri e propri topoi visivi dell’indimenticabile “L’Ira di Khan”, spesso ribaltandoli. Questo Khan è però sapientemente modellato sull’attore britannico, fa più leva sull’eleganza del gesto e del dizionario forbito e meno sulla sua massiccia presenza scenica e sulla sua incontrovertibile malignità. Il Khan del nuovo millennio è più tormentato, più ambiguo, passa per una fase da membro onorario dell’Enterprise, prima di palesarsi come intrinsecamente diabolico e selvaggio.
La bravura del suo interprete è tanta e tale da giganteggiare sullo schermo, anche se di fatto nel poco tempo a sua disposizione avviene una riproposizione di quanto visto nel film originale e una comoda ibernazione in attesa di sviluppi inediti futuri.

Lo spunto geniale è usare l’apparizione di Khan come attivatore di quello che appare come lo spunto abortito per il terzo film, la guerra tra Federazione e Klingon. Difficile immaginare qualcosa di più stimolante dello scontro per eccellenza, scatenato per giunta dalla sconfinata hybris del capitano Kirk. Tutto il sottile lavoro di militarizzazione occulta delle navi stellari della Federazione è l’evidente frutto del, da titolo, “l’Ingresso nell’Oscurità” del franchise, la volontà di dare una prova più adulta, senza rinunciare alla freschezza che da sempre contraddistingue le avventure dell’Enterprise.

Se avete visto il finale siete stati però testimoni della potente battuta d’arresto prima dei titoli di coda, della negazione di tutta questa costruzione precedente. J.J. Abrams e il suo team (che, non dimentichiamolo, hanno ultimato il montaggio definitivo a 10 giorni dall’anteprima internazionale) hanno optato per l’opzione paracula del viaggio quinquennale nello spazio. L’impressione è che J.J. non si sia sentito all’altezza di portare le premesse fino alle loro estreme, incancellabili conseguenze, lasciando il compitino svolto e un franchise avviato ma privo del salto di qualità a chi lo succederà.

Emblema di questo mancanza di coraggio, il sangue di Khan, versato a redenzione di tutti i buchi narrativi che questa frenata comporta. Sangue che resuscita Kirk nel giro di poche scene, mette nelle mani della Federazione un inutilizzato siero che dona la vita eterna, consente la surgelazione di Khan e degli altri 72 superuomini in attesa che qualche idiota li risvegli e, nel tempo libero, in qualche modo ha persino placato le comprensibili ire dei Klingon per l’uccisione di un’intera pattuglia sul loro stesso pianeta, Kronos!

Questo maledetto finale è la parte più difficile da accettare da spettatrice, amante del genere space opera e discreta conoscitrice dell’universo di Star Trek.
Il profeta Abrams tradisce il popolo dei trekkers: gli ha chiesto di fidarsi di lui, di lasciare che il loro culto fosse reso accessibile ai neofiti, promettendo in cambio di rendere palese la qualità della materia originale da loro amata. A un passo dalla realizzazione della nobilitazione di Star Trek presso il grande pubblico con una storia più matura e adulta e tante promesse per il futuro, J.J. Abrams ritratta, per gettarsi tra le braccia del nemico di sempre, “Star Wars”, avvinto da una nuova e ancora più impegnativa sfida.

J.J. Abrams ha sussurrato all’orecchio del fandom (e della critica, rimasta abbastanza tiepida proprio per le incoerenze della seconda metà del film) “Shall We Begin?”, salvo poi non cominciare niente, mettendo in pausa la storia, il franchise e forse il suo coinvolgimento nello esso.
Per questo “Into Darkness” lascia sensazioni contrastanti: è come essere traditi da uno/a promettente partner poco prima di crearsi memorabili ricordi dei momenti passati assieme, per giunta cornuti e mazziati ad opera del maledetto compagno di banco alle scuole medie, quello veramente antipatico ma rivelatosi ben più figo di noi.
Poveri Trekkers.

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