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  • Botch: An Anthology Of Dead Ends

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Il degno epilogo

Il parto ultimo di una band fondamentale per capire tutto quello che ruota intorno al suono hardcore datato nuovo millennio. L’ultimo disincantato sfogo della band americana, l’epitaffio che corona una carriera fatta di picchi creativi/distruttivi che pochi altri acts odierni possono vantare. Una coerenza che spesso li ha fatti rimanere fuori dalle luci della ribalta, magari mentre altre realtà, più rivolte ad un’audience di massa, diventavano tutto d’un tratto i beniamini delle nuove generazioni. Se c’é un gruppo per cui il titolo di ‘hardcore heroes’ non è eccessivo o immeritato, questi sono loro. Si presentano così i Botch, con questo ultimo capitolo della loro saga chiamato curiosamente “An Anthology Of Dead Ends”. Il termine antologia, nel suo significato generico è inteso come raccolta, compilazione, summa ed esemplificazione di uno stile, di una realtà musicale. E da questo punto di vista il termine antologia è perfettamente pertinente a questo nuovo e ultimo disco della band. Non perché sia una raccolta, un ‘the best of’ della loro carriera, ma perché attraverso sei NUOVE tracce, riesce a riassumere tutto l’universo che ruota e ha ruotato attorno al gruppo americano. “Spaim” si presentifica con rumori e stridere chitarre, “Japam” è un assalto sonoro all’arma bianca, che prende il meglio del precedente “We Are Romans” e lo spinge ancora oltre, “Framce” destabilizza con i suoi tempi dispari e il suo incedere lento ed inesorabile, “Vietmam” colpisce di nuovo nel segno, con una efficacia chitarristica davvero senza paragoni, “Afghamistan” si spinge su territori acustici e apocalittici, seguendo le orme di “A Sun That Never Sets”, scuola Neurosis, mentre la conclusiva “Micaragua” con il suo pulsante feedback di chitarre e le schegge impazzite di simil-elettronica, ci fa intravedere cosa ci si sarebbe potuto aspettare dai Botch se non avessero deciso di chiudere qui la loro carriera. Non sto neanche a spendere parole per dirvi quanto questo disco sia irrinunciabile per ogni persona a cui stiano a cuore le sorti di un certo tipo di hardcore; le spendo invece per ricordare la presenza all’interno del disco di una traccia cd-rom che comprende una photo-gallery della band ‘on the road’ e di un video della devastante “Saint Matthew Returns To The Womb”, tratta dal precedente lavoro, e che il disco è prodotto da un certo Matt Byles (Burnt By The Sun, Poison The Well tra gli altri) e che quindi la produzione è dannatamente buona. Un motivo in più per dispiacersi del fatto che, da oggi in avanti, non ci saranno più capitoli della saga Botch. The End. La Fine.

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