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Boxtrolls — Intervista ai registi Graham Annable e Anthony Stacchi

Boxtrolls – Le scatole magiche” è il nuovo film d’animazione in stop-motion prodotto dalla Laika, lo studio nato in Oregon nel 2003 che negli anni scorsi ha realizzato “Coraline” (2009) e “ParaNorman” (2012).

“Boxtrolls” — nelle sale italiane dal 2 ottobre — è stato presentato in anteprima fuori concorso alla 71esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (qui la nostra recensione) e proprio in quell’occasione abbiamo incontrato il giovane doppiatore Isaac Hemsptead-Wright (intervista), il produttore Travis Knight (intervista) e i registi Graham Annable e Anthony Stacchi.

Stacchi è il più loquace ma i due sono spesso talmente in sintonia da completarsi le risposte a vicenda.

Perché avete deciso di adattare il romanzo di Alan Snow “Here Be Monsters!” (in italiano “Arrivano i mostri!”, ndr.)?
Graham Annable: Quello di Snow è un libro fantastico ma è anche molto lungo. Buona parte del suo fascino risiede nel fatto che ogni pagina presenta un nuovo personaggio e una nuova ambientazione, così ci è parsa subito chiara la necessità di distillarne l’essenza per riuscire a trarne un film d’animazione. I Boxtrolls erano i personaggi più fantasiosi e originali, e il segmento narrativo che li riguardava – con la storia del bambino adottato – ci sembrava davvero bello. Il processo di scrittura ha richiesto circa sette anni.

Anthony Stacchi: Sì, la scrittura di un film come “Boxtrolls” richiede tanto tempo: dalle varie riscritture della sceneggiatura si passa agli storyboard, e c’è poi tutto il lavoro preliminare con le voci provvisorie prestate dagli stessi animatori prima di ingaggiare i veri doppiatori. In sostanza disegniamo tutto il film prima di girarlo davvero.

I personaggi che vediamo nel film erano tutti già presenti nel romanzo?
A. Stacchi: Quasi tutti, ma li abbiamo un po’ modificati. Snatcher (Arraffa nella versione italiana, ndr.) è il personaggio che più si avvicina alla creazione letteraria di Snow, ne conserva se non altro lo spirito da villain dickensiano e, per certi versi, shakespeariano. Ben Kingsley ha messo in lui anche qualcosa di Don Logan, il suo ruolo in “Sexy Beast” di Jonathan Glazer. Winnie e la sua famiglia invece sono una nostra invenzione: desideravamo affiancare ad Eggs (Uovo, ndr.), il bambino che vive con i Boxtrolls, una co-protagonista dal carattere interessante, capace di imporsi e nella quale lui potesse rispecchiarsi. Il produttore Travis Knight, che tra l’altro ha una figlia, non voleva assolutamente che Winnie risultasse agli occhi degli spettatori come la classica principessina perfetta. La famiglia della ragazzina, invece, raccoglie varie caratteristiche che nelle pagine di Snow appartenevano agli abitanti del mondo “di sopra”.

Shoe e Winnie a Venezia

Il Boxtroll Shoe e Winnie, anche loro a Venezia

Com’è nata la canzone “Quattro sabatino”, il cui testo elenca vari nomi di formaggi italiani?
A. Stacchi: “Quattro sabatino” è il motivo per cui non potevano non organizzare qui in Italia l’anteprima di “Boxtrolls”: dove avremmo trovato, altrimenti, un pubblico capace di capire e apprezzare quella canzone composta per noi da Dario Marianelli? (ridono entrambi, ndr.)

È stata un’idea di Marianelli?
A. Stacchi: Noi gli avevamo dato qualche indicazione sul tono musicale che avremmo desiderato per quel pezzo, ma è stato lui ad avere l’idea di inserire nei versi i nomi dei formaggi. Abbiamo collocato la canzone sui titoli di coda proprio per farvela ascoltare bene!

“The Boxtrolls Song” invece è stata scritta da uno dei Monty Python, Eric Idle.
G. Annable: Ci serviva una canzone per quella determinata sequenza e, visto che abbiamo sempre pensato a “Boxtrolls” come a una versione di Oliver Twist firmata dai Monty Python, ci siamo detti: perché non coinvolgere davvero nel progetto uno dei Python? Eric Idle ha accettato immediatamente ed è stato velocissimo. Più che lo humour, credo che Eric abbia apprezzato l’aspetto politico dei “Boxtrolls”, la satira sociale insita nel rapporto tra i Trolls e il mondo “di sopra”.

Dal punto di vista visivo i titoli di coda di “Boxtrolls” sono molto elaborati.
A. Stacchi: Subito dopo la fine del film, quando iniziano a scorrere i credits, vediamo gli schizzi di uno dei nostri concept artist, il franco-canadese Michel Breton. È su quei disegni che si sono basati gli animatori e gli scenografi per dar vita all’atmosfera di “Boxtrolls”. E poi c’è la parte animata in 2D, che riprende invece i lavori preparatori del nostro character designer Mike Smith.

G. Annable: Per noi è un bel modo di de-costruire il film e offrire così agli spettatori la possibilità di buttare uno sguardo dietro le quinte.

Winnie

Apri la foto per ingrandirla e visualizzare i dettagli del costume di Winnie

E i costumi? Come avete lavorato su questo aspetto del film?
A. Stacchi: Abbiamo indicato alla nostra costumista, Deborah Cook, alcuni riferimenti essenziali: “Le Avventure del Barone di Münchausen” di Terry Gilliam, il “Casanova” di Federico Fellini e “Grandi Speranze” di David Lean. Volevamo che “Boxtrolls” contenesse dei rimandi visivi all’epoca vittoriana ma che al tempo stesso fosse steampunk, insomma non legato a un luogo né a un periodo storico troppo preciso. Deborah poi ha preso ispirazione anche dalla pittura, ad esempio dai cromatismi di “La libertà che guida il popolo” di Eugène Delacroix.

G. Annable: Sì, Deborah ha messo insieme un collage iconografico molto eterogeneo. Un metodo di lavoro da “vecchia scuola”, se vogliamo, che ha richiesto la messa a punto di un intero reparto costumi. L’unica differenza è che, per un film in stop-motion come “Boxtrolls”, tutto viene realizzato in miniatura, a misura di pupazzo.

A. Stacchi: Uno dei problemi, in questo senso, è trovare stoffe che abbiano una texture molto sottile, altrimenti addosso ai pupazzi sembrano fuori scala. Per le scarpe, Deborah ha fatto ampio uso di guanti per bambini originali dell’800, di pelle particolarmente morbida. Ne ha acquistata una gran quantità dai collezionisti ma a un certo punto si è sparsa la voce: «Non vendete i guanti alla Laika, li fanno a pezzi!», perché Deborah chiaramente doveva tagliarli in modo da ricavarne piccoli stivali per i nostri protagonisti, e così per continuare a comprarli ha dovuto usare un nome falso! (ride, ndr.) In più, non bisogna dimenticare che i pupazzi devono potersi muovere, quindi nel progettare i costumi bisogna prevedere la presenza di fili e cavi interni.

Quali sono i vostri film d’animazione preferiti?
G. Annable: Io sono canadese e il film che mi ha convinto a diventare un animatore è un cortometraggio di nove minuti: “The Big Snit“, diretto nel 1985 dal mio conterraneo Richard Condie. Il corto più acuto e divertente che abbia mai visto

A. Stacchi: Per me sono i vecchi film Disney che vedevo da bambino, in particolare “Pinocchio”: lo trovo tuttora straordinario.

Vi piacerebbe realizzare film con l’animazione tradizionale, in 2D?
G. Annable e A. Stacchi: Certo!

A. Stacchi: È ciò per cui ho studiato. Il problema è trovare qualcuno che sia disposto a pagarti! Beh, il nostro Travis Knight probabilmente lo farebbe, lui ama l’animazione tradizionale.

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