Home > Interviste > Boxtrolls — Intervista a Travis Knight, produttore e presidente della Laika

Boxtrolls — Intervista a Travis Knight, produttore e presidente della Laika

Arriverà nelle sale italiane italiane giovedì 2 ottobre “Boxtrolls – Le scatole magiche“, il nuovo film d’animazione in stop-motion realizzato dalla Laika, la casa di produzione di “Coraline” (2009) e “ParaNorman” (2012).

“Boxtrolls”, diretto da Anthony Stacchi e Graham Annable, è stato presentato in anteprima fuori concorso alla 71esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (qui la nostra recensione) e in quell’occasione abbiamo incontrato il produttore del film Travis Knight.

Il 41enne Knight fa parte della Laika fin dal 2003, l’anno in cui lo studio è nato a Portland in Oregon, e attualmente ricopre il ruolo di presidente e amministratore delegato, pur continuando l’attività di animatore.

Curiosità: Travis è il figlio di Phil Knight, co-fondatore della Nike.

Come mai hai scelto di dedicarti all’animazione?
In effetti è strano decidere di guadagnarsi da vivere giocando con le bambole! (ride, ndr.) Perché come animatore fai proprio questo: te ne stai tutto il giorno a giocare con i pupazzi, come i bambini, e alla fine di una lunga giornata di lavoro è già tanto se riesci ad ottenere due secondi di girato. Ma non sarei in grado di dedicarmi a qualcosa di diverso, e lo stesso vale per tutti i miei colleghi della Laika con i quali cerco di costantemente di portare l’animazione, e in particolare la stop-motion, verso nuove strade inesplorate.

La stop-motion è una tecnica molto antica.
Sì, la stop-motion esiste fin dagli albori del cinema, ha più di cento anni: pensiamo ad esempio a Georges Méliès e alla navicella spaziale del suo “Le Voyage dans la lune”. E la tecnica in tutto questo tempo è rimasta pressoché la stessa, si tratta sempre di animazione a passo uno, un fotogramma alla volta. Alla Laika cerchiamo di integrare tecnologie diverse, dall’animazione disegnata a mano alla CGI, per poi applicarle alla stop-motion in modo nuovo.

Alla Laika ricopri due ruoli, quello di amministratore delegato e quello di animatore.
Non è sempre semplice trovare un equilibrio ma penso anche che, per me, sia un vantaggio essere impegnato su due fronti. Come animatore rischi a volte di concentrarti troppo sui dettagli perdendo di vista il quadro generale; viceversa, in amministrazione devi curare molti aspetti non legati all’arte. Credo che il doppio incarico mi consenta di mantenere una prospettiva più ampia e mi renda un professionista migliore, in entrambi i settori. Alla Laika non c’è burocrazia, siamo tutti indistintamente dei filmmaker che vogliono dare il massimo.

Il nome del vostro studio, Laika, è anche il nome della cagnetta mandata in orbita dall’Unione Sovietica negli anni 50: è un caso?
No, l’abbiamo scelto proprio per questo motivo. È stata un’idea di Mike Smith, un bravissimo animatore inglese che lavora con noi. Il nostro è un studio indipendente nato nel Nord Ovest degli Stati Uniti, lontano da Hollywood, che proprio come la piccola Laika vuole arrivare a toccare le stelle. Certo, la fine della vera Laika è stata orribile. Speriamo di avere un futuro più fortunato!

È difficile lavorare nello stesso settore di grandi studios come Disney, Pixar e DreamWorks?
Ci sentiamo un po’ come Davide contro Golia. Siamo una realtà piccola, è vero, e non possiamo contare sulle stesse risorse delle major ma questo non significa rinunciare alla qualità: ogni dollaro che spendiamo lo vedete nel risultato finale che portiamo sullo schermo con amore, passione e grande impegno. Vogliamo mantenere, e comunicare al pubblico, un punto di vista che sia il più sincero e personale possibile. È per questo che non organizziamo mai i test screening (le proiezioni di prova durante le quali, prima dell’uscita del film, si testano le reazioni del pubblico, ndr.)

La specificità della Laika è la stop-motion: siete stati influenzati da Tim Burton?
Sicuramente abbiamo delle cose in comune: ad entrambi piacciono la stop-motion, le cose bizzarre, gli outsider e non ci tiriamo indietro di fronte al lato oscuro della realtà. Amo i film di Burton, sono una fonte di ispirazione, ma tra il suo stile e quello della Laika vedo anche numerose differenze: non credo che Tim Burton avrebbe girato dei film come “ParaNorman” e “Boxtrolls”. Quanto a “Coraline”, mah, forse sì, è probabilmente il nostro film più burtoniano.

troll-boxtrolls

Uno dei Boxtrolls, Shoe, anche lui presente a Venezia

E arriviamo a “Boxtrolls”: perché avete deciso di adattare il romanzo di Alan Snow “Here Be Monsters!” (in italiano “Arrivano i mostri!”, ndr.)?
L’idea di lavorare su “Here Be Monsters!” risale ad alcuni anni fa, quando abbiamo iniziato a sviluppare “Coraline”. Le pagine di Alan Snow mi ricordavano Roald Dahl, Charles Dickens, e — per il particolare senso dell’umorismo e dell’assurdo — anche i Monty Python. Tutti i nostri film condividono lo stesso DNA, nella ricerca dell’equilibrio tra luce e oscurità, tra calore e intensità emotiva, tra risate ed emozione. Con “Boxtrolls” però volevamo produrre qualcosa di nuovo, qualcosa che si distaccasse anche dal paranormale già affrontato con “Coraline” e “ParaNorman”. “Boxtrolls” è un film d’epoca, un racconto di formazione con elementi fiabeschi e dickensiani, e un certo gusto per l’assurdo («an absurdist Dickensian coming-of-age fable», per dirlo con le parole di Knight, ndr.).

L’adattamento è stato complicato?
Il libro di Alan Snow ha più di 500 pagine, farlo diventare un film di 90 minuti è stata una sfida. Bisognava distillarne il cuore, l’essenza. “Here be Monsters!” è pieno di dettagli divertenti e linee narrative interessanti ma, insieme ai registi Anthony Stacchi e Graham Annable, mi sono chiesto: qual è il tema principale di questo racconto? E visto che in quel periodo, quando abbiamo iniziato la lavorazione, eravamo tutti diventati genitori da poco, ci siamo concentrati sul rapporto tra padre e figlio.

Come avete definito il character design dei Boxtrolls?
Non è stato facile. I Trolls vengono percepiti come dei mostri dagli abitanti della città perciò non potevamo renderli troppo carini: era necessario che, ad un primo impatto, la paura provata dalle persone fosse comprensibile. Dovevano essere inquietanti e un po’ spaventosi. Poi li conosciamo meglio e scopriamo che sono creature gentili. Il contrasto tra realtà e apparenza è un altro tema fondamentale del film: i veri mostri si nascondono nella società e in particolare tra gli aristocratici.

E i doppiatori? Come sono stati scelti?
In ogni film d’animazione ci troviamo di fronte a due tipi di performance: la vocal performance, di cui si occupano gli attori, e la visual performancee, che spetta invece agli animatori. E benché il character design sia precedente alla scelta dei doppiatori, non è infrequente che gli animatori colgano qualche dettaglio dalle interpretazioni degli attori, un movimento, un’espressione, e lo inseriscano poi nell’animazione finita. È una strana collaborazione, che deve spesso attendere molti mesi per dirsi completa. In un film live action gli attori possono recitare anche con il volto e con il corpo, invece nell’animazione hanno a disposizione solo la voce. E può capitare che un attore, anche molto bravo, non abbia la voce adatta per questo tipo di doppiaggio.

Per scegliere gli interpreti giusti ascoltiamo delle interviste (perché in quei momenti gli attori usano un tono più naturale), clip tratte da vecchi film o da apparizioni televisive. Da questi frammenti audiovisivi estraiamo dei pezzi di dialogo, totalmente sconnessi, ma che ci sono utili per capire se una determinata voce può funzionare oppure no. Mettere insieme il cast vocale per un film d’animazione è come comporre un’orchestra.

Con “Boxtrolls” abbiamo avuto fortuna, siamo riusciti ad avere praticamente tutti gli attori che volevano, a partire dal giovane Isaac Hempstead-Wright (anche lui a Venezia, qui l’intervista, ndr.) che presta la voce a Eggs (Uovo in italiano, ndr.). Per Snatcher (Arraffa nella nostra versione, ndr.) eravamo un po’ preoccupati: si tratta di un personaggio minaccioso ma anche vulnerabile, capace di spaventare e al tempo stesso divertente, orribile ma non privo di umanità. Ben Kingsley ci è sembrata da subito la scelta ideale, ma stiamo parlando di uno dei più grandi attori oggi in attività e temevamo che non avrebbe accettato. Invece ha detto sì, portando oltretutto un notevole contributo creativo nella caratterizzazione di Snatcher.

Tu sei il figlio di Phil Knight, co-fondatore della Nike. È stato strano, per la tua famiglia, vederti intraprendere una carriera da animatore?
Credo sia più o meno lo stesso per ogni famiglia: i figli devono trovare il proprio posto, capire chi sono e quale può essere il loro contributo nel mondo. Quando cinquant’anni fa mio padre Phil è andato da mio nonno, che era un avvocato e un editore, a dirgli che si sarebbe messo a produrre scarpe, probabilmente avrà ottenuto un effetto simile a quello provocato da me e dalla mia decisione di passare il resto della mia vita a giocare con le bambole.

Scroll To Top