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Braschi: “Tra dieci anni? Sul palco con le mie canzoni” [INTERVISTA]

Sanremo 2017 è stato per lo più esente da critiche di grosso rango, e così lo spazio concesso alle canzoni e alla musica si è dimensionalmente allargato. Forse proprio in questa ottica progressista dell’era “Contiana” del Festival, lo spazio per le “giovani proposte” si è trasformato in una opportunità reale, di quelle che permettono davvero ad un giovane di potersi sì confrontare con i big, come è sempre accaduto, ma anche di potersi far conoscere dal pubblico in rotazione radiofonica. Ed è questo il caso di Braschi con la sua canzone “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Devo dire che la prima reazione all’ascolto di questa canzone, da buona campana nell’anima e nel cuore, è stata questa “sono fortunata perchè ho una pelle bianchissima,che se non uso un filtro solare adeguato si scotta facilmente, e ho un codice fiscale che dice che ho dei diritti. Sono fortunata perchè vivo al sud, c’è il sole, i cuoppi di zeppole e panzarotti fritti, c’è la pizza e la gente il più delle volte è bella. Non ho fatto nullla per meritarmi di essere libera. Non devo fare guerre. L’unico confine che mi sento di difendere è la mia umanità!”. E così, decido di scambiare quattro chiacchiere con Braschi e ringraziarlo di cuore per avermi indotta a meditare su quello che troppo spesso diamo per scontato.

Federico, è uscito il 10 febbraio il tuo album di esordio, dopo l’EP, “TRASPARENTE” che include anche il brano “nel mare ci sono i coccodrilli”, registrato in Italia con contributi negli States. Emozionato?

Emozionato sì, ma più che altro pieno di aspettative. Col mercato attuale è sempre una incognita, lavori, dai il massimo, pensi, produci, fai, sei soddisfatto del tuo lavoro, ma poi i risultati possono non arrivare, o non essere come te li aspetti

Il video del brano sanremese è stato girato a New York, città importante per te. In America, infatti, hai trascorso un periodo della tua vita cantando alla Casa Italiana Zerrilli Marimò NYU, ti senti un po’ migrante anche tu?

In qualche modo sì. Ho iniziato a volare verso l’America già dal liceo, in qualche modo ero alla ricerca della mia fortuna anche io, poi ho cambiato idea e sono tornato quì. Sai, in quegli anni c’era chi aveva “qualche anno in più di esperienza” che cercava di demotivarmi dicendo “ma che fai in Italia? Non c’è mercato per i giovani, se vuoi emergere te ne devi andare”, poi le mie motivazioni hanno prevalso su ogni tentativo di lavaggio di cervelli e son tornato quì.

“Io penso che l’unico modo per rispondere sia far parlare la canzone. Penso che un certo dibattito politico non dovrebbe tirare in ballo gli artisti impegnati in un festival come questo”, rispondevi così alla polemica tirata fuori dal solito Salvini sull’immigrazione, cosa pensi di tutto quel polverone, ora, a freddo?

Lì per lì sono rimasto molto turbato, non mi aspettavo che questa questione generasse tutto questo odio. Sono arrivato a ricevere minacce di morte. Incredibile, solo per aver espresso un pensiero in musica.

Pensi che il clamore mediatico suscitato intorno all’argomento della tua canzone e l’accusa di demagogia abbiano posto in secondo piano il brano stesso e penalizzato il risultato?

In un certo senso penso proprio di sì. La canzone non diceva solo questo, la trattazione dei migranti era solo uno sfondo, un certo punto di vista da cui iniziare ad analizzare un’altra questione, quella che è centrale nella mia canzone e cioè quanto io stia bene quì.

Mi ha colpita molto come hai descritto la tua esperienza sanremese, di maturazione sicuramente, ma sei stato più preciso: “i dieci giorni di Sanremo ti permettono di mettere a fuoco il tuo essere un cantante o un cantautore non solo nel momento in cui hai il riflettore puntato sulla faccia ma in tutti gli aspetti che fanno parte della vita di chi fa questo mestiere: l’aspetto autorale, le edizioni, gli uffici stampa”. Hai trovato la risposta definitiva alla domanda più temuta di ogni bambino, cioè “cosa farai da grande”?

Sì lo sto cercando di capire. Mi è servito per capire che il cantante non canta soltanto, anzi fa molte più cose che la gente giustamente non riesce a vedere. Dietro la scrittura, l’incisione, la promozione e il lancio di 3 soli minuti di un brano, c’è tanto tanto lavoro e un entourage di persone corposo che stanno dietro le quinte.

Incidere un EP con i Calexico, ma anche solo cantare con loro, potrebbe essere il sogno di molti, ti sei sentito più fortunato o bravo ad esserci riuscito?

Entrambe le cose: fortunato ad incontrare il loro produttore in una delle mie fughe americane alla ricerca del sogno, bravo ad aver scritto pezzi che a loro son piaciuti.

Uscita album, instore promozionali, tour? Qualche assaggio di date e qualche scoop sulla scaletta?

Faremo 8 marzo Rimini, 9 Modena in Feltrinelli, 10 Bologna e il 15 faremo una festa in un locale di Milano.

Fra 10 anni sarai…?

Su un palco con le mie canzoni!

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