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Bright Tomorrow

Fa piacere notare come dall’inghilterra l’hype può anche favorire non solo le solite band new-new wave adolescenziali, ma anche gruppi più innovativi e contemporanei come i Fuck Buttons, duo di Bristol il cui debutto l’anno scorso è stato sulla bocca di molti critici ed appassionati, grazie ad una formula sonora che reinventa generi ostici come il noise e il drone psichedelico, intrecciandoli con melodie atmosferiche e ritmi tribali liberatori. Il secondo album uscito un mese fa sposta ancora di più l’attenzione su melodie e ritmi rendendo l’ascolto più accessibile, quanto basta ad attirare l’attenzione fino in Italia e riempire più della metà del Circolo degli Artisti.

Ad introdurre il concerto ci sono gli australiani HTRK, in tre freddi e glaciali. Un pulsare marziale e lento di drum machine su cui su staglia la voce svogliata della cantante sempre dimessa, ma pronta a sferrare colpi secchi e decisi al tamburo posto di fronte a lei. Ai suoi lati un bassista che segue meccanicamente la drum machine e un asiatico che con la sua chitarra crea ogni tipo di suono, da trame ambientali ad arpeggi graffianti. Il risultato è una musica dark post-punk spogliata di ogni romanticismo tipico di gruppi come Cure. Nulla di particolarmente memorabile, nel pubblico c’è chi apprezza, ma i più sopportano.

Durante il cambio palco si notano subito gli strumenti che andranno ad usare i Fuck Buttons: una serie di campionatori, mixer, tastierine casio, drum machine ed effetti. Salgono Andrew Hung e Benjamin John Power. Si posizionano uno di fronte all’altro ognuno con il suo armamentario e cominciano subito a smanettare con gli strumenti, finché il magma sonoro creato non prende forma dietro una cassa in quattro lanciata dalla drum machine di Andrew. È “Surf Solar” dal loro ultimo album “Tarot Sport” a dare il via ad un show in cui è impossibile restare fermi. La patina sperimentale più presente negli album cade, lasciando spazio ad una musica che ti afferra per le viscere, pulsando. I pezzi dei due album confluiscono l’uno dentro l’altro, è una jam continua fatta di synth distorti e pulsazioni che virano dalla techno a ritmi tribali, come in un rave. Il pubblico si muove, chi più chi meno, come ipnotizzato. Un’ora di concerto – compreso bis – che si è concluso con la celestiale “Sweet Love For Planet Earth”, che ha lasciato tutti con un sorriso ebete in faccia.

Si ringrazia amoreguerra per le foto.

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